Il fantastico di Mendelssohn con laVerdi

Posted on 12 giugno 2013 di

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J.N. Paton - Studio per Oberon e Titania

F. Mendelssohn: Sogno di una notte di mezza estate Ouverture op.21
P. Hindemith: Metamorfosi sinfoniche su temi di Carl Maria von Weber
F. Mendelssohn: Sinfonia n.4 in la maggiore op.90 “Italiana”

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Gaetano D’Espinosa

Prima del gran finale verista, con la Cavalleria Rusticana in forma di concerto, la stagione sinfonica de laVerdi si concede un viaggio nel fantastico sulle note di uno specialista qual’era Felix Mendelssohn Bartholdy. Immancabile in questo caso l’ouverture dal Sogno di una notte di mezza estate, così come la trasposizione sinfonica dell’immaginifico “Viaggio in Italia”: appuntamento fisso per un tedesco di alta estrazione culturale. In mezzo a questi due brani viene proposto invece lo sguardo di un autore sempre tedesco ma del novecento, Paul Hindemith, che con le sue Metamorfosi sinfoniche omaggia la vena fantastica che è tipica della musica germanica attraverso la rilettura di temi di Carl Maria von Weber. A guidarci in questo percorso è la bacchetta sapiente di Gaetano D’Espinosa, già applauditissimo ospite di questa sala.

G. D'Espinosa

G. D’Espinosa

Se di viaggio si tratta, è difficile trovare avvio più azzeccato di quello con cui Mendelssohn apre la sua op.21: una sequenza di tre accordi ai fiati caratterizzati da timbrica e armonia molto aerea e impalpabile, come a segnare un distacco progressivo dal nostro mondo verso uno più immateriale. Mondo della musica forse, o delle fate, come suggerirebbero gli archi zampettanti immediatamente successivi. Gaetano D’Espinosa non pare preoccuparsi eccessivamente delle corone sugli accordi dei fiati e, forse con un po’ di fretta, ci trascina subito nel turbinio di ottave staccate. Ci è parsa in ogni caso l’unica scelta discutibile nella sua direzione, che ha trovato lustro nei passaggi più complessi in cui questi mondi si mescolano (come in Shakespeare), smarrendo l’identità ma non del tutto la propria consistenza. Risultato ottenuto soprattutto grazie ad una impostazione del gesto alta, che ha mantenuto il suono dell’orchestra sempre in sospensione, cercando di rendere quella “chiarissima confusione” (o viceversa una confusissima chiarezza) con cui ci si presentano i sogni. Chiarezza assoluta nel ritmo incalzante; senso di disorientamento nel mescolarsi dei timbri e nell’incessante sfocarsi delle linee melodiche. Le dinamiche ad esempio vengono trattate con grande oculatezza, evitando gli scompensi bruschi (tranne nella parte di danza, con quelle subitanee ricadute in accordi lontani e gravi). Maggior definizione viene inoltre guadagnata nello svilupparsi del brano, specialmente dopo il ripresentarsi degli accordi iniziali ai legni, cosicché si intravvede proprio un percorso nuovamente verso la luce del giorno, che spunta (sempre ripetendo quegli accordi) nel finale. Qui tutto è chiarito e armonizzato, gli archi ampliano il loro canto e i fiati li sostengono. I due mondi convivono.

P. Hindemith

P. Hindemith

Le doti di lettura e interpretazione di D’Espinosa sono state tuttavia preziose soprattutto nel successivo brano, quello più recente e più complesso: le Metamorfosi sinfoniche su temi di Carl Maria von Weber di Hindemith. L’orchestrazione ampia e poco ortodossa ha richiesto evidentemente un enorme lavoro di bilanciamento dei timbri, con risultati ottimi, specialmente nella seconda parte, in cui una ripetizione tematicamente ossessiva trova la sua “metamorfosi” proprio nel perpetuo fluire da un impasto timbrico ad un altro. Sempre in questa parte sono stati eccellenti sia gli ottoni, impegnati in una parte di fraseggio dedicata, che il percussionista alle campane, strumento per una volta non solo descrittivo e d’atmosfera ma vero pilastro portante della composizione. Sempre attraverso una marcata distinzione timbrica (fiati contro archi) il direttore è stato in grado di far percepire nettamente, nella terza parte, ciò che è tema (di Weber) e ciò che è variazione (di Hindemith). Così facendo si è potuto enfatizzare tanto il carattere bucolico e placido del tema, evocativo del romanticismo di inizio ottocento, quanto la vena inquieta e tipicamente novecentesca della variazione. Sarebbe scorretto qui non menzionare almeno di sfuggita il merito del primo flauto, messo decisamente alla prova quasi come un solista. Ottime infine (e direi soprattutto) le scelte di tempo di D’Espinosa, di cui abbiamo già indicato la capacità di incalzare continuamente l’orchestra fino ad ottenere una resa “mozzafiato” del brano. Non sono mancate energia ed effettistica dunque, mentre non sempre impeccabile è stata la precisione, unica nota imperfetta della serata. Specialmente gli attacchi ci erano già sembrati in passato un punto dolente per questo direttore (recentemente, per il Macbeth in Scala, si è parlato di problemi analoghi a cui ha fatto seguito una sostituzione), ma in ogni caso egli ha dimostrato sufficienti qualità che più che controbilancino questi dettagli. Chiudiamo infatti il resoconto di Hindemith parlando della resa notevolissima del quarto ed ultimo movimento, una marcia che ricorda molto lo stile parodico di Mahler (che a sua volta si era occupato parecchio di Weber, imitandone lo stile per completarne i Drei Pintos). Splendido il suono sordo e ovattato dei fiati, che in opposizione a quello stridente degli archi ci immerge in atmosfere di grande inquietudine, tanto maggiore proprio nella smascherata baldanza della marcia. Impossibile, dato l’anno di composizione (1943) e la condizione di esiliato del compositore, non pensare anche al destino della Germania nazionalsocialista in quegli anni di guerra totale e fatale. A fine brano il direttore, visibilmente provato, si è complimentato quasi individualmente con tutti i musicisti, autori di un’ottima prova complessiva.

Mendelsshon: uno sguardo al passato o al futuro?

Mendelsshon: uno sguardo al passato o al futuro?

Arriviamo così a chiudere il sandwich con la Quarta sinfonia, che ci riporta sul crinale fra classico e romantico su cui danza (è il caso di dirlo) Mendelssohn. L’andatura, già allegra di per sé, è stata ovviamente ulteriormente ringalluzzita dall’energia di D’Espinosa, che concentra nelle scelte del tempo gran parte della differenziazione fra primo e secondo tema (quest’ultimo infatti è reso molto più lento). Questa volta troviamo anche un occhio di riguardo per la trasparenza del suono (molto in risalto ad esempio i pizzicati iniziali), seppur con impasto ancora piuttosto denso, come a tradire l’essenza prettamente tedesca e romantica di questa rappresentazione dell’Italia e del classicismo. Molto sontuoso il suono in legato dei violini, che conferisce anche un carattere maestoso sia al primo movimento che al terzo. Il secondo movimento invece sprofonda in una ricerca timbrica che si muove verso l’atavico, verso un suono che venga dalle profondità del popolare, della terra, attraverso sonorità ben impastate fra loro. Evocativi i corni e più in generale gli ottoni, in grande serata (meglio degli archi, non sempre precisissimi). Come per Hindemith in ogni caso, anche qui il meglio arriva quando l’incalzare che abbiamo visto essere marchio di fabbrica di D’Espinosa trova un terreno fertile su cui misurarsi. Il riferimento, ovviamente, è al Saltarello finale, che conclude degnamente una sinfonia decisamente più intensa di quanto la ricordassimo. Irrimediabilmente tedesco dunque il nostro Mendelssohn, nonostante il cosmopolitismo e i viaggi. Non a caso fu fra i primi a riscoprire le radici della musica tedesca con la riesumazione delle opere di Bach (di cui potremmo ritrovare qualche influsso nella fuga nel primo movimento di questa sinfonia). Non a caso è l’ebreo convertito (pur forse con scarsa convinzione) autore di una sinfonia sulla Riforma, nonché l’inventore dei proto-romantici Lieder ohne Worte. Abbiamo sentito oggi questa anima di Mendelssohn molto più che quella filo-mozartiana che si riscontra invece nella maggior parte delle versioni di sue opere, e specialmente di queste a tema fantastico o evasivo. E ci è sembrato un ottimo punto di vista, da meditare e riascoltare.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica