Maria Stuarda a Firenze

Posted on 1 luglio 2013 di

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Mariella Devia in una precedente

Maria Stuarda: Mariella Devia
Elisabetta: Laura Polverelli
Leicester: Shalva Mukeria
Talbot: Gianluca Buratto
Cecil: Vittorio Prato

  Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore: Alain Guingal
Maestro del Coro: Lorenzo Fratini

 

Maria Stuarda, capolavoro drammatico di Gaetano Donizetti, ebbe pochissima circolazione nell’800 (qualche ripresa tra il 1835 e il 1848) e fu riscoperto, seppur con pesanti manomissioni, solo nel 1865, creando la base per le numerose riprese nel corso del novecento e, finalmente, nel 1989, di un’edizione critica basata sull’autografo conservato allo Stiftelsen Musikkuturens Främjande di Stoccolma. Vita difficile proprio in virtù della sua modernità. Il librettista Giuseppe Bardari ebbe sicuramente poco peso nella realizzazione del testo che per il suo taglio drammatico deve essere stato escogitato interamente dalla mente di Donizetti, già librettista di altre sue opere. Lo sbilanciamento della parte di Elisabetta a favore del ruolo di Maria e l’invettiva del finale primo furono all’origine dello scontro fisico tra le due prime donne Anna del Sere e Giuseppina Ronzi de Begnis. Proibita al San Carlo, l’opera apparve in prima assoluta alla Scala, dove l’anno prima aveva debuttato con enorme successo la Gemma di Vergy. Anche qui tuttavia non mancarono gli inconvenienti: la cantante che doveva interpretare Elisabetta, Sofia dell’Oca Schoberlechner, rifiutò appena vide la sua parte, mentre Maria Malibran, fin troppo entusiasta del ruolo, non sostituì le parole previste dal censore ma cantò imperturbabile l’invettiva. Risultato: dopo sei sere l’opera fu proibita anche alla Scala. Con buona pace di Donizetti, che aveva profuso impegno e tempo perché il successo fosse garantito a Milano, aggiungendo una notevole sinfonia che cita la cabaletta di Maria nell’atto primo, aggiungendo un duetto Maria-Leicester (scritto in origine per il Buondelmonte) e riscritta in numerosi luoghi la parte di Maria per adattarla alla voce ibrida della Malibran. Sembra che l’insuccesso sia stato dovuto anche alla scarsa preparazione sia dei cantanti che dell’orchestra: ne è indice il fatto che l’opera, invece che inaugurare la stagione il 26 dicembre del 1835 (lo fecero I Puritani), venne eseguita in prima il 30 dicembre. La sostituta della Schoberlechner, Elisabetta Giacinta Puzzi-Toso, addirittura non sapeva la parte, tanto che si dovette tagliare parte del cantabile della sua aria nell’introduzione! Colmo dei colmi per concludere: alcune recite scaligere successive prevedevano l’atto primo di Suarda e gli ultimi due atti di Otello. Sfigurata in questo modo l’opera non poteva certo reggere.

Oggi ciò che fu pietra dello scandalo fa probabilmente sorridere, ma è indubbio che il finale primo sia e resti un capolavoro di tensione, con il dialogo delle due regine portato ad un punto di non ritorno proprio nella (censurata) invettiva di Maria Stuarda:

“Oh ria beffarda!
Figlia impura di Bolena
Parli tu di disonore?
Meretrice indegna oscena,
in te cada il mio rossore…
Profanato è il soglio inglese
Vil Bastarda dal tuo piè.”

Neanche Giuseppe Verdi, sempre ai ferri corti con la censura, avrebbe osato tanto! Capolavoro ancor maggiore, dopo il terzetto di ascendenza rossiniana dell’atto II (vedi l’Elisabetta regina d’Inghilterra), è tutto l’atto II con la confessione (molto prima dello Stiffelio, opera non a caso accomunata nella lotta con la censura), il coro dell’andata al patibolo, la preghiera (poi ripresa nella Linda di Chamounix) e la lunga aria finale, vero acme drammatico. Tutto ciò è sulle spalle della Stuarda, che può approfondire con mille sfumature il personaggio storico ma sempre attuale nel suo calvario.

Mariella Devia in questo è stata davvero superlativa. L’avevamo già ascoltata in questo ruolo sia alla Scala che a Roma che a Bergamo. Insomma, un ruolo ormai che potremmo definire una seconda pelle. La voce, a differenza della circa coetanea Gruberova, ha un’intonazione perfetta e non teme neanche le puntate sovracute. Precisa, puntuale e con ottimo fraseggio, la Devia ha scavato a fondo il personaggio, specialmente nel secondo atto, che è tutto in sua mano. Bellissima la sua confessione: per quanto il brano sia indicato in partitura come duetto, ci si accorge ben presto dello sbilanciamento delle parti a favore della Stuarda, che confessa i suoi delitti prima in un larghetto e poi con ritmi sempre più concitati. La frase “Quando di luce rosea” sembra infinita, lunga come le pure melodie belliniane a cui Talbot si associa solo come pertichino verso la fine. Con la cabaletta successiva le due parti acquisiscono un certo equilibrio, messo a rischio nell’esecuzione fiorentina a causa di un taglio nella ripresa, in realtà fondamentale poiché nell’episodio ponte si dicono questi versi:

Talbot: Dunque innocente?
Maria: Vado a morir.
Talbot: Infelice, innocente, tu vai a morir.
Maria: Sì,sì innocente lo giuro io vado a morir.

Sono frasi chiave che la musica amplifica: tagliarle significa non capire l’architettura perfetta della composizione. Altro episodio che la Devia ha risolto in maniera brillante è la preghiera: l’arpa nella tonalità di mi bemolle accompagna questa toccante melodia, ma è proprio quando la tonalità vira in do maggiore che si ha il salto di qualità, col soprano chiamato a tenere un sol acuto per ben otto battute per poi salire senza prender fiato fino al si bemolle. In questo Mariella è stata perfetta, una vera professionista. Dell’aria finale infine esistono due versioni (sia del Larghetto che del Maestoso): sarebbe bello sentire in qualche futura recita di questa interprete la versione alternativa composta per la Malibran.

L. Polverelli

L. Polverelli

Laura Polverelli ha tratteggiato una crudele Elisabetta, personaggio invero piuttosto monocorde e che verrà scolpito a tutto tondo da Donizetti solo con il Devereux. La Polverelli ci è parsa molto agguerrita per una parte forse un po’ acuta per lei ma risolta benissimo e brillantemente. Gelida nel duetto con il tenore (“Quali sensi!”) ha aperto il sestetto “E’ sempre la stessa” con voce imperiosa nonostante un errore dei fiati proprio nella frase di apertura. Poco validi invece i tre uomini: il tenore Shalva Mukeria ha cantato Leicester con voce biancastra per nulla accattivante e con intonazione sempre al limite. Il Cecil di Vittorio Prato ha avuto invece il deficit di sparire negli assieme, mentre l’unica sua sortita, nel terzetto del’atto secondo, è apparsa corretta e nulla più a causa di una voce piccola che non sbozzava un personaggio così perfido. Si salva calcio d’angolo l’interprete di Talbot: Gianluca Buratto ha notevole volume sonoro ed emerge bene nei pezzi concertati. Discreti i suoi due duetti (il primo con Leicester e il secondo con Maria). Peccato che questa potenza vocale risulti all’ascolto piuttosto rozza e priva di un fraseggio coerente.

Il direttore Alain Guingal ha accompagnato bene i cantanti nonostante alcune imprecisioni dell’orchestra: certo non ha sfruttato le mille opzioni che l’edizione critica gli forniva. Visto che si trattava di uno spettacolo in forma di concerto avrebbe potuto osare di più introducendo varianti alle arie e ai duetti, alternative tutte previste dalle appendici della partitura. Insensato non avere eseguito la splendida ouverture a favore di un preludio disorganico. L’importanza della sinfonia sta proprio nell’introdurre in flashforward il tema della cabaletta di Maria, preparando ed esaltando così fin da subito il ruolo affidato alla Malibran. Grave infine l’aver tagliato numerose cabalette e strette tra cui la ripresa del duetto Maria-Leicester (“Se il mio cor tremò giammai”), nella quale la ripetizione avrebbe prodotto una notevole propulsione della melodia, come succede nella Lucia a “Verrano a te sull’aure”. Taglio incredibile anche nella stretta del terzetto dell’atto secondo, unico luogo dove emerge la figura di Cecil. Anche la fine della confessione come abbiamo già detto non ha avuto le sua precisa ripresa, senza contare che quasi ogni brano aveva tagliate le code degli ultimi movimenti, il tutto a discapito della partitura così ben ponderata. Considerando il periodo che sta vivendo del Maggio è davvero un brutto segnale di “gioco al risparmio” non tanto economico (che sarebbe perdonabile, come per la scelta della forma concerto) ma propriamente artistico.

Il coro del Maggio ha colto l’occasione di confermare il suo valore con l’ampio brano, introdotto dagli ottoni, sulle parole “Vedeste? Vedemmo. O truce apparato”. Un coro in crescendo che inizia con frasi spezzate (vedi Anna Bolena e Maria di Rohan) per poi acquisire una melodia forte e potente che caratterizza la parte finale.

Nel complesso quindi un’ottima prova del comparto femminile e discreta da parte dei tre uomini che non hanno comunque inficiato il successo della serata, trascinata dalla Devia e coronata da numerosi applausi dal folto pubblico. Chiudiamo parlando ancora di Mariella, che ha portato questo ruolo in tanti teatri e che speriamo di vedere e ascoltare anche in altri personaggi del suo repertorio come Parisina, per la gioia dei numerosi fan sia suoi che del nostro amato Donizetti.

Fabio Tranchida

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