Il tocco di Cominati all’Auditorium

Posted on 15 luglio 2013 di

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Roberto Cominati

R. Wagner – H. von Bülow: Die Meistersinger von Nürnberg, Preludio
R. Wagner – M. Moszkowski: Isoldens Tod
C.W. Gluck – G. Sgambati: Melody da Orfeo
J.S. Bach – F. Busoni: Ciaccona
M. Ravel: Prelude – Sonatine – Jeux d’eau
G. Gershwin: Rhapsody in Blue

Pianoforte: Roberto Cominati

 

Dopo una stagione di percorsi sinfonici è indubbiamente strano vedere l’Auditorium di Milano raccogliersi per ascoltare un recital del pianoforte, ma, dei tanti volti che sono passati dalla sala negli ultimi anni, quello di Roberto Cominati è una tale garanzia di qualità esecutiva che nessuno può rimpiangere l’orchestra. Non a caso l’anno scorso fu lui a inaugurare, con un altro recital (dedicato alla danza), la stagione estiva de laVerdi. Mentre l’orchestra si gode un po’ di meritato riposo, infatti, laVerdi esplora vie nuove e lo fa in collaborazione con la rivista Amadeus, per la quale proprio Cominati ha recentemente inciso l’integrale per pianoforte di Ravel. Il programma della serata non è certo dei più canonici. La prima parte è dedicata alle trascrizioni da grandi autori: Wagner, daiMeistersinger e dal Tristan, Gluck, con la Danza degli spirit beati e Bach, con la Ciaccona dallaPartita n.2 per violino solo trascritta da Busoni. La seconda parte guarda invece al Novecento con Ravel (immancabile) e Gershwin. Un programma talmente eterogeneo da darci già ulteriori indizi sul gusto per la ricerca di questo interprete, un gusto che ritroveremo poi, oltre che nella scelta del repertorio, anche nel tocco, nelle timbriche e nelle agogiche.

La prima cosa che sorprende di Roberto Cominati (anche quando non sia la prima volta che si assiste ad un suo concerto) è la quasi immobilità della posizione e allineamento delle mani, perfino quando il brano richiede intanto un tambureggiare frenetico delle dita. Non c’è il vezzo di esprimersi con tutto il corpo come fanno tanti recenti talenti della tastiera, non c’è distrazione da ciò che conta veramente, che è il tocco. Tutto è concentrato lì, nel perfezionare la pressione del tasto, e più la mano è ferma e più questo movimento sarà controllabile e controllato. C’è in lui una calma e serenità olimpica che ben si addice al primo brano della serata, il preludio da I Maestri Cantori di Norimberga nella trascrizione di Hans von Bülow. L’elegantissimo fraseggio, anche nei passi più enfatici, e l‘incredibile definizione del suono fanno di tutto per togliere alla trascrizione la patina da “pezzo da salotto” che inevitabilmente si porta dietro rispetto all’originale per orchestra. Un problema ancor più accentuato nella Morte di Isottache Moszkowski ha riempito di stilemi e ornamenti pianistici che fanno onore allo strumento e allo strumentista ma non molto alla composizione. L’interpretazione di Cominati è anche qui accademicamente impeccabile, con attenzione analitica nel distinguere le voci e ricerca timbrica che esalta il colore fosco dell’accompagnamento. Difficile tuttavia trovare, nel suo compassato danzare sui tasti, l’abbandono trascinante di Isotta. Considerando anche le successive due scelte di programma (altre due trascrizioni) verrebbe pensare che Cominati cerchi quasi una sorta di meta-pianismo in cui la rilettura sullo strumento non è mai operazione neutra ma è sempre (ri)scoperta tanto delle caratteristiche del pianoforte quanto del brano trascritto. In questo senso Ferruccio Busoni è un riferimento fondamentale, e ricordiamo che fu proprio il Concorso Busoni vinto a ventiquattro anni nel 1993 a lanciare il giovane Cominati sulle scene dei più grandi teatri. Tralasciamo dunque rapidamente l’esecuzione gluckiana (priva del tocco di nostalgia che l’avrebbe potuta valorizzare) e passiamo direttamente alla Ciaccona dalla Partita n.2 per violino solo di Bach. Ci viene alla memoria un altro grande interprete di questo brano, Benedetti Michelangeli, anch’egli protagonista schivo, apparentemente freddo, rigido, dedito all’equilibrio perfetto del tocco. Non ci aspettiamo di trovare anche la sua incisività, ma certamente non manca la plasticità e la cesellatura del dettaglio. Il nostro Cominati si fa dal canto suo trascinare di più dall’eleganza della scrittura bachiana e dalle trovate di Busoni, accelerando a piacere senza mai perdere il controllo. Tutto scorre con naturalezza, incorporando a tal punto i silenzi nel discorso musicale che l’orecchio dello spettatore arriva a percepire come fastidiosi anche piccoli rumori d’ambiente (aria condizionata) che prima, a sala silenziosa, non erano nemmeno percettibili. Sono gli effetti straordinari che solo una profonda attenzione al suono (e quindi al tocco) può scatenare.

Per la seconda parte della serata arriviamo al “solito” Ravel, specialità di Cominati, ma anche qui andando a scovare alcuni brani peculiari. Delle capacità dell’esecutore abbiamo detto a sufficienza, della sua fama in Ravel è inutile parlare, sarà dunque immaginabile la facilità e la preziosità con cui sono stati eseguiti questi pezzi. È una sfida alle potenzialità del tocco in sé e per sé, totalmente liberato dal concatenarsi dei suoni in un discorso melodico e armonico. Ogni suono è praticamente valorizzato nella sua vibrazione specifica, che tanto più spiccherà quanto più lontana sarà l’armonia degli accordi vicini. La mano sinistra viaggia da una parte all’altra della tastiera, con frequenti incroci, per sistemare qua e là le pennellate di colore. Il tutto avviene in un’atmosfera di assoluto distacco e assenza di fatica, come se l’ostrica si aprisse spontaneamente lasciando rotolare fuori perle preziose e scintillanti, che paghe di questo attimo di splendore si perdono poi sul fondo del mare. Incredibile la differenza di clima rispetto alla dialettica (anche storica) della trascrizione Bach-Busoni, dove ogni nota rientra per melodia, armonia o contrappunto in un discorso unico e intessuto di rimandi stilistici. Qui siamo invece quasi fuori dal tempo e dallo spazio. La seriosità di una perorazione musicale ha lasciato qui il posto ad un saltellare delicato e leggiadro da un tasto all’altro, in un gesto che è elegante almeno quanto il suono. È stato probabilmente questo il punto culminante della serata, con Cominati che ha davvero strabiliato per stile e immersione totale nelle delicate logiche compositive del pezzo. Meno brillante seppur sempre di alto livello l’interpretazione della Rhapsody in Blue di Gershwin, che chiude la serata. Non che manchino le finezze, un senso invidiabile del ritmo e la padronanza del discorso musicale, ma tutta l’esecuzione è parsa un poco frettolosa, con poco compiacimento (il che invece ci pare inevitabile per un pezzo tantoamericano) nei ritorni del tema principale. A tratti abbiamo percepito addirittura una pesantezza alquanto sorprendente in quanto estranea tanto al carattere del brano quanto a quello dell’interprete. Non è da escludersi che, dopo oltre un’ora e mezza di concerto solistico, Cominati cominciasse anche a sentire la stanchezza, mentre il brano è spietato nel richiedere ogni goccia di energia ed entusiasmo a chi lo suona. Non ci ha fatto comunque mancare i bis, continuando dove aveva terminato con Gershwin e la sua suadente canzone “The man I love”, che ha evidentemente fatto rinascere qualche sopita passione in alcune signore (non giovanissime) sospiranti in sala. Un notturno sigilla poi la buona notte a tutti.

Non sono molti insomma i pianisti italiani oggi in grado di reggere da soli una serata intera con questa ricercatezza e stile, proponendo un repertorio non scontato e dedicando tutta l’attenzione alla musica così come ha fatto, ancora una volta, Roberto Cominati. Per riascoltarlo in Auditorium dovremo attendere fino al Maggio 2014, quando tornerà per la Stagione Sinfonica con il Quarto di Beethoven. Nel frattempo ci lascia il buon ricordo di una serata estiva non certo banale ma anzi di grande fascino.

 

Alberto Luchetti

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