Macbeth alla Pergola di Firenze

Posted on 6 luglio 2013 di

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Una scena dal Macbeth di Vick, al Teatro alla Pergola, Firenze

Macbeth: Dario Solari
Banco: Marco Spotti
Lady Macbeth: Raffaella Angeletti
Dama della Lady: Elena Borin
Macduff: Saimir Pirgu
Malcolm: Antonio Corianò

 Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore: James Conlon
Maestro del Coro: Lorenzo Fratini
Regia: Graham Vick

Molto interessante l’iniziativa di riproporre, per i festeggiamenti della nascita di Giuseppe Verdi, il Macbeth nell’edizione originale del 1847. Non è qui la sede per una puntuale disquisizione della differenza tra le due edizioni, quella fiorentina e quella  parigina, successiva di ben 18 anni. E’ logico che diciotto anni non passarono invano, soprattutto per Verdi la cui parabola creativa fu esponenziale, tanto che per la ripresa scrisse pagine di assoluto valore tra cui l’aria “La luce langue”, il duetto “Ora di morte”, una riorchestrazione del coro dei profughi scozzesi e il grand-operistico finale ultimo. Questi brani fanno certo vedere che Verdi era pronto per la composizione del Don Carlos e per affrontare il teatro parigino con un vero grand-opéra superiore in tutto ai capolavori di Meyerbeer (anche se i parigini non lo capirono). Controcorrente quindi l’idea di riproporre la prima versione, una scelta forte tuttavia della possibilità di riproporre l’opera proprio nel medesimo teatro in cui andò in scena il 14 marzo del 1847: il Teatro alla Pergola. Allora essa fu accettata dalla critica con molte riserve ma fu immediatamente accolta dal pubblico con grande entusiasmo, con Verdi condotto a casa dalla banda e con il dono della municipalità di un serto dorato del valore di 200 zecchini che Verdi custodì gelosamente tanto da essere ancora conservato alla Casa di Riposo dei Musicisti.

La prima versione era così rivoluzionaria che sarebbe sicuramente sopravvissuta ai tempi anche senza le nuove aggiunte del ’65. Rivoluzionaria nel trascurare una trama amorosa (Lady e Macbeth sembrano uniti solo da un patto di sangue fin dalle prime note), rivoluzionaria nell’aderenza al testo del Bardo, rivoluzionaria nella ricodifica di alcune scene come quella delle apparizioni o quella celeberrima del sonnambulismo. Tutto ciò era già presente nel ’47 con una sua coerenza musicale, forse con qualche accento ruvido ma facente parte dei così detti “anni di galera” in cui certo non c’era tempo per rifinire le partiture composte a getto. Meditata fu certamente la trattazione delle due voci protagoniste, di grande spicco, quali Felice Varesi nel ruolo del titolo e Marianna Barbieri-Nini nel ruolo affascinante e crudele di Lady Macbeth. La Barbieri-Nini (1818-1887) esordì 7 anni prima nel Belisario ma raggiunse il successo con Lucrezia Borgia, che la portò ad interpretare numerose opere tra cui il verdiano “Due Foscari” nel 1844. Fu anche, nel 1848, la prima Gulnara nello sfortunato Corsaro verdiano. Lei stessa asserì che studiò la parte di Lady per ben tre mesi soprattutto per realizzare drammaticamente la scena del sonnambulismo. Per quanto riguarda Varesi, sebbene  egli avesse già cantato Ernani e Due Foscari in delle riprese, il ruolo di Macbeth fu il primo tagliato su misura su di lui, cercando di privilegiare le sue grandi possibilità nella declamazione e nella potenza vocale. In effetti nella prima versione dell’opera l’importanza del baritono è ancora più preponderante: basti pensare che in tutto il terzo atto compare lui solo con le streghe e le tre apparizioni e che il quarto atto si conclude focalizzandosi proprio sugli ultimi singulti della sua morte. Sembra quasi che nella versione parigina Verdi abbia voluto trovare nuovo equilibrio interno con una Lady più presente e più incisiva. Varesi sarà poi il protagonista di altre due prime verdiane di fondamentale importanza quale Rigoletto e Germont in La Traviata.

