Il Trionfo di Clelia a Bologna

Posted on 5 giugno 2013 di

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Maria Grazia Schiavo è Clelia al Comunale di Bologna

Clelia: Maria Grazia Schiavo
Orazio: Mary-Ellen Nesi
Larissa: Burçu Uyar
Tarquinio: Irini Karaianni
Porsenna: Vassilis Kavayas
Mannio: Daichi Fujiki

Orchestra e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore: Giuseppe Sigismondi De Risio
Regia: Nigel Lowery

 

Un’ ottima idea quella di riprendere l’opera “Il Trionfo di Clelia” di Gluck per festeggiare i 250 anni dall’apertura del magnifico teatro settecentesco di Bologna. Fu  proprio quest’opera ad aprire la stagione 250 anni fa con la collaborazione di Christoph Willibald Gluck (1714-1787) per la musica, di Metastasio (1698-1782) per il libretto e del grande architetto Antonio Galli da Bibbiena (1697-1774, terzo figlio del celebre Ferdinando Galli da Bibbiena, a sua volta figlio di Giovanni Maria Galli da Bibbiena: un’intera famiglia di artisti insomma). Possiamo dire quindi che fu chiamato a Bologna il meglio del meglio. Dalle poche recensioni sopravvissute si può palare certamente di un grande successo che si replicò per tutte le numerose repliche di maggio e giugno del 1763. L’opera non fu poi ripresa, forse perché considerata di circostanza, forse per le difficoltà vocali nelle parti dei protagonisti o forse per le ardite soluzioni scenotecniche del secondo atto dove addirittura si rappresenta una battaglia su un ponte romano che rovinosamente crolla. Oltre alle tre ore di musica dell’opera erano presenti nello spettacolo originale ben due balletti. Bisogna notare in particolar modo che l’architetto Bibbiena, che aveva costruito il teatro comunale, era anche l’artefice di scene e costumi creando quindi un unicum tra architettura reale e scenografia fittizia. Si conservano molti disegni in generale delle scenografie del Bibbiena e del suo amico Torelli (scenografo di Fano) che ci lasciano immaginare uno spettacolo sontuosissimo.

Il capolavoro di Gluck fu come è noto “Orfeo e Euridice”, rappresentata per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762, quindi pochi mesi prima della nostra opera bolognese. Con l’”Orfeo” inizia la grande riforma dell’opera lirica che Gluck porterà avanti con le due “Ifigenie”. Come si comportò il nostro compositore per il debutto bolognese? Innanzitutto egli scelse di musicare “L’Olimpiade”, un vecchio libretto di Metastasio già messo in musica da tanti compositori tra cui Pergolesi e Vivaldi. Già in questa scelta si vede la volontà di non proporre una novità sia letteraria che musicale per l’opera di Bologna. Per fortuna, tuttavia, gli venne invece affidato un libretto da poco composto, “Il Trionfo di Clelia”, musicato da Hasse (compositore di formazione napoletana) che aveva esordito sulle scene solo l’anno prima nel 1762. Un libretto quasi nuovo quindi mai udito nella penisola, un libretto moderno con uno stupefacente secondo atto come avremo modo di sottolineare.

L’opera quindi ha molte modernità sebbene non accolga tutte le direttive del riformato “Orfeo” e privilegi ancora le arie di grande virtuosismo per sfruttare al meglio le funamboliche possibilità dei solisti che prendevano parte alla rappresentazione. Un’opera quindi bifronte che tenta da un lato di dire qualcosa di nuovo con la gran scena della battaglia del secondo atto e dall’altro cerca di lusingare le orecchie del pubblico con una vertiginosa coloratura (si veda ad esempio l’aria di Clelia che chiude il primo atto).

Un curioso estratto della regia di Lowery

Un curioso estratto della regia di Lowery

Clelia è stata interpretata della cantante napoletana Maria Grazia Schiavo che con grande temperamento ha risolto l’impervia tessitura delle sue arie. Grande lode al suo drammatico recitativo accompagnato prima di gettarsi tra i flutti del Tevere.
Di pari importanza il ruolo di Orazio cantato Mary-Ellen Nesi, già protagonista dell’incisione ateniese di cui vi consigliamo l’acquisto per poter riascoltare con calma questa musica notevolissima. Questo mezzosoprano greco ma nativo del Canada ha scolpito un ottimo personaggio in bilico tra l’amore per la bella Clelia e il valore militare. Un ruolo eroico quindi, impersonato alla prima da un sopranista che ricevette il compenso più alto di tutta la compagnia. La Nesi “en travaesti” ci ha profondamente colpito con le sue notevoli messe di voce  che le hanno permesso arie drammatiche ed eroiche al tempo stesso. Forse la più brava del cast anche se il volume sonoro era leggermente ridotto: suppliva la perfetta intonazione e il giusto sgranare della coloratura.
Le due protagoniste sono state beneficiate all’inizio del secondo atto di un bellissimo duetto con un’orchestra vaporosa a sostenere le voci e i commenti del corno. Un duetto capolavoro se si fosse messo di mezzo il regista che ha deciso di proiettare una lunga frase sullo stendardo che reggevano le due donne distraendo così l’attenzione dal valore musicale del duetto.

Il cattivo dell’opera, cioè Tarquinio, era impersonato da Irini Karaianni che già aveva canto il ruolo al Covent Garden di Londra. Un ruolo molto difficile e non risolto del tutto dalla cantante. Belle le sue arie anche se meno virtuosistiche essendo infatti il primo interprete assoluto un sopranista ancora agli esordi. Da notare la decisione del direttore d’orchestra Giuseppe Sigismondi De Risio di spostare la sua aria nel terzo atto, proprio alla fine dell’opera e appena prima del coretto conclusivo, forse per rendere più drammatica la sconfitta di Tarquinio. Peccato che questa scelta editoriale non fosse chiarita nel libretto edito insieme al programma di sala che invece molto opportunamente indicava tutti i tagli sia ai recitativi che alle arie. L’aspetto di Tarquinio risultava parecchio goffo sotto i suoi costumi e anche la barba posticcia non contribuiva certo all’eleganza barocca del personaggio. Si sarebbero potuti e dovuti trovare altri modi per rafforzare la “mascolinità” del ruolo.
Larissa, sebbene beneficiata di 3 arie, una per atto, rimane come gli altri personaggi del cast un ruolo secondario. Burçu Uyar non è andata oltre alla semplice definizione del personaggio cantando con precisione ma davvero con poca fantasia. Vassilis Kavayas non è invece riuscito in nessun momento a focalizzare la vocalità impervia di Porsenna : il suo canto è risultato sempre difficoltoso nella difficile scrittura gluckiana.

Certamente il punto debole dello spettacolo è stato in ogni caso la parte visiva, molto povera sia nella scenografia che nelle idee registiche. Un sipario oltre il sipario nascondeva una brutta scena in legno con un’alta libreria e una porta che faceva scorgere una città industriale (che orrore) realizzata in maniera approssimativa. Della scritta nel duetto abbiamo già detto. Ma il regista è riuscito a rovinare anche il secondo atto famoso per la battaglia sul ponte. Il ponte era costituito da una ventina di scatoloni sui quali era proiettata una lunga e stretta scena con armigeri che si affrontavano. Al termine di questa battaglia naif, Orazio faceva crollare gli scatoloni e spariva in una botola sotterranea. Sempre ad Orazio nel terzo atto non viene risparmiato l’espianto del cuore con un guanto di plastica gialla!!! Non capiamo dove il regista abbia potuto cogliere queste idee discutibili sia dal punto di vista formale che, soprattutto, dal punto di vista estetico.

Per fortuna c’era un grande direttore d’orchestra. Un’orchestra in splendida forma e costituita da un numeroso organico proprio come volle Gluck alla prima (notare la massiccia presenza dei fiati per colorire la arie). Un direttore che aveva già curato la sopracitata edizione discografica che a differenza della nostra performance era completamente integrale. A teatro invece molto opportunamente sono stati sfrondati i recitativi e omessi alcuni “da capo”: tutto per rendere la successione drammatica più scorrevole.

Alla fine numerosi applausi per tutti davvero ben meritati per questa coraggiosa prova di riportare sulle scene quest’opera lungamente e ingiustamente obliata.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera