Poulenc vs. Marsalis con laVerdi

Posted on 19 maggio 2013 di

0


Francis Poulenc e Wynton Marsalis

 F. Poulenc: Concerto per due pianoforti in re minore
W. Marsalis: Sinfonia n.3 “Swing”

Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi di Milano
Jazz band di Paolo Tomelleri
Direttore: Wayne Marshall
Pianoforte: Benedetto Lupo
Pianoforte: Simone Pedroni

 

 Tutti ormai sanno dell’anniversario Verdi – Wagner, ma bisogna celebrare in questo 2013 anche un altro compositore meno noto, Francis Poulenc, morto nel 1963, 50 anni fa, e legato anche a Milano. Se ne incarica laVerdi, che ospitando la direzione di Wayne Marshall dedica a Poulenc due appuntamenti stagionali concertistici ed una preziosa conferenza del giovane e preparato Marco Brighenti di cui vi riproponiamo una sintesi.

Poulenc nasce nel 1899 a Parigi nei pressi della Madeleine da padre farmaceutico-chimico e madre pianista che diede al figlio i primi rudimenti musicali. Nel 1920 fa parte del “Gruppo dei 6” seguendo quattro fondamentali principi: Istinto, Non avere principi, Non avere un sistema di composizione, Ispirazione segreta e senza una spiegazione precisa. Ebbe a dire addirittura (in pieno stile francese) “La musica sono io”. Dopo una prima fase che potremmo definire neoclassica (“C’è spazio per la nuova musica che si accontenta di usare gli accordi degli altri”) la sua vita ha una svolta religiosa a causa della tragica morte dell’amico Ferroud. Questi pochi tratti dovrebbero essere sufficienti per farci un’idea del personaggio.

Veniamo al concerto e vediamo quali di tutti questi riferimenti sono ravvisabili nella musica. Il Concerto in Re minore per 2 pianoforti e orchestra ebbe la sua prima il 5 settembre 1932 a Venezia, al Festival Internazionale di musica contemporanea. Primo pianoforte Francis Poulenc, secondo pianoforte Jacques Fevrier ed Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Déesiré Defauw.

Protagonisti delle prime vorticose battute sono i due pianoforti: esecuzione perfetta di Benedetto Lupo e Simone Pedroni in perfetta sintonia in una partitura che richiede precisione e brillantezza. Si nota subito che siamo nella musica diatonica, ma ci sono delle spie che ci indicano come Poulenc “sporchi” le triadi perfette con note che rendono del tutto moderna la sua musica. Un altro spiazzamento arriva dopo poche battute dall’inizio: sebbene la tonalità d’impianto sia re minore ci ritroviamo in do diesis minore, una tonalità decisamente lontana. L’uso delle castagnette che segue introduce fa crescere il sospetto del “kitsch” o, come ha detto il conferenziere Brighenti, del “camp”, ma la conclusione del primo movimento è davvero non convenzionale: l’atmosfera si fa più rarefatta e suonano solo i due pianoforti regalandoci arpeggi eterei. Nel secondo movimento continua l’amalgama sorprendente di stili ed autori diversi, sembra citare apertamente Mozart, poi un glissando di tutta l’orchestra ci porta a Offenbach e da qui al corrosivo Satie. Eppure non sarebbe corretto parlare di Poulenc come un eclettico, dato che riplasma il materiale di ispirazione facendone un brano indipendente e a tutti gli effetti moderno. Il terzo movimento infine, dopo accordi di tutta l’orchestra, introduce i virtuosismi dei due pianoforti solleticati da un ritmo inesorabile accentuato dall’uso del tamburo militare. Nel complesso siamo dunque di fronte a una composizione di grande effetto e raffinatezza (degna del raffinato Poulenc, con le sue abitudini da dandy e la sua “sessualità parigina”) eseguita con grande competenza da tutta l’orchestra Verdi e dai valenti solisti che hanno omaggiato il pubblico e il compositore con un bis sempre da Poulenc: una Valse-musette molto vicina allo spirito boulevardien.

Wayne Marshall

Wayne Marshall

La presentazione pomeridiana del concerto non ha previsto invece riferimenti alla Sinfonia n.3 del contemporaneo americano Wynton Marsalis. L’intero secondo tempo della serata e è dedicato completamente alla sua ora abbondante di musica jazz, e considerando che essa è quasi una prima e non esiste alcun cd non avrebbe guastato un piccolo approfondimento. Sopperiamo per quanto è possibile noi. La Sinfonia è stata composta nel 2009 e battezzata il 9 giugno 2010 a Berlino da officianti d’eccezione quali i Berliner Philharmoniker diretti da Sir Simon Rattle. La tromba solista era lo stesso Wynton Marsalis, mentre la parte jazzistica era affidata alla Lincon Center Jazz Orchester. Anche a laVerdi hanno assoldato un’orchestra jazz per completare l’organico: si tratta della Jazz Band di Paolo Tomelleri. Integrando le due compagini a farla da padrone tra tutti i  reparti sul palco sono sicuramente le percussioni, sia per numero che per varietà. La sinfonia si è sviluppata per sei lunghi movimenti che non mancano mai di verve ma che abbiamo trovato un poco ripetitivi sia nella strumentazione che nei ritmi. Certo e’ una sinfonia contemporanea dove lo swing fa da padrone, tuttavia si sarebbe potuta sfruttare di più la contaminazione con l’orchestra classica (un mix ben simboleggiato dalla brillantezza del direttore di colore Wayne Marshall, che avevamo potuto molto apprezzare nella riduzione del Porgy and Bess). Essa avrebbe dovuto secondo noi portare a esiti più vari che avrebbero con la tecnica dell’architettura sinfonica contribuito a sostenere uno stile come quello del jazz legato all’estemporaneo. Resta in ogni caso il grande fascino dei tanti momenti solistici (per tromba e sax soprattutto) e dell’esperimento di meticciamento fra classico – jazz che vale sempre la pena di frequentare. Molto applaudita peraltro la Jazz band ospite.

Chiudiamo ricordando che laVerdi continua con il piccolo ciclo dedicato a Poulenc a 50 anni dalla morte anche la prossima settimana in un curioso accostamento: concerto in sol e Gloria.

Fabio Tranchida

 

 

Annunci