D. Solari

D. Solari

Se la scelta filologica richiama il passato, lo stesso non può certo dirsi delle scelte registiche. Lo spettacolo presentato alla Pergola, di impianto  nettamente moderno, ci ha particolarmente colpito. Innanzitutto il cantante protagonista (del secondo cast), l’uruguayano Dario Solari che aveva dato già ottima prova nel recente Belisario bergamasco, è stato interprete davvero carismatico. Potenza sonora, declamazione perfetta e grande prestanza scenica hanno contribuito a farne un personaggio a tutto tondo (all’inizio pieno di dubbi e drammatici conflitti personali e poi sempre più visionario fino all’autodistruzione nel IV atto). Il terzo atto come dicevamo è stato tutto nelle sue mani con squarci di frasi come “Oh! Lieto augurio! Per magica possa!” o “Fuggi, regal fantasima”: vere e proprie colate laviche. L’atto si concludeva non con il duetto che siamo stati abituati ad ascoltare ma con un altro sovraumano sforzo per il nostro baritono: “Vada in fiamme e in polve cada”.

Raffaella Angeletti (ascoltata la prima volta da noi in un trionfale Roberto Devereux bergamasco tanti anni or sono) non ha affatto tremato davanti alle asperità vocali che il suo personaggio deve affrontare. Livida la sua prima aria “Vieni! T’affretta”, seguita da uno stentoreo “Or tutti sorgete” con un si naturale finale perfetto e nitido come la lama di un coltello (il pugnale che ucciderà il Re!). Peccato che in una riproposta così filologica si sia permesso il taglio della ripresa della sua seconda aria “Trionfai! securi alfine”: si sa della diabolica difficoltà di quest’aria, ma il direttore non avrebbe dovuto permettere il taglio nel rispetto della partitura verdiana. Ottimo il brindisi con la ripresa cantata in un sulfureo pianissimo e la grande scena del sonnambulismo cantata in una vasca da bagno con minima interazione della dama e del medico.

Marco Spotti è un Banco che non conta solo sulla sua potenza vocale me è anzitutto gran fraseggiatore: ottimo quindi il suo “Come dal ciel precipita”. Giustamente tutte le sue apparizioni lo vedevano in compagnia del figlio in modo da preparare la grande scena del secondo atto prima della sua uccisione. Fleanzio infatti, oltre ad apparire nel finale primo, è in scena fin dalle prime battute del II atto mentre gioca su un’altalena insieme al padre. Precisi Samir Pirgu e Antonio Corianò rispettivamente nei ruoli di Macduff e Malcolm. Di effetto la comparsa del Re Duncan in sedia a rotelle e la sua successiva morte su un letto che letteralmente grondava sangue. Le visioni di Macbeth durante il brindisi non riguardavano la presenza di Banco (Spotti infatti non riappariva) ma Solari se la prendeva con due innocenti ospiti della festa: scelta registica molto perspicace.

Le streghe secondo Graham Vick

Le streghe secondo Graham Vick

Graham Vick ha creato delle scene moderne (ipoteticamente degli anni ’60 del novecento) di notevole bellezza. Sedie, letti, vetrate e alle spalle dei grandi cartelloni pubblicitari (con la faccia di Solari a testimoniare una campagna elettorale). La scena si allungava fin sopra la parte centrale dell’orchestra, luogo dove i cantanti nei momenti più drammatici cantavano quasi a contatto con il pubblico (non succedeva così anche nel ‘700 e nel’800?), con ottimi risultati di partecipazione al dramma e anche con brillanti effetti sonori in quello scrigno che è il Teatro della Pergola. Le streghe in particolare erano in realtà un gruppo di prostitute vestite di colori sgargianti e contrastanti che ben si amalgamavano in queste scene così moderne. Tutto l’atto finale, dove viene intonata la prima versione del coro  “Patria oppressa!”, era pieno di militari in tenuta mimetica che si confrontavano infine con un Macbeth ormai rimasto solo ad intonare il suo canto funebre “Mal per me che m’affidai”. Anche in questo la versione del ’47 è più asciutta e più drammatica, non avendo nulla da invidiare al fugato che indica la battaglia e al triplice coro degli scozzesi che con grande pompa (ma con meno sostanza) conclude l’opera riformata. Sempre ottima la gestione della partitura da parte dell’esperto James Conlon, che non ha smussato gli spigoli più vivi conservando le tinte forti dell’opera.

Ottimo infine il successo di pubblico per niente intimorito dalla modernità della messa in scena di un’opera che in realtà, come abbiamo visto, è altrettanto moderna sia sul piano musicale che su quello drammatico.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera