Händel e Mozart con Dantone alla Scala

Posted on 27 maggio 2013 di

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G.F. Händel: Rinaldo, sinfonia
G.F. Händel: “Dunque i lacci d’un volto… Ah crudel!”  da Rinaldo
G.F. Händel: “Tornami a vagheggiar”  da Alcina
W.A. Mozart: Sinfonia n.7 in re maggiore K45
W.A. Mozart: “Ch’io mi scordi di te” K505
G.F. Händel: Concerto per organo e orchestra n.4 in fa maggiore op.4
W.A. Mozart: Sinfonia n.38 in re maggiore K504 “Praga”

Orchestra Filarmonica della Scala
Soprano: Marina Rebeka
Direttore: Ottavio Dantone
Organo e pianoforte: Ottavio Dantone


Siamo giunti al penultimo appuntamento stagionale con la Filarmonica della Scala, l’ultimo prima della pausa estiva. Il programma della serata si discosta dal corpus di repertorio dell’ottocento e prima metà del novecento che ha caratterizzato il resto della stagione e chiude idealmente un cerchio col concerto d’inaugurazione in cui la Bartoli aveva cantato proprio Händel e Mozart, protagonisti anche questa sera. Per il settecento (in entrambe le sue due anime: barocca e classica) serviva uno specialista, e la risposta è il nome di Ottavio Dantone, che fa rinascere per una sera l’atmosfera eclettica delle “Accademie” facendosi uno e trino: direttore, organista e pianista. Altrettanto multiforme sarà il programma scelto dal maestro, con due sinfonie di mozartiane distanti quasi vent’anni l’una dall’altra, un concerto per organo, una sinfonia d’opera nonché tre arie con recitativo per la voce del soprano lettone Marina Rebeka.

L’impostazione stilistica di Ottavio Dantone è piuttosto evidente fin dalla sinfonia del Rinaldo, resa con nerbo ma senza traccia di pesantezza, accentuando la plasticità dei movimenti e delle stasi in modo da restituire il vigore eroico di una serie di pose degne di un atleta di calma olimpica. L’attenzione è dunque volta da una parte a marcare il ritmo, che diventa pilastro strutturale richiamandosi alle sue origini nella danza, e dall’altra a conferire un colore peculiare all’assieme. Il fremere del violino solo viene molto moderato, lasciando all’accompagnamento del clavicembalo di Sergio Ciomei il compito di impreziosire il timbro in maniera più discreta. Ottimi infine gli interventi concertistici dei legni. Le stesse caratteristiche permangono anche quando l’orchestra viene rimpolpata per le sinfonie di Mozart, con l’ingresso degli ottoni che richiede ulteriore attenzione per evitare l’appesantimento del suono. Missione riuscita in ogni caso, dato che ne viene fuori una sonorità ancor più netta, pulita e densa. L’orchestra si muove in maniera estremamente compatta, alternando scatti esplosivi a rilasci graduali che Dantone pilota con un gesto piuttosto eterodosso: lascia suonare molto i professori senza battere continuamente il tempo e interviene più che altro per dare la direzione interpretativa e stilistica. Ne risulta nel complesso un suono molto ricercato, operazione particolarmente interessante per la Settima sinfonia, opera di un Mozart dodicenne che sarebbe altrimenti alquanto priva di luci particolari. La scelta di questa sinfonia è stata probabilmente dettata dai tratti in comune con l’altro pezzo sinfonico, il piatto forte della serata: la Sinfonia n.38 “Praga”. Entrambe le sinfonie sono state infatti composte con in mente la Boemia, ed entrambe condividono la tonalità di re maggiore. Questi ponti servono in realtà più che altro ad evidenziare ulteriormente lo sviluppo che l’arte mozartiana ha avuto nei diciotto anni che separano le due composizioni (1768-1786). Ciò che allora era vaga intuizione diventa ora una padronanza stilistica da maestro. Ciò che nella sinfonia giovanile poteva essere curiosa ricerca di effetti da parte del direttore diviene ora un discorso strutturale. Ci riferiamo alle due direttive già descritte: ritmo e colore. Il colore diventa fondamentale per articolare il dualismo tematico nelle due aree della grazia (che sorge nei timbri più chiari, in particolare il flauto liberatorio nel terzo movimento) e del drammatico (dove prevale il timpano dal suono straordinariamente rotondo e gli archi cupi comunicano ansia crescente richiamando sonorità della Jupiter). Progressivamente, come nell’illuminismo massonico del Flauto magico, si tende proprio ad una sempre maggior chiarezza. Per quanto riguarda invece il ritmo la priorità data da Dantone a questo aspetto non può a nostro avviso che essere una giusta scelta. Citiamo a supporto un grande compositore come Richard Strauss che identificava proprio nella “caratterizzazione ritmica” il nucleo del genio mozartiano. La scelta rigorosa di “far sentire” la ricorrenza ritmica non è più soltanto la solennità plastica del Rinaldo ma è una suprema dimostrazione di stile. Senza di essa come sfondo e spazio di inclusione sarebbe del tutto inutile il nitore del disegno melodico.

Una parentesi a parte va dedicata poi alla prova di Dantone anche come organista, passando a tutt’altra sfida (ma sempre sfida stilistica) con il quarto concerto di Händel. Certamente egli riesce a trasmettere la gioia di suonare lo strumento, che pure è un organetto portativo decisamente inadeguato all’occasione. Si fa sentire sempre la sua mano, mai banale nell’evidenziare un acciaccatura, una ripresa circolare e ostinata o un ornamento. A tratti il fraseggio è talmente atipico che viene perfino un sospetto che alcuni tocchi (note particolarmente fuori armonia o indugi molto marcati) siano stati più involontari ed accidentali che ricercati. Resta in ogni caso molto affascinante l’esecuzione nel complesso, con grandi cambi di registro ed atmosfera (specialmente nel secondo e terzo movimento, molto teatrali) nonché momenti anche di puro virtuosismo (la fuga nel finale).

Avendo parlato di teatro in Händel è inevitabile non passare anche alla musica vocale. Le due arie händeliane della serata sono molto differenti per quanto entrambe siano accomunate dall’avere a che fare con una maga: Armida nel Rinaldo e Morgana nell’Alcina. L’aria di Armida oscilla fra il furore e la richiesta di pietà, mentre Morgana utilizza la via della lusinga suadente. Il soprano Marina Rebeka fa immediatamente sentire il bel colore e la precisa impostazione della sua voce, che già avevamo avuto modo di sentire in un Viaggio a Reims (sempre alla Scala, alcuni anni fa). Non dà l’idea di essere una voce enorme, ma la corretta proiezione permette di arrivare tranquillamente e con grande forza di penetrazione a tutta la sala (l’accompagnamento di Dantone è peraltro molto leggero e trasognato). Fra i punti di forza c’è sicuramente la duttilità della voce nel salire anche di getto in acuto e nel variare le dinamiche, due armi fondamentali nel barocco. Ci sono parsi invece un po’ deboli sia il fraseggio che la coloratura quando non si poteva “spingere” di forza ma si doveva cesellare maggiormente la frase. Meglio dunque la seconda aria, in cui l’interpretazione può permettersi maggior scioltezza. Ancora meglio in verità è stata la prova nell’aria con recitativo “Ch’io mi scordi di te”, che Mozart scrisse nell’anno della Sinfonia n.38 e delle Nozze di Figaro. Non a caso la carriera di Marina Rebeka ha registrato finora i suoi picchi proprio in Mozart. Elemento chiave del successo ci è parsa qui la respirazione perfetta che ha permesso di modulare in intensità le ampie frasi in legato con cui Mozart in quegli anni amava esprimere il lamento femminile (si pensi a Donna Anna, Donna Elvira, la Contessa, Marcellina, Pamina). Non ha guastato anche la sensibilità musicale di Dantone, per l’occasione convertitosi a pianista dedito a “commentare” ogni passaggio dell’aria con quel distacco pugnace che siamo oramai abituati ad associare a Mozart. Dopo un poco di teatrino durante i non calorosissimi applausi, i due si sono decisi a ripetere proprio l’ultima parte di quest’aria come bis, permettendoci di apprezzare nuovamente entrambe le interpretazioni che si sono confermate squisitamente “mozartiane”. Applausi più convinti questa volta, per quanto il settecento resti per il pubblico italiano (e per quello della filarmonica in particolare) ancora una pietanza ostica da masticare per bene. Intanto si è colta l’occasione per farci un poco la bocca, e siamo alquanto certi che nessuno abbia lasciato la sala senza almeno un piccolo retrogusto di dolcezza.

Alberto Luchetti

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