Ceccato e il puzzle Dvorak con laVerdi

Posted on 5 giugno 2013 di

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Aldo Ceccato sul podio

A. Dvořák: Sinfonia n.4 in re minore op.13
J. Brahms: Danze Ungheresi 17 – 18 – 19 – 20 – 21 (orch. Dvořák)
J. Brahms: Danze Ungheresi 1 – 5 – 6

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Aldo Ceccato

 

Trentaseiesimo e terzultimo appuntamento con la stagione sinfonica dell’orchestra laVerdi che si concluderà fra due settimane con la Cavalleria Rusticana in forma di concerto. Si riprende fra le mani un filo conduttore che ci ha già accompagnato svariate volte negli ultimi due anni: l’integrale delle sinfonie di Antonin Dvořák sotto la bacchetta di Aldo Ceccato. E’ il turno della quarta sinfonia, mentre la seconda metà del concerto omaggia uno dei colleghi che fu più vicino al compositore ceco con le danze ungheresi di Brahms, di cui alcune con l’orchestrazione proprio di Dvořák.

La sinfonia in re minore, cronologicamente la quarta composta da Dvořák, risale agli anni di maturazione stilistica del compositore (aveva ventitre anni) e risente molto degli influssi dei maestri, dal classicismo di Beethoven fino al tardo romanticismo di Wagner e Brahms. La commistione stilistica è d’altronde uno dei talenti più evidenti in Dvořák, come dimostreranno le sue tante rielaborazioni del materiale etnico più disparato. In questo caso il re minore del primo movimento, reso particolarmente ostinato (nel primo tema) e dolce (nel secondo) dal maestro Aldo Ceccato, rimanda ritmicamente a Beethoven, mentre le sonorità orchestrali tradiscano tutti gli anni di storia della musica che separano i due. C’è il gesto accordale imperioso di Brahms, ci sono le ebbre scale cromatiche di Wagner che arricchiscono il tessuto, e perfino il violino classico, viennese, cede col procedere del pezzo a tinte sempre più slave. Ceccato “conosce il suo pollo” e sa dove trovare le pepite nella partitura, per lo più impedendo all’ascoltatore di soffermarsi troppo sul sostanziale manierismo vuoto della composizione ma avvolgendoci nella bellezza del colore orchestrale, esponendo con chiarezza estrema le melodie (già simmetriche e intellegibili di loro) e trascinandoci con una conduzione sempre sostenuta fino agli ultimi, cupi accordi. L’orchestra viaggia per buona parte in autonomia, permettendo al maestro il lusso di un ruolo più che altro di suggestione ed interpretazione. Molto bene in particolare gli interventi degli ottoni de laVerdi, protagonisti anche dell’inizio del secondo movimento, ricco di echi del Tannhäuser wagneriano seppur in un clima nettamente più contemplativo e sereno. Tutta l’energia viene dunque tenuta in serbo, dopo una pausa più lunga del solito, per l’indiavolato terzo movimento: uno scherzo “allegro feroce” (così recita la partitura) di sapore popolare. Non a caso fu questa parte a divenire immediatamente di successo sotto il patrocinio di Smetana. La melodia popolare si carica nel trio di abbellimenti fra cui spiccano i trilli, ove si coagula tutto l’organico arricchito per l’occasione con arpe, triangolo, piati, grancassa e timpani. Un fenomeno che ritroveremo anche nell’orchestrazione delle danze ungheresi di Brahms, ovviamente senza la maestosità della parte finale. Inesauribile la bacchetta di Ceccato, un motore sempre in moto per non perdere mai la verve ritmica. Un poco di tregua ci viene dall’inizio del quarto ed ultimo movimento, dove torna a prevalere il colore, specialmente negli archi molto chiari e dolci. Qui il controllo del maestro viene spesso meno, lasciando libertà di espressione che premia la cantabilità ma perde anche qualcosa in termini di “messa a fuoco” del suono. Inevitabile alla fine il tripudio (non particolarmente fine) in cui ogni gesto viene esagerato affinché non vi sia il minimo dubbio che finalmente si stia affermando il (non troppo catartico) re maggiore.

Un trionfo del minore sono invece le Danze ungheresi di Brahms, dove la natura modale e popolare delle melodie sfugge al diktat tonale del riscatto nel maggiore. O per lo meno quasi, perché la testa di Brahms era troppo metodica e strutturale per non fare poi di queste serie delle parti di un tutto e per non concludere alla fine questo tutto con il consueto cambio a maggiore. La scrittura nel mezzo resta in ogni caso molto variegata, con cambiamenti di ritmo frequenti e un grande gusto della transizione. L’orchestrazione di Dvořák, che come accennavamo non lesina i dettagli sgargianti di triangoli, arpe e ottavino, rende ancor più brillante e curiosa questa sfilza di melodie in continua opposizione fra loro ma quasi del tutto prive di ogni dialettica. Il programma della serata ci mette a paragone queste ultime danze con le prime, ovvero quelle orchestrate da Brahms stesso, permettendoci di notare come l’operazione del compositore boemo non sia del tutto priva di eccessi. La coerenza timbrica delle danze 1, 5 e 6, in cui il colore scuro predomina e conferisce carattere e atmosfera, è del tutto assente nella serie dalla 17 alla 21. E non basta la maggior complessità di scrittura di queste ultime per giustificare il polimorfismo dell’orchestrazione. D’altro canto è l’occasione per l’orchestra di darci due belle prove alquanto differenti: prima di virtuosismo e poi di intensità. Personalmente abbiamo preferito la seconda, anche perché lo stile di direzione di Ceccato, più enfatico che preciso, ha nettamente favorito gli impasti bruniti e compatti dell’orchestrazione di Brahms, veicolando l’energia che certo non gli manca in un profluvio di effetti dinamici e agogici. Grande apprezzamento da parte del pubblico, non solo per la vivacità e il fascino di questi popolari brani ma anche per l’oggettiva dote comunicativa del direttore, che non ha concesso molto all’aplomb, per rimanere nell’eufemismo. Bis per la prima danza richiesto a furor di popolo con tanto di invocazione finale di Ceccato, fra applausi e battiti di piedi: “Viva la musica”!

Prossimo appuntamento col “ciclo Dvorak” l’anno prossimo a Ottobre con la terza sinfonia.

 

Alberto Luchetti

 

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Posted in: Sinfonica