Quartetto Cremona: Tutto Beethoven pt.2

Posted on 17 aprile 2013 di

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Il Quartetto di Cremona

L. van Beethoven: Quartetto n.3 in re maggiore op.18/3
L. van Beethoven: Quartetto n.4 in do minore op.18/4
L. van Beethoven: Quartetto n.12 in mib maggiore op.127

Violino primo: Cristiano Gualco
Violino secondo: Paolo Andreoli
Viola: Simone Gramaglia
Violoncello: Giovanni Scaglione

Secondo appuntamento dell’ambiziosa integrale dei 16 (+1 con la Grande Fuga) quartetti di Beethoven che la storica Società dei Quartetti di Milano sta portando avanti in occasione del centocinquantennario della società. La scelta del gruppo da camera non poteva che cadere sul Quartetto di Cremona, già da anni ospite fisso della sala Verdi del conservatorio di Milano in un progetto di partnership che culmina proprio in questo biennio di festeggiamenti con l’exploit dell’integrale. Ideali eredi della tradizione del Quartetto Italiano attraverso la tutorship di Piero Farulli, i membri del Quartetto di Cremona non richiedono ulteriori presentazioni. Ne richiede una invece il programma di questa seconda sessione, che vede due assaggi dalla prima raccolta (il terzo e il quarto, che sono tuttavia  i primi ad essere stati composti) insieme con uno dei grandi capolavori della maturità, il primo del periodo cosiddetto “tardo”, ovverosia il numero 12 op.127. Un concerto a due volti se non addirittura tre, considerando la differenza che intercorre anche fra i primi due pezzi nonostante la vicinanza cronologica.

E’ il primo violino, con un insolito salto di nona, ad aprire il Quartetto n.3 in un luminoso re maggiore che è ancora epigone della grande epoca classica, di Haydn in particolare. E’ sempre il primo violino a condurre il discorso inizialmente, aspettando e ritrovando le altre voci per frequenti soste di unisoni che scandiscono l’andamento con accordi perfetti, limpidi.  Questa gestualità sta alla base della struttura di questa composizione (quantomeno del primo movimento), si ripete in continuazione ed il Quartetto di Cremona lo ha compreso molto bene, non perdendo mai l’occasione di enfatizzare questi incontri dopo un rapido scambio di occhiate per coordinare gli intenti. L’atmosfera ancora settecentesca è garantita dall’equilibrio armonico e timbrico, moderando le voci estreme ed utilizzando quelle più gravi per impastare quelle più acute. Una nota di merito particolare va dunque in ordine al violoncello di Giovanni Scaglione, estremamente delicato, ed alla viola di Simone Gramaglia, nel non facile ruolo di collante cruciale fra i due registri, allineandosi o imitando a tratti uno dei violini ed a tratti il violoncello. L’approccio insomma risulta più sintetico che analitico, con attenzione all’amalgama più che allo spiccare delle singole voci. Ne guadagna certamente la capacità di assecondare le sfumature del testo, ad esempio con un bell’effetto di nonchalance nella coda del primo movimento. La capacità di piegare espressivamente il dialogo musicale diventa poi cruciale per risolvere i problemi posti dal secondo movimento, che comincia già a forzare i canoni classici, intrecciando le voci fino ad intricarle in un groviglio intimo di relazioni complesse. Molto ben riuscito qui l’effetto di liberazione con cui una voce si stacca da questo gomitolo per cominciare un canto suo proprio, che le altre seguono a breve, non disdegnando però alcuni momenti quasi solistici del primo violino e del violoncello. Cominciano dunque ad allontanarsi i registri, con il grave a sostenere gli slanci dell’acuto. Affrontata la questione timbrica, la sfida passa sul piano del ritmo, che va prendendo importanza nel corso del terzo e quarto movimento. La risposta del Quartetto di Cremona è ancora una volta pienamente convincente e stilisticamente appropriata (qui l’eleganza deve cedere il posto alla spontaneità dell’impellenza), in un crescendo di tensione che non lascia un attimo di tregua. Il finale in understatement riconduce infine il discorso alla distanza di prospettiva del classicismo, un effetto reso con efficacia come testimonia lo spuntare di qualche sorriso fra il pubblico.

L'incipit del terzo quartetto op.18

L’incipit del terzo quartetto op.18

Conoscendo l’individualità di Beethoven non si può pensare che egli si sarebbe chiuso nella maniera da imitatore, ed ecco che nel Quartetto n.4 ritroviamo il burbero provinciale innamorato del do minore. L’attacco del primo movimento è promettente, soprattutto nella forma trattenuta (che accumula ancor più la tensione) scelta dai nostri esecutori, ma il discorso poi non fila, risultando sconnesso e irrequieto, tanto da doversi frequentemente appoggiare a soluzioni banali e del tutto eterogenee. Ci si può dunque più proficuamente dedicare a singoli episodi, ad esempio curando molto bene l’inscurimento del timbro nello sviluppo, col violoncello che pare lanciare una tenzone alle stoccate del primo violino. La sperimentazione beethoveniana, ancora piuttosto selvaggia, continua nel successivo Andante con una fuga che si perde nella sua stessa mancanza di serietà, non riuscendo ad intessere corde che travalichino i compartimenti stagni fra un blocco e l’altro del discorso musicale. Impeccabile il contrappunto del Quartetto di Cremona, ma per l’appunto non basta, come non basta aggiungere tocchi di malizia al Minuetto per portarlo alla grazia mozartiana. E’ d’altronde il fascino di un’integrale il confrontarsi anche con ciò che ancora non ha raggiunto la sua piena maturità di forma. Il quarto ed ultimo movimento si salva poi affidandosi ai virtuosismi del primo violino (il puntuale ed elegante Cristiano Gualco) portato sempre più verso le regioni acute.

Tutt’altro discorso va fatto quando si arriva invece agli ultimi capolavori, dove la sfida sta nel non perdere per strada nessuno degli elementi che compongono delle macchine perfette, anzi, diremmo degli organismi veri e propri. L’op.127 è il primo dei quartetti commissionati dal principe Galitzin, ed è già lo spalancarsi di un mondo in cui alcuni degli spunti appena abbozzati (e spesso abortiti) dei primi quartetti in bilico sull’orlo della tradizione trovano il senso del loro essere esistiti. Quella dialettica di pause all’unisono e slanci individuali (vista ad esempio nell’op.18/3) si traduce nel più organico dialogo fra il Maestoso d’introduzione e l’Allegro del primo tema vero e proprio. Il Quartetto di Cremona sfrutta questo passaggio per disegnare come un piano del suono su cui poi emergono le variazioni minime che compongono l’universo musicale a seguire. Così facendo si è in grado di superare quelle cesure fra blocchi che minavano alla base le prime esperienze, facendo diventare quei passaggi dei respiri, delle prese di fiato che, dosate coi giusti ritenuti e rilasciati, emergono quali elementi di grande fascino. L’impressione nel corso del primo movimento è quella di un sogno di morbidezza, in continuità con l’inizio del secondo, che è uno splendido esemplare delle grandi variazioni a cui ci ha abituati il tardo Beethoven. Il tema di questo “molto cantabile” Adagio, vagamente reminiscente di un’aria del Fidelio, è tuttavia decisamente più introverso, motivo stesso per cui è costretto a peregrinare nella metamorfosi-metempsicosi delle variazioni. Come spesso avviene negli ultimi quartetti, è il primo violino il più fragile del gruppo, ma perciò stesso egli è anche colui che ha in sé il germe della salvezza. Gli altri tre lo proteggono, ne guidano la salita per aspera ad astra sostenendolo fin dove è loro possibile e lasciando che da lì lui spicchi il volo nelle tessiture che competono soltanto alla sua solitudine, a quella solitudine di chi sta in alto di cui parlerà mezzo secolo dopo Nietzsche. Lo sviluppo plastico delle forme è indubbiamente riuscito, specialmente negli evidenti cambi ritmici che scandiscono le trasformazioni e fanno a poco a poco uscire il timido tema dal suo guscio per fiorire sempre più in espansione. Non è mancata al Quartetto di Cremona questa espansività lirica e cantabile tutta italiana. E’ mancata forse, ed è l’unico possibile alone su una serata sostanzialmente perfetta, la capacità di concentrare su questi momenti anche il senso latente di angoscia, questo invece tutto nordico, che accompagna l’allargarsi del canto in Beethoven (e in Mahler successivamente). Specialmente poi nelle variazioni, che serbano sempre una memoria dei trascorsi. Non a caso il tema involve nuovamente, divenendo quasi meditativo, coi soli trilli del primo violino a ricordare le vette già raggiunte, prima dell’apertura finale. Niente da dire invece sul terzo movimento, dominato da uno humour nero (anche questo avrà poi i suoi frutti in Mahler) in cui il violoncello fa e disfa, come se ciò che era scherzo improvvisamente si rivelasse inquietante realtà, tanto da scatenare il panico (il Trio in mib minore). Tanto per cambiare è il primo violino a risollevare le sorti, quanto basta per riprendere almeno l’ironia, oramai disincantata.

Il "conatus" avvia e conclude il Finale dell'op.127

Il “conatus” avvia e conclude il Finale dell’op.127

L’ultimo movimento infine alterna fortissimi a pianissimi, dissonanze a momenti di salda tonalità, contrappunti a unisoni, fluire melodico a strappi armonici. La scelta della plasticità in questo caso è indubbiamente la migliore, e permette al nostro Quartetto di scavare anche nel dettaglio dell’elaborazione problematica del materiale, passaggio necessario per poter poi levarsi, nel più classico dei finali beethoveniani, dopo un ritenuto di note puntate, su un letto di trilli acuti in cui il conatus verso l’altro (il goethiano hinan che chiude il Faust II) che aveva aperto il movimento lacerante si ripete sempre più affermativo nell’atmosfera resa estatica dal fremere delle semicrome.

Difficile aggiungere un bis dopo questo, lo ammette Gualco stesso che prende parola fra gli applausi finali. Bisogna andare a scomodare i mostri sacri, meglio se due insieme. Ecco allora una fuga di Bach trascritta da Mozart (K405) per quartetto, dove ancora una volta l’introversione luterana organistica si scioglie in una espansività nostrana in cui il genio di Salisburgo fa da mediatore. Bello anche sentire finalmente protagonista la viola di Simone Gramaglia. E così, dove finisce il concerto inizia l’attesa per il prossimo appuntamento, il 14 Maggio prossimo, con la triade dei Razumovsky. Ancora un altro mondo che si spalancherà, nel segno di Beethoven e della meraviglia che può sprigionare un quartetto d’archi.

Alberto Luchetti

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Posted in: Musica da Camera