Marshall omaggia Poulenc con laVerdi

Posted on 19 maggio 2013 di

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Francis Poulenc

 F. Poulenc: Suite Française d’après Claude Gervaise
F. Poulenc: Concerto in sol minore per organo, archi e timpani
F. Poulenc: Gloria per soprano coro e orchestra

Orchestra e coro sinfonici Giuseppe Verdi di Milano
Direttore e organista: Wayne Marshall
Soprano: Karina Gauvin
Maestro del coro: Erina Gambarini

 

 Si articola tutto sul dialogo fra moderno e antico l’omaggio a Francis Poulenc che il direttore e organista inglese Wayne Marshall offre al pubblico dell’Auditorium nei cinquant’anni della morte del compositore. Il programma concentra la nostra attenzione specialmente sul rapporto fra sperimentazione del novecento e tradizione della musica sacra, ambito nel quale la musica occidentale è nata. Poulenc ha incarnato questo dualismo col suo carattere scisso fra edonismo parigino e profonda religiosità cattolica.

W. Marshall

W. Marshall

La Suite francese che apre la serata è già esemplare col recupero programmatico del clavicembalo in organico che ci ricorda quanto la musica antica fosse in voga all’epoca (un’operazione analoga è riscontrabile anche in Malipiero o Petrassi fra i nostrani). Bach è certamente il riferimento primario per questa fase di riscoperta, ma qui in Poulenc non viene recepito nella forma intellettualistica di uno Schoenberg (tema molto caro al Mann del Doktor Faustus). Piuttosto scoviamo un gusto orientato alle danze rinascimentali (ecco il nome di Claude Gervaise, per l’appunto) che fornivano anche l’ambientazione dell’opera teatrale per la quale la Suite è stata scritta. La direzione puntuale e precisa di Wayne Marshall restituisce l’eclettismo e la brillantezza della concertazione, col grande ruolo del tamburo militare nel ritmo e dei timbri puri. Anche il successivo Concerto per organo (Marshall diviene anche solista) nasce da un’occasione che sa di antico, essendo la committente una principessa, ma che mostra poi tutti i vezzi della modernità con l’organico ricercatissimo di soli archi e timpani. In effetti la varietà di registri dell’organo sopperisce alla necessità dei reparti orchestrali, reinventando completamente il rapporto fra solista e orchestra. I sette movimenti, eseguiti senza soluzione di continuità, indagano proprio la stratificazione di questo rapporto. All’inizio ad esempio l’organo parte in fortissimo mentre gli archi rispondono in tonalità lontane, cosicché quando torna l’organo esso è in pianissimo e gli archi salgono nelle regioni acute. Bravo Marshall, che dirige mentre non suona, a differenziare i volumi sonori attraverso il pedale sweller. Fa bene a puntare più su singoli momenti di ispirazione che ricercare un discorso organico che, semplicemente, non è presente. Nella varietà di forma c’è spazio perfino per una brillante fuga bachiana e una cadenza conclusiva. Peccato per il suono non sempre gradevole dell’organo elettronico, specialmente nel primo bis solista, la toccata e fuga in re minore di Bach (eseguita con un po’ di fretta). Curiosamente il difetto diventa pregio nel secondo bis:.un’ironica rielaborazione di una celebre suoneria per cellulare in cui il suono artefatto è ideale. Ancora una volta antico e moderno, insomma, una trovata d’effetto a giudicare dagli applausi e dai “bravo”.

Karina Gauvin

K. Gauvin

La seconda parte del concerto vede il monumentale Gloria per soprano coro e orchestra. Si aggiunge dunque il coro de laVerdi diretto come sempre dalla Gambarini e la soprano Karina Gauvin, specializzata nel barocco. Non è un caso, perché proprio (neo)barocche sono le sonorità della fanfara del primo movimento, mentre il secondo rievoca i ritmi puntati e sincopati dei Carmina burana. Il coro è sempre preciso per quanto limitato da una scrittura che ha raramente momenti di grande cantabilità e risulta per lo più un persistente “pertichino” per l’orchestra, che è la vera protagonista, e per il soprano, che si assesta sempre nella regione medio-acuta. La voce della Gauvin è bella ma non grandissima, con tendenza ad assottigliarsi purtroppo proprio nell’acuto. L’orchestra si evidenzia dal canto suo per la grande duttilità, d’altronde è difficile anche qui trovare uno stile unitario per tutta la composizione, a meno di ricorrere sempre alla dicitura “eclettico”. Ancora una volta la tematica sacra in effetti non impedisce a Poulenc numerose escursioni nel frivolo e triviale, fondamentali per tornare con tanto maggior effetto alle atmosfere religiose, culminanti nel pianissimo “straordinariamente calmo” finale. Non è probabilmente la conclusione che avremmo immaginato per un Gloria aperto da una fanfara, ma va detto che raramente con Poulenc si trova ciò che ci si aspetta!

Al termine l’impressione che ci lascia l’omaggio di Marshall e de laVerdi è il ritratto di un artista molto singolare, che oscilla con disinvoltura fra l’estroversione brillante da bohémien dissoluto e l’introversione mistica da monaco di clausura. Il ritratto di una figura che pur nella sua unicità è un frammento significativo del ventesimo secolo e delle sue contraddizioni, un testimone di cui vale assolutamente la pena di sentire la voce.

Fabio Tranchida

 

 

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