Note dalla fine del mondo con laVerdi

Posted on 24 aprile 2013 di

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S. Dalì, Idillio atomico

W. Lutoslawski: Concerto per violoncello e orchesra
G. Mahler: Sinfonia n.5 in do diesis minore

Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano
Direttore: Oleg Caetani
Violoncello: Alexander Chaushian

 

Siamo giunti al trentesimo appuntamento stagionale con l’Orchestra Verdi all’Auditorium di Milano, che, come spesso è accaduto, accosta nel programma un autore oramai di repertorio con uno da scoprire. In questo caso i due nomi sono quelli di Gustav Mahler e di Witold Lutoslawski, che in verità rappresentano già due punti estremi in quelle categorie. Mahler giunge infatti agli sgoccioli della grande tradizione, e per decenni è rimasto ostracizzato dalle sale da concerto, Lutoslawski invece è già ora riconosciuto fra gli autori più affermati ed eseguiti della seconda metà del ventesimo secolo. Entrambi, infine, furono anche noti direttori d’orchestra, facendo di questa attività la condizione di possibilità del loro comporre.

A. Chaushian

A. Chaushian

Il concerto per violoncello di Lutoslawski che apre la serata risale al 1970, fu scritto per Rostropovich e la Royal Philharmonic Society e fu immediatamente di successo per il compositore polacco che proprio in quegli anni si stava allontanando dall’Unione Sovietica. Il brano si struttura in quattro tempi (Introduzione, Quattro episodi, Cantilena, Finale) che costituiscono tuttavia un unico sviluppo in cui cadenze a solo del violoncello si alternano a dialoghi concertanti e cameristici fino a sfociare in brevi sfoghi fortemente dissonanti dell’intera orchestra. La tecnica di composizione aleatoria si traduce dunque in una tensione continua fra i reparti dell’insieme, in particolare fra solista e orchestra. Ne è esempio la nota (Re) ossessivamente ripetuta ad libitum alla fine dell’introduzione in assolo, prima che la stessa “idée fixe” sia ripresa dalla tromba. Tutta la scrittura per il violoncello è caratterizzata da questi tratti nervosi, con glissandi ed ostinati che fanno oscillare il clima fra il lamento doloroso e la frenesia disperata. Alexander Chaushian, violoncellista armeno (popolo che ha in comune coi polacchi un secolo carico di sventure), dotato di grande intensità e forza nonché duttilità, considerando la tecnica molto poco ortodossa e piuttosto fiaccante richiesta dal concerto. Il direttore Oleg Caetani pare dal canto suo potersi rilassare molto di più, dedicandosi agli attacchi ed enfatizzando le transizione fra i blocchi del discorso musicale ma lasciando, come da prassi aleatoria, molta libertà alle combinatorie fra liberi interpreti per i singoli passaggi. Efficace l’effetto degli ingressi dei tutti orchestrali, dove l’aleatoria controllata suggerisce l’idea di un caos ordinato che è una delle maggiori conquiste della modernità. Quando riesce. E ci pare sia riuscita più che discretamente. La chiusura è di nuovo nelle mani del violoncello di Chaushian, che poi, senza farsi attendere ed applaudire troppo, attacca un bis a tinte molto differenti, languido ma solenne insieme. Ci piace immaginare (ma non ne siamo certi) che sia uno stralcio della sonata-fantasia del più illustre musicista armeno: Aram Khachaturian.

O. Caetani

O. Caetani

Il secondo tempo come predetto è dedicato a Gustav Mahler, che dopo il biennio del centocinquantenario della nascita e del centenario della morte è una delle punte di diamante del repertorio de laVerdi. Dopo la Prima (a cui era stato accostato Castiglioni) e la Terza (che faceva serata a sé stante) si prosegue con le dispari e tocca ora alla Quinta. Entriamo dunque nella grande stagione contrappuntistica del sinfonismo mahleriano, con equilibri formali sempre più difficili e sempre più importanti da trovare, dato che nel contempo il “programma” esplicativo diventa più “interno”, essenziale ed astratto. Il tessuto contrappuntistico dei temi si fa carico esattamente di questa nuova conduzione del discorso musicale, aprendo la direzione maggiormente strutturalista che sarà la chiave del post-romanticismo e della musica del novecento. Aumenta così anche l’importanza di una moltitudine di interventi a solo dei più svariati elementi, senza che alcuno di essi abbia un vero e proprio ruolo di “solista” (quale poteva essere il violino nello scherzo della Quarta o il corno da postiglione nella Terza), ma con funzione altamente strutturale. In particolare qui abbiamo comunque ancora due protagonisti riconoscibili: la tromba che introduce la cellula fondamentale della sinfonia e il corno “obbligato” del terzo movimento. Entrambi gli esecutori de laVerdi sono stati degni interpreti dei richiami di natura mahleriani, che nella Quinta cominciano oramai a suonare come icone di una natura seconda, irrimediabilmente violata dall’uomo con le sue ansie di morte, di espiazione e di redenzione (non siamo lontani dalla “conversione”, seppur solo formale, di Mahler dall’ebraismo al cristianesimo). Non altrettanto impeccabili gli altri elementi nel gruppo degli ottoni, specialmente nel finale dove forse si è fatta sentire anche un po’ di fatica, acuita dai tempi piuttosto rapidi staccati dal maestro Caetani. In effetti la direzione non ha badato molto alla plasticità della partitura, preferendo giocare su mutamenti di agogica e dinamica in piccola scala che hanno deformato soprattutto l’ambito semantico della marcia funebre, dove si richiede invece una certa monotonia da trenodia. Inevitabile che anche la tessitura contrappuntistica ne abbia un po’ risentito, con l’eccezione di un poderoso secondo movimento in cui dalla ripresa in poi i corni hanno trovato l’impasto corretto per far emergere tutte le voci, conferendo chiarezza ad alcune delle più complesse pagine della sinfonia, oscillanti dalla disperazione al trionfo fino alla nostalgia. Lo stato di grazia si è ripetuto poi nel finale, evidentemente curato ad hoc, con il tema del Rondò che si fonde con la forma del corale richiamando le sonorità di Wagner (mediate da Brückner) per chiudere infine con un passaggio intrinsecamente mahleriano nella sua gioia ostentata ben oltre il limite della credibilità (quel tanto di ereditato da Tchaikvoskij insomma).

Nel complesso dunque una Quinta sinfonia che mette in scena tutte le complessità, gli “enigmi” che la musica di Mahler stava affrontando ed elaborando in quel periodo (1901-2 circa) di transizione ma già di grande maturità espressiva. Non dimentichiamo che egli rimase sempre insoddisfatto e revisionò a lungo la partitura, tendenzialmente per alleggerire l’orchestrazione e dare maggior trasparenza alla struttura discorsiva (al contrario ci è parso che Caetani abbia piuttosto approcciato la timbrica appesantendola, forse anche in un eccesso di confidenza). E’ sempre una sfida e un esercizio di interpretazione ed approfondimento affrontare queste composizioni, ed è sempre d’interesse vedere come ogni esecuzione ne faccia brillare alcune pagine a scapito di altre. In ultimo resta sempre la dimostrazione della vitalità della grande musica, che non necessita di aleatoria per produrre continuamente emozioni e spunti nuovi.

Alberto Luchetti

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