Valčuha e Hakhnazaryan: debutti alla Scala

Posted on 19 maggio 2013 di

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Juraj Valčuha e Narek Hakhnazaryan

A. Dvořák: Concerto per violoncello e orchestra in Si minore op.104
R. Strauss: Don Juan op.20
R. Strauss: Der Rosenkavalier, suite op.67

Orchestra Filarmonica della Scala
Violoncello: Narek Hakhnazaryan
Direttore: Juraj Valčuha

Doppio debutto questa sera al Teatro alla Scala con luci ed ombre. Le luci sono tutte per il giovane violoncellista venticinquenne Narek Hakhnazaryan, ennesimo frutto della scuola armena e vincitore due anni or sono del premio Tchaikovskij che gli ha spalancato le porte delle più grandi sale da concerto. Ed a ragione. In chiaroscuro invece la prova di Juraj Valčuha, direttore principale dell’OSN Rai di Torino. Troppa ambizione forse nella scelta della seconda parte del concerto, tutta dedicata a Strauss con Don Juan e la suite dal Rosenkavalier. Ripercorriamo dunque la serata.

Il concerto in si minore per violoncello è un passaggio obbligato per tutti i violoncellisti concertisti e si presta alle più diverse interpretazioni. Durante l’introduzione orchestrale, resa molto cadenzata dal direttore, Narek Hakhnazaryan si concentra a capo chino sul suo strumento. Sarà questa d’altronde la sua posa principale, con una dedizione e un rigore tecnico che ricordano lo stile delle scuole sovietiche più che quello flamboyant della maggior parte degli attuali emergenti. Il suono lievemente acre corrisponde a questa postura e, possiamo immaginare, al carattere stesso dell’interprete. Le ampiezze dell’arcata sono minimizzate ed assolutamente regolari, il violoncello rimane incredibilmente immobile sul suo asse producendo un fraseggio sempre molto legato ma mai sguaiato, impreziosito dalle diteggiature tremolate della mano sinistra. L’impressione, se possiamo permetterci una sinestesia tattile, è quella di una mano passata sul velluto. Se ne deduce che questo stile molto introverso non può (né vuole) permettersi grandi escursioni nel fortissimo, cosa che invece ci è parsa estremamente frequente nei gusti di Valčuha, che non di rado ha sommerso il solista. A sua discolpa ricorderemo come Hakhnazaryan tenda ad isolarsi dall’insieme e dunque come il direttore abbia dovuto spesso attenderlo o rincorrerlo, riuscendo a non sporcare troppo gli attacchi ma con inevitabile perdita di finezza nel fraseggio e nell’impasto timbrico dell’orchestra. I passaggi più riusciti sono stati in effetti quelli cameristici (bello in particolare il dialogo fra il suono acre di Hakhnazaryan e il flauto, in linea perfetta con la nostalgia che permea il brano, scritto in morte di un’amica lontana) e il terzo movimento, in cui gli equilibri fra orchestra e solista sono più tradizionali. Qui gli spazi di introversione sono più limitati e ne ha peraltro fatto le spese proprio la così intima espressività di Hakhnazaryan, che è parso progressivamente estraniarsi e distaccarsi, non senza effetto poetico nel finale, che riprende i temi del primo movimento. Grande successo per lui, inevitabile il bis che ci conferma il carattere chiuso e scuro che ci è parso di intuire: la Lamentatio di Sollima. Grande prova di virtuosismo senza appoggio sulla cantabilità e grande duttilità (interviene perfino la voce, per quanto non intonata quanto il violoncello!) che sfocia poi in un secondo bis invece molto estroverso e quasi da showman: una danza di sapore slavo tutta eseguita senza archetto. Ancora applausi.

La Filarmonica della Scala al gran completo

La Filarmonica della Scala al gran completo

La seconda parte del concerto, orfana del violoncello solista, è una palestra tutta riservata all’orchestra sotto l’egida di uno dei più ferrei “personal trainer” dei golfi mistici: Richard Strauss. Juraj Valčuha torna sul podio accolto da applausi moderati, ma risponde immediatamente attaccando con vigore il poema sinfonico Don Juan, esaltandone gli slanci degli archi (che rappresentano la libido dell’eponimo) e mostrando i frutti degli anni trascorsi alla “corte” di Ilya Musin. Il suono, a differenza di quanto avveniva durante il concerto di Dvořák, è sempre denso, pulito e capace di modularsi nelle forme ardite che Strauss impone. Quantomeno finché l’ambito tematico è quello dei temi maschili, dato che la transizione (se vogliamo interpretare la struttura come una forma-sonata) a quelli femminili non trova il giusto correttivo nello stile di direzione che si mantiene improntato ai fortissimi, ai gesti marcati e alle sonorità sature nonostante la partitura viri palesemente verso la grazia ammaliante, la pudicizia e la dolcezza. Non mancano peraltro le sbavature dell’orchestra (molto evidente un attacco errato nel momento topico di silenzio assoluto!), con protagonista positivo solo l’oboe e il suo bell’assolo che suggerisce finalmente un poco di languore. Le qualità tecniche di Valčuha riemergono poi nelle parti più complesse, in cui svariate voci si sovrappongono nel tumulto della passione sfrenata, e in quelle più enfatiche (l’unisono dei violini al climax del poema sinfonico). Gli stessi chiaroscuri (come li abbiamo chiamati in avvio) si ritrovano nella suite dal Rosenkavalier, dove tuttavia l’approccio di artiglieria pesante da oceano di note risulta ancor più discutibile. Abbiamo infatti faticato a ritrovare l’eleganza della partitura di Strauss, specialmente nell’ouverture. La successiva “consegna della rosa” è stata senza dubbio arricchita da vistose scelte direttoriali (tempo lento, ritenuti estremi, pianissimi) ma ancora una volta con eccessi che rasentano l’ostentazione fine a se stessa. Anche il “valzer di Ochs”, partito con qualche inciampo, arriva alla fine (quando il gesto di Valčuha da in tre passa a in uno) a svilupparsi con volteggi tecnicamente notevoli ma in questo caso un pizzico di cattivo gusto non guasta. Per fortuna, dopo un “terzetto” che non decolla, è proprio il valzer a chiudere la suite, con un bell’effetto conclusivo che guadagna una buona dose di applausi e di “bravo” che bilanciano la metà più scettica della sala. La domanda, considerando le abilità più tecniche che interpretative del ragazzo (trentasettenne), è se il programma non fosse un poco ambizioso e se la volontà di strafare non sia risultata almeno in parte controproducente. Anche se in fondo un po’ di Strauss non fa mai male, in attesa del centocinquantennario della nascita nel 2014, che speriamo sia degnamente festeggiato. Prossimo appuntamento Lunedì 29 Aprile con James Conlon per il concerto per violino (Gil Shaham) di Britten e la Quinta di Shostakovich.

Alberto Luchetti

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