Quartetto di Cremona: i Razumovsky

Posted on 20 maggio 2013 di

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Un dettaglio de La Tempesta, di Giorgione

L. van Beethoven: Quartetto n.7 in fa maggiore op.59/1
L. van Beethoven: Quartetto n.8 in mi minore op.59/2
L. van Beethoven: Quartetto n.9 in do maggiore op.59/3

Violino primo: Cristiano Gualco
Violino secondo: Paolo Andreoli
Viola: Simone Gramaglia
Violoncello: Giovanni Scaglione

Terzo appuntamento dell’ambiziosa integrale dei 16 (+1 con la Grande Fuga) quartetti di Beethoven che la storica Società dei Quartetti di Milano sta portando avanti in occasione del centocinquantennario di questa prestigiosa istituzione. Sul palco troviamo sempre i protagonisti del Quartetto di Cremona, che continua l’ideale fusione fra la tradizione d’archi italiana e il gusto compositivo nei quartetti di origine austro-tedesca. Inevitabile nel percorso dell’integrale beethoveniana una tappa dedicata ai tre quartetti “Razumovskij” opera 59, rispettivamente settimo, ottavo e nono e quindi perfettamente centrali (anche come anni di composizione: 1805-6) nella produzione cameristica di Beethoven. Dopo due concerti in cui si alternavano pezzi della gioventù e della maturità, ecco un appuntamento tutto dedicato al periodo “di mezzo”, al momento più “classico”, che chiama ad un confronto con l’importanza della forma. Abbiamo avuto la fortuna di assistere qualche ora prima del concerto anche alla fase di preparazione alla serata da parte dei quattro archisti, notando quanta attenzione nella preprazione venisse posta proprio al problema formale. Ed è sempre un piccolo miracolo vedere come un dettaglio perfezionato in prova si va ad incastrare poi come tesserina in un mosaico perfettamente equilibrato e studiato.

Il primo quartetto, in fa maggiore, ha visto un grande contributo da parte del violoncello di Giovanni Scaglione, che non a caso apre melodicamente il primo movimento (per poi passare il testimone direttamente al registro più opposto, ovvero il primo violino) e richiama ad ogni articolazione strutturale (esposizione, sviluppo, ripresa) il ritorno “a casa”, al tema, col suo timbro più scuro ma per questo anche più caldo. E’ sempre il violoncello dunque a riportare le quattro voci all’unisono per poi dare nuovamente il via all’intreccio, muovendosi per primo e propagando poi il moto agli altri strumenti come un’onda. All’estremo opposto, come detto, l’input del violoncello diventa il canto acutissimo del primo violino, in perfetto chiasmo formale e dandoci un senso di compiutezza a cui contribuisce infine la viola di Simone Gramaglia coi suoi preziosi interventi di contrappunto ed amalgama delle altre tre tessiture. Da menzione speciale la resa del secondo movimento, dove il solito violoncello scandisce l’alternarsi di cariche e scariche ad alta intensità e con perfetta coesione di intenti dei quattro interpreti. Alla bellezza struggente del terzo movimento (che Beethoven descrive come un salice piangente sulla tomba del fratello, peraltro ancora in vita!) non serve poi aggiungere parola, ci limiteremo a notare il dettaglio esecutivo del tremolo sulla voce principale sempre meno marcato mano a mano che il brano si sviluppa, come a descrivere un dolore straziante che viene progressivamente elaborato. L’opposizione fra le voci estreme diventa dunque opposizione fra dolore acuto e dolore sordo. Chiaramente padrone è in ogni caso qui il lirismo del primo violino di Cristiano Gualco, che ha anche una breve ma ardua cadenza conclusiva tutta per sé per introdurre il quarto movimento dove tutto si risolve fra ironia e sovrana comprensione. Come abbiamo avuto modo di notare in altre occasioni, da parte del Quartetto di Cremona non c’è stata traccia del vizio frequente che tende a “romanticizzare” Beethoven trascinando questi movimenti lenti per calcare l’insostenibilità del lutto che affrontano. Resta prioritaria l’immagine del figlio del settecento, del “proprietario di cervello” che saldo nella padronanza della forma si sentiva in grado di sfidare anche i recessi più oscuri del fato (che nel suo caso erano i gorghi della sordità).

Del secondo quartetto, che col suo minaccioso mi minore svolge chiaramente un ruolo oppositivo rispetto agli altri due in maggiore (uno schema che ritroveremo anche in una triade degli ultimi quartetti dedicati a Galitzin), vorremmo enfatizzare ancora una volta l’attenzione degli interpreti per l’aspetto formale, che è ancora una volta fondamentale per una buona riuscita. Tutto il primo movimento, caratterizzante dell’intera composizione, è come la camminata di un equilibrista sopra una fune tesa sul vuoto. Si apre infatti con una secca coppia di accordi (mi minore + si maggiore) seguiti da una intera battuta di pausa che ricorreranno oltre venti volte nel corso del movimento e che spalancano il baratro. Dopo questi arriva una sgangherata linea melodica che sale piena di incertezze in pianissimo per poi precipitare continuamente in sedicesimi.

L'inizio del Quartetto in mi minore: doppio accordo, pausa e saliscendi

L’inizio del Quartetto in mi minore: doppio accordo, pausa, salita incerta e precipitare

Il Quartetto di Cremona sfrutta questo schema ripetuto per aggiungere nello svilupparsi del primo movimento un sempre maggior scavo in queste cadute, come una trivella interna che va sempre più a fondo nell’angoscia di un mondo interamente in bilico. Possiamo immaginare a questo punto quanto d’effetto è stato il passaggio al secondo movimento, che invece rappresenta come un piccolo idillio borghese, un momento che potrebbe dirsi cameristico come lo sono certi interni di Vermeer in cui una fanciulla si esercita su una spinetta sul cui coperchio è dipinto uno stereotipo di paesaggio. Se prima i quattro hanno marcato molto l’espressività del primo movimento, ora giustamente i toni sono moderati, quotidiani,  le tensioni sono interiorizzate e si lasciano come unico sfogo gli incontenibili arpeggi estatici del primo violino (poi ripresi dal violoncello). Un brivido di eccitazione nei toni è inevitabile poi nel finale, prima di chiudere comunque tutto nel placido, che ancora una volta crea un contrasto enorme con l’Allegretto che segue. L’andatura è sfrenata, ma l’esotismo (del tema russo) è comunque blandito dall’immancabile rigore formale di cui abbiamo già parlato, che si traduce in un’esecuzione che non perde nitore negli staccati e nel rimpallarsi continuo e rapido del tema fra le voci. Tutte caratteristiche che ritroviamo anche nel quarto ed ultimo movimento, che ci è parso il pezzo che più si sono “divertiti” a suonare, rendendo il tema del rondò sempre più idiomatico, sempre più spigoloso e lussureggiante (proseguendo le metafore pittoriche ci viene da pensare al Crivelli!). L’accelerazione nella stretta conclusiva tocca quasi il grottesco, ripetendo quella diffidenza che Beethoven dimostra nelle opere da camera per le chiuse enfatiche che troviamo nelle sinfonie. Dei rapporti fra questo distacco ironico e la questione della forma abbiamo già accennato proprio riguardo al finale del primo quartetto.

Arriviamo dunque alla terza ed ultima prova di una serata decisamente impegnativa. Non abbiamo finora parlato delle complessità esecutive dei Razumovskij solamente per poterlo fare ora con l’esempio lampante del quartetto in do maggiore, culminante in una fuga in tempo semplicemente folle. Nonostante trascurabili sbavature sparse e del tutto fisiologiche, la prova tecnica del Quartetto di Cremona è stata di assoluta solidità e precisione, forse ancor maggiore proprio in queste fasi più problematiche, nei passaggi cioè più tesi e maggiormente provanti e provati. Uno di questi è l’introduzione al primo movimento, dove lunghi accordi modulanti devono essere tenuti e smorzati fino al pianissimo prima che un trillo li risolva. Da questo sovraccarico di tensione sguscia fuori il primo vibrante tema. Si rinnova lo schema già visto in cui le due voci estreme compongono il dialogo: il violino primo scatta come epigone ad inerpicarsi in regioni acutissime senza dare mai l’idea di raggiungere una meta mentre il violoncello commenta serioso il “tanto rumore per nulla”. Ancor più complesso è il rapporto su cui si costruisce lo sperimentale secondo movimento: il violoncello si dedica ad un profondo pizzicato mentre le altre tre voci si avviluppano in un andamento spettrale. Entrambi gli effetti sono stati resi in maniera molto suggestiva, dando mano a mano forma sempre più consistente alle voci acute mentre il basso convergeva su di esse. L’effetto risultante è quello di un incontro riuscito, di un completarsi vicendevole che permette poi, in una malinconica ripetizione dell’inizio che suona sempre più distante, di trovare un lamento all’unisono che sembra aver tutto compreso e tutto accettato. Non molto diversamente accade nel successivo minuetto (che come spesso viene detto è uno sguardo al passato dopo l’avanguardistico secondo movimento). Progressivamente prevale la nostalgia ed i timbri gravi esiliano i brandelli di danza sempre più nell’isolamento dell’acuto. Proprio sull’ennesimo afflato dei violini attacca immediatamente la viola col soggetto della fuga per il finale. Il ritmo è serrato e mozzafiato, mai appesantito da suoni sfocati ma sempre mantenuto nell’atletismo del gioco, della sfida, fino alla saturazione ebbra e quasi insostenibile delle ultime battute.

Il Quartetto di Cremona

Il Quartetto di Cremona

Riprendiamo i tanti fili del discorso per tirare qualche somma. Abbiamo voluto improntare questo resoconto sul tema della forma poiché ci pareva il tratto saliente della poetica beethoveniana di questo periodo, e tanto più nei quartetti d’archi dove la forma è praticamente tutto, stante l’impossibilità di affidarsi al gioco timbrico. La prova del Quartetto di Cremona è stata come sempre di alto livello e sostanzialmente priva di cali di concentrazione. Encomiabile in particolare l’equilibrio fra le intensità di volume dei quattro strumenti, mentre non è sempre stato impeccabile il tempismo concertato, il che tutto sommato non ha raggiunto la soglia dello sgradevole ma anzi ha conferito maggior tensione alla scrittura, allontanandola dall’armonia viennese di Haydn e rendendo maggiormente quella lotta continua sul caos che era la “forma” per Beethoven. Chiudiamo segnalando che nella prossima stagione, presentata Giovedì 23 Maggio, continuerà questa avventura col Quartetto di Cremona e con l’integrale beethoveniana, confidando di poter continuare anche questo nostro resoconto.

Alberto Luchetti

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Posted in: Musica da Camera