Mehta e l’Orchestra del Maggio alla Scala

Posted on 24 aprile 2013 di

0


Zubin Mehta sul podio

M. Mussorgskij: Kovanchina, preludio
P.I. Tchaikovskij: Concerto per violino e orchestra in re maggiore op.35
L. van Beethoven: Sinfonia no.1 “Titan” in re maggiore

 

Orchestra Filarmonica della Scala
Violino: Janine Jansen
Direttore: Zubin Mehta


 Dopo 18 anni torna ospite sul palco del Teatro alla Scala una delle massime orchestre del nostro paese, quella del Maggio Musicale Fiorentino, capace di rispondere nel migliore dei modi al difficile periodo che sta vivendo. Ambasciatore ne è ovviamente il loro direttore musicale Zubin Mehta, che fa il pieno di applausi, rifacendosi dell’accoglienza non altrettanto calorosa del suo Tannhäuser, nel 2010. Compagna nel trionfo è stata anche la violinista Janine Jansen, trentacinquenne realtà emergente dell’archetto che ha scelto uno dei suoi cavalli di battaglia, il concerto op.35 di Tchaikvoskij, per presentarsi in grande stile al debutto in questo teatro. Prima e dopo di lei lo spazio è tutto per l’orchestra e il suo direttore, con brani carichi di colori ed effetti quali il preludio della Kovanchina di Mussorgskij e la Prima sinfonia di Mahler. 

Dopo la deliziosa introduzione sulla melodia modale di Mussorgskij (come sempre valorizzata dalla pur non “filologica” orchestrazione di Rimskij-Korsakov), in cui si esaltano soprattutto i legni e i pianissimi degli archi, l’attenzione si concentra dunque su Janine Jansen, che valorizza la bella presenza con un appariscente abito rosso. Nello star system musicale odierno sappiamo quanto sia importante anche l’aspetto dell’immagine, ma non mancano alla violinista olandese anche le più fondamentali qualità tecniche. La padronanza dello strumento è totale, il suono sempre pulito e netto, le agilità precise e la gamma dinamica molto ampia. L’attacco (del solista) ad esempio riesce a mantenersi sul piano indicato in partitura, quando spesso l’andamento teso della frase porta a forzare i toni. Dal punto di vista interpretativo è chiara la volontà di portare l’espressività (già piuttosto spiccata) del brano ai massimi livelli, a volte anche con qualche eccesso in questo senso che ci pare essere l’unico limite (e margine di miglioramento) di questa artista. Abbondano cioè i rubati ad accentare ulteriormente i gesti più caratteristici della melodia, mentre la maggior parte delle note viene enfatizzata con vibrati. Si fatica tuttavia, nella grande varietà delle scelte di fraseggio, ad individuare una precisa direzione. Indubbiamente non si fa molto per restituire a Tchaikovskij un po’ di quella “classicità” a cui il compositore teneva molto. Nello specifico del primo movimento una lettura meno romantica allineerebbe maggiormente il solista e l’orchestra nel segno della virilità simboleggiata dal tema principale. La Jansen porta invece un punto di vista più femminile, timido ed introverso che contrasta e dialoga con la compagine, diretta invece da Mehta con grande energia ed un sostegno tutto maschile. Pensando alla genesi dell’opera, scritta per e con il violinista e forse amato Joseph Kotek, verrebbe da sostenere che la scrittura anche del solista abbia per lo più un tono virile analogo all’orchestra, ma non è priva di fascino anche la versione più dicotomica, che ci ricorda invece l’uso caratteristico che del violino solo faceva Richard Strauss (compagno proprio di una donna piuttosto “isterica”). L’entusiasmo e la risposta del pubblico, esplosa già a fine primo movimento in un inatteso applauso, conferma questo fascino. Difficile poi discutere il secondo movimento, in cui le ambiguità di lettura spariscono di fronte alla magia, questa sì tutta romantica, della Canzonetta. Il tocco di particolarità arriva qui da Mehta, che cerca un interessante colore acidulo nei legni che così facendo ben si differenziano (sempre in una logica contrastiva) dalla voce chiara del violino. Degni di menzione qui i pianissimi della Jansen, permessi ovviamente sempre da una direzione trasparente in cui anche i singoli strumenti dell’orchestra emergono cristallini (soprattutto il flauto). Il terzo movimento conferma questa capacità di “ascolto” del direttore che segue la solista senza avere nemmeno bisogno di guardarla, intuendone le fantasiose evoluzioni. Chiudiamo la prima parte parlando del (meno fantasioso) bis offerto dalla giovane violinista, che attinge dalla seconda partita per violino solo di Bach, ed in particolare dalla Sarabanda. Sparisce qui ogni vezzo ottocentesco e l’esecuzione cerca giustamente l’intensità espressiva nell’articolazione della frase, raggiungendo la massima chiarezza negli accordi d’arrivo (generalmente sulle minime).

Mehta e la Jansen sul palco del Teatro alla Scala

Mehta e la Jansen sul palco del Teatro alla Scala

 Con la Prima sinfonia “Titano” in re maggiore abbiamo una partitura ideale per far scatenare finalmente a pieno l’orchestra, dato che proprio qui il compositore Mahler agli esordi sinfonici ha voluto sfruttare la sua “arma in più” di affermato direttore e concertatore (allora in forze in a Budapest). Altrettanto affermato direttore e concertatore d’eccellenza è Zubin Mehta, che dimostra le sue qualità fin dall’introduzione, fin da quel la acuto tenuto in cui i ricami di intervalli giusti (la-mi, il Naturlaut) ricordano la Nona di Beethoven. Questo passaggio ritorna infatti tre volte nella sinfonia (due nel primo movimento ed una nell’ultimo) e tutte e tre le volte troviamo un gusto differente: delicato ed assonnato in avvio, più tagliente nella ripresa, pienamente realizzato e sicuro nel finale. Tutta la sinfonia, che in alcuni passaggi è modellata come un poema sinfonico, è ricca di ricerche timbriche e dinamiche che Mehta sfrutta senza indugi e con quella già evidenziata capacità di variazione. Citiamo in primis il tema principale del primo movimento che esce vellutato per poi cesellarsi negli archi, così come il successivo climax viene moderato in prima istanza per poter esplodere infine florido nella ripresa. L’orchestra è sempre sugli scudi, producendo suoni che riusciamo a definire solo come splendidi, con pochissime eccezioni (a tratti gli ottoni, esclusa la prima tromba che ha un ruolo centrale ed ha risposto benissimo). Non viene lasciata passare alcuna occasione di dare sfoggio di queste capacità, tanto che viene eseguito anche Blumine, raro secondo movimento tagliato già da Mahler e riesumato negli anni ’60. Non è in effetti di grande valore sinfonico (fu composto come musica di scena in altra occasione), ma è ricco di colori e di atmosfere affascinanti. Qui trionfa infatti la leggerezza e il legato, tanto quanto nel successivo Scherzo trionfano i toni scuri e l’andamento appesantito, prima che il Trio lo liberi in un valzer (o più correttamente un ländler) sfrenato. Tutti questi aspetti diversi vengono colti e valorizzati. Si arriva così alla celebre marcia funebre con citazione di Fra’ Martino, che Mehta magistralmente rallenta notevolmente mantenendo tuttavia inalterata la densità tetra dei contrabbassi, così da giocare ancora una volta sull’opposizione con una brusca accelerata (quasi non ci si potesse più trattenere) nello sviluppo che richiama le sonorità klezmer. Ci avviciniamo alla conclusione dovendo citare ancora il dolore acuto, lancinante, che apre l’ultimo movimento e l’ampiezza del precipitare successivo degli archi. Non è facile mantenere poi la chiarezza espositiva nel passaggio che segue, eppure orchestra e direttore sorprendono continuamente per controllo e precisione nella lettura. Ricordiamo che questa parte era intitolata (quando ancora Mahler aveva fiducia nei programmi espliciti) Inferno e paradiso, e fin qui siamo proprio in pieno “inferno”. Il “paradiso”, secondo il procedimento di evoluzione interpretativa già visto, non può presentarsi subito trionfalmente ma viene dapprima come soffocato nel timbro opacizzato fino ad ingarbugliarsi e divenire una traccia nostalgica. Rimane infatti da risolvere ancora un nodo, che già era stato presentito nel primo movimento sotto forma di tesi accordi che alternavano ff e pp, ritenuti e rilasciati. Solo quando questo è definitivamente sciolto potrà finalmente scatenarsi la fanfara idiomatica ed il finale trionfale, che per inciso è stata forse la cosa meno riuscita di una serata per il resto assolutamente eccezionale. Nessuno ha tuttavia lasciato la sala con l’amaro in bocca, dato che Mehta e l’Orchestra del Maggio hanno regalato al pubblico un bis verdiano per il loro ritorno alla Scala con l’ouverture della Forza del Destino. Ennesima occasione per far girare il caleidoscopio di colori ed intenzioni: dai muscolari accordi iniziali all’attonito primo sviluppo melodico che sfocia nell’estatica melodia di Leonora (impreziosita dai salti molto marcati dei violini). Trionfo inevitabile per tutti dunque, con l’Orchestra che ha applaudito il suo direttore in una serata di grande musica che speriamo si ripeta senza dover aspettare altri diciotto anni. 

Un ultimo pensiero, vedendo la coesione fra organico e direttore, va alla Filarmonica stessa, che da troppo tempo è di fatto priva di una guida che possa essere presente con costanza al suo fianco. Le nomine sono alle porte, speriamo sia l’occasione. 

 

Alberto Luchetti

Annunci