Rosenkavalier a Zurigo

Posted on 2 luglio 2013 di

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Ochs (Alfred Muff) e Octavian-Mariandel (Kasarova) nella pantomima

Feldmarschallin: Nina Stemme
Ochs: Alfred Muff
Octavian: Vesselina Kasarova
Sophie: Rachel Harnisch
Faninal: Martin Gantner
Marianne: Liuba Chuchrova
Annina: Irène Friedli
Valzacchi: Michael Laurenz
Ein Sänger: Stefan Pop

Orchestra Philharmonia Zürich e Coro dell’Opera di Zurigo
Direttore: Fabio Luisi
Direttore del coro: Jürg Hämmerli
Regia: Sven-Eric Bechtolf
Scene: Rolf Glittenberg
Costumi: Marianne Glittenberg
Luci: Jürgen Hoffmann

Mancano ancora parecchi mesi prima che giunga l’anno del cento-cinquantenario della nascita di Richard Strauss (1864->2014), ma i teatri d’oltralpe cominciano già ad offrire ai più appassionati dei succosi antipasti straussiani. Ad Aix-en-provence il 10 Luglio andrà in scena l’attesa Elektra di Salonen e Chéreau con la Herlitzius protagonista (produzione che transiterà poi in Scala), a Monaco è di scena una Ariadne auf Naxos di De Billy e Carsen, mentre a Zurigo in questo stesso mese di Luglio verranno ripresi due allestimenti di Bechtolf: Salome e Rosenkavalier. Proprio di quest’ultima opera abbiamo assistito alla prima, attratti dal cast vocale (Stemme, Kasarova, Muff, Harnisch) e dalla direzione di uno straussiano doc come Luisi.

Il terzetto in scena zen

Il terzetto in ambito zen

Dopo una energica ouverture, in cui abbiamo subito modo di gustare la qualità degli ottoni dell’orchestra zurighese, il sipario si apre su una scenografia che sorprende chi non ha visto questo allestimento di Sven-Eric Bechtolf (ripreso dopo circa 10 anni): una stanza completamente bianca, asettica, con grandi finestre sul fondo e tronchi di alberi orientaleggianti, secchi e privi di rami, che percorrono l’intera scena in altezza. Indubbia l’eleganza formale dell’insieme delle scene di Rolf Glittenberg, più discutibile la qualità di realizzazione (pezzi molto grossolani), ma ciò che lascia davvero perplessi è cercare di ritrovare in tale minimalismo l’atmosfera di eccessi e scintillii rococò che caratterizza il Rosenkavalier. Per capire quanto sia fondamentale il gioco di apparenze in quest’opera basterebbe pensare alla celebre frase di Hugo von Hofmannsthal, il librettista, che predicava la necessità di “nascondere la profondità nella superficie”. In pratica tutto l’opposto dell’intimismo e spiritualismo zen che viene invece messo in scena. E’ vero che esiste una associazione fra la Gelassenheit della Marescialla e l’equivalente misura etica presente in molte filosofie orientali, ma qui siamo più che altro di fronte ad assenza di profondità mal celata da assenza di superficie, parafrasando ironicamente sempre Hofmannsthal. Questa impostazione scenica ritorna anche nel terzo atto (che la camera di Marie Therese equivalga alla stanza di una Gasthaus è evidentemente un’altra grande trovata del regista), che viene per lo meno vivacizzato dalla presenza di una fantasiosa pantomima con maschere halloweenesche di scheletri e di mostri. Decisamente più azzeccata la scena per il secondo atto, con la borghesissima casa di Faninal che diventa una sorta di chocolaterie seriale in cui si impasta del pongo azzurro sullo sfondo di una sfilza di piatti squisitamente Biedermeier. Anche i movimenti di scena sono stati per lo più un aspetto positivo, con l’unica ma grave eccezione di due cadute di stile nel finale: la Marescialla prima perde le staffe contro Ochs e poi sviene dopo il terzetto. Decisamente una scarsa comprensione del carattere del personaggio.

Abbiamo voluto sbarazzarci immediatamente della parte scenica per poterci godere la descrizione di quella musicale, che è stata la componente più interessante della serata. Fatta eccezione per un paio di prestazione mediocri (Martin GantnerLiuba Chuchrova, rispettivamente Faninal e Marianne), tutti gli elementi coinvolti sono stati all’altezza di una delle partiture più problematiche e notevoli nella storia della musica. I quattro protagonisti in particolare hanno tutti saputo gestire il complesso mix di sensibilità scenica, atletismo canoro e senso del ritmo che la Komödie für musik richiede. In primis Nina Stemme, una Marescialla certamente atipica per fisicità imponente e vocalità irruente. Conosciamo oramai i pregi di questo soprano di altissimo livello, di cui si apprezza sempre l’impressionante precisione e omogeneità di timbro in tutti i registri, la facilità con cui risolve anche i passaggi più ardui e l’assenza di quei vezzi e manie di protagonismo che spesso inficiano il risultato corale. D’altra parte si prova quasi un certo senso di sbigottimento nell’affidabilità e inaffondabilità di quella voce, faticando a ritrovare il velo di fragilità caduca che è un tratto saliente del personaggio della Marescialla. Nel fraseggio della Stemme, sempre volitivamente concentrata nel non sbagliare una nota, non si arriva mai a quel senso di abbandono al fluire del tempo e delle cose che è il vero punto d’arrivo dell’opera (“Leicht will ich’s machen”). Non aiutano la presenza fisica statuaria ma poco nobiliare, i già citati movimenti di scena discutibili ed i costumi (di Marianne Glittenberg) non propriamente raffinatissimi (specialmente l’abito degno di una maîtresse del terzo atto). Al suo fianco nel gioco di coppie dapontiano troviamo l’Octavian di Vesselina Kasarova, che mette in mostra altrettanto vigore e precisione in una parte non facile in quanto ibrida. Il timbro scuro è azzeccatissimo per il ruolo en travesti e la caratterizzazione esuberante e sensualistica non fa una piega (molto efficaci le esplosioni di irrequietudine in “Ich will den Tag nicht sehn, den Tag nicht denken”). L’unico appunto che si possa fare sarebbe una tendenza alla paresi facciale su un sorriso impostato e molto di maniera, ma resta un dettaglio trascurabile.  

La Marescialla (Nina Stemme) e Octavian (Veselina Kasarova)

La Marescialla (Nina Stemme) e Octavian (Veselina Kasarova)

Sull’altro fronte abbiamo il mattatore Alfred Muff, veterano del ruolo del “bue” Ochs, che in controtendenza rispetto a quanto visto finora in questo allestimento ne esce meno caratterista e (un pochino) più raffinato di quanto spesso sia. Tutto contribuisce all’effetto: dal volto da attore shakespeariano di Muff, alla sua statura imponente e slanciata fino al gusto sobrio della redingote bruna con cui è abbigliato. Anche il timbro senescente toglie goffaggine e aggiunge una malinconia da un vecchio gentilhomme che con sempre più fatica riesce a “spremere qualche dolcezza” dalla sua vecchia carne, per citare Falstaff (sui debiti del Rosenkavalier con l’ultimo lavoro verdiano, molto apprezzato da Strauss, ci sarebbe da parlare per ore). Qualche affaticamento dovuto ai tempi veloci di Luisi è perdonabilissimo. L’altra figura tipicamente comica (seppur anche qui con squarci lirici di rara bellezza) è l’ingenua ma ambiziosa borghesuccia Sophie, impersonata da Rachel Harnisch, pupilla di Abbado che si fa notare soprattutto per il modo delizioso con cui sale alle soglie paradisiache dei pianissimi acuti straussiani (si arriva fino al do#), degni di un assolo di violino. Non è altrettanto efficace l’alternanza con l’affannoso fraseggio comico da ragazzina naif, ma anche qui la prova resta encomiabile e riuscitissima. Ottimi in pieno registro comico sono stati anche i due intriganti di Irène FriedliMichael Laurenz, così come Stefan Pop non ha fatto rimpiangere nomi più noti nella parte del cantante italiano, che entra curiosamente in scena in una scatola magica sotto forma di giocattolone a carica.

F. Luisi

F. Luisi

Resta da raccontare soltanto, come ultima ciliegina che pure è in realtà la base della torta, la direzione di Fabio Luisi. Abbiamo già accennato ai tempi piuttosto veloci staccati dal maestro, che ci hanno dato la netta sensazione di un precipitare continuo degli eventi, molto funzionale al senso di Zeitlichkeit, di ansioso tempus fugit che è in effetti cuore pulsante della poetica del Rosenkavalier. Il gesto di Luisi è peraltro sempre elegantissimo, preciso e attento a tutti gli attacchi, tirando fuori il meglio dall’ottima orchestra di Zurigo (vertiginoso l’inizio del terzo atto) e mettendo a frutto tutto il pane austriaco mangiato negli anni per dare slancio ai valzer dell’opera. Nel complesso dunque una direzione che, in linea con l’interpretazione dei cantanti, è stata più energica che decadente, più densa che trasparente, più concreta che ideale. Personalmente non ci sarebbe spiaciuta anche qui, almeno in alcuni passaggi, una dimensione più argentea, di pura e levigata superficie (la superficie non superficiale di cui parlava Hofmannsthal), di specchio lucente che riflette la realtà nell’idillio che si sa artificiale. Come la rosa d’argento, che col suo goccio di olio persico è più celestiale di qualsiasi rosa reale ed è “eternità e tempo insieme, in un attimo beato”. Per approfondimento ci permettiamo di rimandare al piccolo approfondimento sull’opera scritto alcuni mesi or sono su questo stesso sito, che trovate qui. Ancora una volta, comunque, non sono questi desiderata ad annullare la piena riuscita di una serata di grande opera, con grandi eccellenze sul fronte musicale.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera