Flauto Magico alla Royal Opera House

Posted on 19 maggio 2013 di

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Pamina: Ekaterina Siurina
Tamino: Charles Castronovo
Papageno:  Christopher Maltan
Papagena: Susana Gaspar
Regina della Notte: Albina Shagimuratova
Sarastro: Brindley Sherratt

Orchestra della Royal Opera House
Direttore: Julia Jones
Regia: David McVicar

La Royal Opera House dedica quaesta serie di repliche del superclassico Die Zauberflöte alla memoria di Sir Colin Davis (1927-2013) che è stato direttore musicale del teatro dal 1971 al 1986.  Proprio questa produzione de Il Flauto Magico infatti lo aveva visto sul podio nel 2011 in una delle sue ultime sue apparizioni. La regia di David McVicar ha ormai dieci anni ma la sua bellezza e qualità non sono passate certo di moda nella fedele ripresa di Leah Hausman. La stessa regia peraltro affonda il suo immaginario ancor più in profondità e indietro nel tempo. Chi ha visto questa messa in scena avrà certamente avuto una reminiscenza della famosa immagine di Karl Friedich Schinkel (1781-1841)da una produzione del 1816 a Berlino. Essa rappresenta il Palazzo della Regina della Notte come una semicupola stellata, ed è evidente come il regista si ispiri a questa figurazione, attualizzandola e variandola per crearne una versione caleidoscopica. L’iconografia è anch’essa archetipica ed elementare: rosso, giallo e blu sono i colori dominanti a seconda dei luoghi del libretto, mentre la luna e l’oscurità si contrappongono passo passo al sole e alla luce. La luna ovviamente come elemento negativo associato alla Regina mentre il sole che compare alla fine è la componente positiva legata a Sarastro. Ci sono dunque tutti i segnavia per indicare a Pamino il cammino da percorrere verso la sua “illuminazione” finale attraversando le varie prove. Fra i momenti più riusciti citiamo in particolare il grande serpente iniziale mosso da numerosi figuranti e la discesa e ascesa del carro volante dei tre fanciulli. In altri momenti si è notata invece una certa staticità, probabilmente dovuta anche al libretto farraginoso che sebbene da una parte dia tanti spunti a Mozart per scrivere musica prodigiosa, dall’altra non punta a sviluppare una concatenazione efficace e drammatica delle scene.

Per quanto riguarda il cast vocale parliamo innanzitutto di Albina Shagimuratova, soprano russa che ha dato grande prova di sé nell’impervio ruolo di Astrifiammante (forse meglio nota come Regina della Notte) raggiungendo senza difficoltà i fa sovracuti e caratterizzando il suo ruolo con una coloratura efficace e drammatica. Spesso si solleva uno sterile dibattito su quale delle due arie sia la più bella: la seconda più ardua e astratta o la prima sia più drammatica e calibrata? Fondamentale è che l’interprete sia in grado di restituire a entrambe il loro valore, e così è stato.

Il tenore /(italo)americano Charles Castronovo non è nuovo al ruolo di Pamino avendolo già cantato in piazze importanti come Chicago, Vienna e Parigi. La parte richiede un delicato mix di qualità musicali e attoriali che abbiamo potuto riscontrare nell’interprete. L’estensione non eccessiva della tessitura non ha tuttavia messo particolarmente alla prova le sue possibilità in acuto, sulle quali qualche perplessità rimane, dato che la voce in alto tendeva a vibrati piuttosto larghi.

L’altra protagonista femminile è un’altra cantante russa: Pamina è stata interpretata infatti da Ekaterina Siurina, che si era già messa in mostra al Covent Garden in Gilda, Olympia e Lauretta. Noi la ricordiamo forse più facilmente per una perfetta Amina a Vienna. Certamente non sono paragonabili per centralità il ruolo da assoluta protagonista di Amina (che canta quasi dalla prima all’ultima battuta della Sonnambula) con il deuteragonismo di Pamina che divide la scena col suo principe. Eppure non mancano fascino e sfaccettature anche a questa parte. Abbiamo apprezzato dalla voce della Siurina in particolare l’aria del secondo atto N. 17 “Ach, ich fühl’s, es ist verschwunden”.

Una curiosità infine riguardo a questi due personaggi: Tamino e Pamina sono nomi di origine egiziana, derivano da Ta-Min e Pa-Min, cioè servo e serva del dio Min, antica divinità dell’Alto Egitto, protettore della fecondità e della fertilità.

Rimane da citare l’altro grande protagonista nonché vero e proprio motore dell’azione: Papageno, che il librettista Schikaneder ritagliò su misura per se stesso. Personaggio esilarante, sempre sopra le righe e caratterizzato da un’umanità che lo pone come perno tra lo spettatore e il mondo fantastico dell’opera: tramite i suoi occhi innocenti filtriamo tutto l’immaginario dello spettacolo e lo comprendiamo. Christopher Maltman, sebbene abbia ecceduto talvolta in gag di bassa lega, ha espresso con la sua mimica e la sua voce un personaggio davvero avvincente. Come sempre egli era accompagnato da due strumenti: il flauto di pan da suonarsi dal vivo e il glockenspiel suonato “in playback” nella buca dell’orchestra da un professore.

Ultima nota di merito per l’autorevole Sarastro di Brindley Sherratt.

In conclusione, uno spettacolo molto divertente e ben cantato che ha coinvolto il pubblico londinese in frequenti risate (resta il dubbio di quante di queste fossero spontanee, dato che una buona parte del pubblico avrà già visto questo spettacolo e i suoi meccanismi comici decine di volte). Ottima la risposta anche di applausi sia per gli interpreti che per la direttrice dell’orchestra Julia Jones. Avete letto bene, direttrice, e non nuova a palcoscenici di rilievo: ha debuttato al Covent Garden tre anni fa con Così fan tutte ed ha recentemente esordito sul podio della Semperoper (Idomeneo) e alla Vienna Volkoper (Carmen). Pur nel solco della grande tradizione c’è del nuovo che avanza insomma.

 

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera