Metzmacher – Swingle Singers alla Scala

Posted on 15 aprile 2013 di

0


The Swingle Singers

L. Berio: Sinfonia per 8 voci e orchestra
L. van Beethoven: Egmont, ouverture op.84
L. van Beethoven: Sinfonia no.5 in do minore op.67

Orchestra Filarmonica della Scala
Voci: The Swingle Singers
Direttore: Ingo Metzmacher

Un omaggio a Luciano Berio, nel decennale della morte (che cadrà in realtà il 27 Maggio), era doveroso anche per una delle massime istituzioni musicali italiane, il Teatro alla Scala, che ha ospitato alcune delle sue prime (ad esempio Passaggio, La Vera Storia, Outis). L’idea si è concretizzata in una esecuzione della sua Sinfonia per 8 voci e orchestra da accostare ai pilastri della Quinta e dell’Egmont beethoveniani. Questo programma compone dunque il sesto ed ultimo appuntamento della stagione concertistica del teatro, con repliche mercoledì 10 e venerdì 12 marzo. L’orchestra è chiaramente la Filarmonica della Scala, il direttore Ingo Metzmacher, frequentatore assiduo del repertorio di musica contemporanea, mentre le otto voci sono l’occasione per ritrovare gli Swingle Singers, eclettico ensemble di musica a cappella già svariate volte ospite (lo fu anche per la prima del già citato Outis, nel 1996).

La prima parte del concerto è stata dunque certamente la più interessante, per la presenza di un brano complesso ma già di tradizione come la Sinfonia di Berio, per la direzione di Metzmacher, assente da Milano dal 2004, e per le voci degli Swingle Singers. In questi casi, di fronte a composizioni senza dubbio poco ortodosse, non è sempre semplice valutare le esecuzioni. Certamente possiamo tuttavia affermare che la resa della Sinfonia è stata di grande effetto, specialmente grazie al fascino del suo terzo movimento, nel quale le voci e l’orchestra intessono un fluire di parole beckettiane e note mahleriane (oltre che di una lista non corta di altri autori) che ci inonda di significanti e significanti con grande suggestione. Al direttore tedesco Ingo Metzmacher non è certamente mancata l’energia e la forza espressiva, con un gesto deciso ed enfatico che mostra convinzione e dunque comprensione e consapevolezza di ciò che si sta dirigendo. Il tempo scelto, che ci è parso più rapido dell’usuale, ha d’altra parte forzato a tratti l’ensemble vocale agli straordinari per tenere botta, perdendoci in chiarezza nella già caotica (per quanto sia un caos ordinato, un caosmo) scrittura di Berio. L’attenzione, in altre parole, era rivolta primariamente all’orchestra, ad un rigore ritmico e ad una pesantezza dei timbri che ci fa tracciare un nesso ideale fra questo pezzo ed il Sacre du Printemps di Stravinskij. In comune v’è in effetti la ricerca di una forma arcaica di musicalità, ma in Berio essa si allontana dal primitivismo (e quindi dal ritmo), avvicinandosi piuttosto ad una genealogia del senso articolato dall’indifferenziato, cioè del tono (soprattutto nel secondo movimento) e della parola da un brodo primordiale di suoni. Non è casuale la posizione centrale dei testi dell’antropologo Lévi-Strauss, che aveva teorizzato la presenza di una forma musicale nella nascita del mito. Se pensiamo che il mito, nell’etimo, è racconto, forse era legittimo allora dare maggiore attenzione alle voci, che dal canto loro hanno mostrato accenti molto interessanti. Gli Swingle Singers in effetti hanno questo brano in repertorio da anni e lo hanno anche registrato con Boulez (sebbene la formazione non fosse quella attuale), raggiungendo una padronanza dei dettagli espressivi e delle tempistiche degli interventi che permette loro di enfatizzare i momenti fondamentali, nel turbine di input della Sinfonia, che identificano il senso profondo dell’opera. Citiamo a riguardo come prima cosa la già citata questione centrale del mito, esplicitata nel primo movimento con il tema della pioggia e del suo ritorno ciclico. Il terzo movimento poi sviluppa l’idea sotto la più evoluta forma archetipica della resurrezione, appoggiandosi musicalmente alla Seconda di Mahler mentre le parole chiave riguardano l’attesa (qui si cita il valzer di Ochs dal Rosenkavalier di Strauss) e la speranza (di resurrezione appunto), che va a spegnersi nel finale (non a caso dopo gli stralci da Beckett). Nel quinto ed ultimo movimento infatti si parla piuttosto e più mestamente di “ritardare la morte”, lo “spirito creatore non può farci più nulla”, e resta solo la “rassegnazione”. Per coronare la loro esperienza scaligera, il gruppo di due tenori, due bassi, due soprani e due contralti ha infinte eseguito a cappella, secondo la loro specialità, la “Piccola Fuga” in sol minore di Bach, ricevendo ad onor di cronaca molti e più convinti applausi rispetto al brano di Berio.

La doppia anima di Ingo Metzmacher: classico e contemporaneo

La doppia anima di Ingo Metzmacher: classico e contemporaneo

La seconda parte del concerto ha invece visto, come detto, l’esecuzione di due classicissimi da sala da concerto: l’ouverture da Egmont e la Quinta sinfonia di Beethoven. Anche l’abbinamento (insieme alla Coriolano) è un classico, assecondando affinità stilistiche, di atmosfera e di tonalità (do e fa minori e poi maggiori). Paradossalmente, la complessità di giudizio che citavamo per i brani avanguardistici vale in qualche maniera anche per ciò che sta all’estremo opposto, seppur per ragioni del tutto diverse. Il rischio qui è il confronto con le grandi edizioni di riferimento, che possono spostare l’attenzione in maniera maniacale anche sulle piccole imperfezioni della serata. In effetti, di imperfezioni, questa sera se ne sono sentite un certo numero. Cominciando tuttavia dalle note positive, citiamo ancora una volta il dinamismo di Metzmacher, che tiene costantemente un tempo rapido, sostenendo così la drammaturgia interna (specialmente nella sinfonia) e tirando fuori il meglio dai passaggi tempestosi dei violini. Ottimi poi i fraseggi degli strumenti più scuri, come violoncelli e fagotti, sia nei contrappunti che nelle melodie dedicate loro. Le note dolenti sono invece quelle dei corni, specialmente negli interventi a solo che costellano il primo movimento come richiami del tema del destino, che pareva quasi parodiato. Più in generale la prova degli ottoni non è stata felice, col risultato di una perdita di impatto nel tema trionfale del finale. Un certo numero di scollature infine si sono percepite anche negli unisoni dei legni. Insomma, l’esecuzione non è di quelle memorabili, sebbene alcuni spunti interessanti nei passaggi più in pianissimo siano certamente emersi, a dimostrazione probabilmente anche della maggior attenzione direttoriale nei confronti delle parti generalmente meno valorizzate (ma ben più innovative e moderne) della Quinta, cadendo invece nel difetto della routine d’alto bordo con cali di concentrazione nelle parti retoriche ed enfatiche (che sono comunque l’ossatura della sinfonia).

In questi casi, in conclusione, matura davvero la convinzione che sarebbe meglio evitare gli abbinamenti “contemporaneo + classico” che non abbiano un reale senso di dialogo fra i brani ma paiano più regolati dalla logica commerciale del “bundling” (il brano forte fa da cavallo di traino per evitare il vuoto in platea del brano più debole). A questi livelli è difficile raggiungere l’eccellenza senza una piena unità d’intenti di direttore ed orchestra, condizione piuttosto improbabile quando il programma vive di anime così differenti. E’ certo un omaggio a Berio accostarlo al capolavoro di Beethoven, ma sarebbe probabilmente stato ancor più omaggiante dedicargli l’intera serata, confidando che le forze spese per la sua valorizzazione avrebbero convinto anche qualche scettico in più.

 

 

Alberto Luchetti

Annunci
Posted in: Sinfonica