Goerne-Winterreise alla Scala

Posted on 12 aprile 2013 di

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C.D. Friedrich, Paesaggio invernale

F. Schubert: Winterreise D911

Baritono: Matthias Goerne
Pianoforte: Eric Schneider


I recital di canto sono fra le serate più particolari al Teatro alla Scala, spazio concepito per spettacoli su tutt’altra… scala… e che timidamente si china con la sua massa di palchi ad ascoltare i più grandi solisti attuali della voce. Il contrasto non potrebbe essere più grande fra il neoclassico impianto all’italiana, che è tutto facciata, ori e velluti rossi, e l’intimismo esasperato del liederismo tedesco, ben rappresentato dalla sobrietà del pianoforte scuro attorno al quale i due interpreti, Eric Schneider e Matthias Goerne, sempre di scuro vestiti, si concentrano. Riuscire a far nascere le atmosfere gelide e meste del Winterreise in seno alle luci della Scala è l’ennesima prova di quale sia il grande potere dell’arte, e di cosa significhi essere artista del canto ancora oggi. Goerne, indubbiamente, appartiene a questa schiera, ed anche stasera lo ha confermato.

Sarebbe superfluo soffermarsi sui dettagli dell’opera, giustamente più che conosciuta nonché fra gli apici del genere, e quasi altrettanto note sono le caratteristiche di Goerne se non addirittura proprio la sua interpretazione del Winterreise stesso. E’ infatti sua l’ultima rilevante registrazione del ciclo per voce di baritono, con l’accompagnamento (il termine è riduttivo in questo caso) di Alfred Brendel per la Decca. Era il 2004, sono passati quasi 10 anni e diventa quindi interessante oggi risentire questo interprete affrontare un’opera che verte interamente sulla tematica dell’invecchiamento e della morte. Interessante su due fronti: per apprezzare la maturazione dell’interprete e per valutare l’evoluzione della salute vocale.

M. Goerne

M. Goerne

Cominciamo da quest’ultimo punto. Matthias Goerne nasce a Weimar, nel centro spirituale della Germania, nel 1967. Il confronto fra la registrazione e l’attuale vede quindi il quarantenne contro il quasi cinquantenne. Il tempo si fa sempre sentire, e ci è parso che la principale conseguenza vocale sia un accenno di fatica nel mantenere l’omogeneità di prima nei passaggi di registro. Ne consegue da una parte una tessitura acuta più tirata e dunque quasi grottesca, mentre il passaggio ai bassi deve essere rinforzato con una perdita di limpidezza. Entrambi questi effetti in fieri sono ben lungi dal permetterci di parlare di “logoramento”, dato che la voce è sostenuta sempre e comunque dal solido fondamento di una tecnica precisa e cosciente, che permette di mutare le naturali trasformazioni vocali in punti di forza. Negli acuti, generalmente utilizzati per le parti idilliache o dolorose, il già citato effetto grottesco è moderato col controllo della dinamica in dei pianissimi che ritrovano un lirismo che non ha nulla di belcantistico ma è tutto liederistico. E’ il soffio di voce nostalgico, distante anni luce dall’ideale della voce piena e squillante all’italiana, che assume tutto il fascino del sogno che si sa disperato ed irrealizzabile (Irrrlicht, Frühlingstraum, Täuschung). All’altro opposto, i bassi acquisiscono una profondità e risonanza molto significativa. Anche qui l’effetto non è più quello di una voce “in piena forma”, e d’altronde non è certo di questo che parla il Winterreise, a maggior ragione trasposto per baritono. Ne potrebbero risentire i pochi Lieder burrascosi (Die Wetterfahne, Der stürmische Morgen, Mut) dove la voce tonante e lo squillo avrebbero un effetto, non fosse che anche qui la linea complessiva si giova molto più di una “burrasca” interiorizzata, che passa da vibrati intensi ma controllati, in maniera da non risultare mai incerti. Se poi pensiamo a quelle molte parti in cui il testo ci presenta un protagonista stanco, logorato dagli affanni dell’esistenza vagabonda ed irrequieta, è davvero prezioso ritrovare nel timbro un senso di “stanchezza” che non sia tuttavia fatica di emissione. Siamo ancora alla questione cruciale, nel canto come in tutta dell’arte, della mimesis che riproduce senza essere, che rap-presenta e fa vivere l’esperienza senza varcare la soglia invalicabile che romperebbe l’incantesimo. In questo caso, in cui l’oggetto poetico del ciclo è ciò che il Lied Der Wegweiser chiama “la via da cui nessuno è mai tornato”, è tanto più importante rimanere su quella soglia. Miracolo dell’arte, che come fa comparire un desolato paesaggio invernale fra l’opulenza degli stucchi dorati è capace anche di farci “vivere la morte”, per così dire. Abbiamo ravvisato questo superbo equilibrio nel canto oramai più che maturo di Goerne, ed ecco trovato anche il secondo punto: l’interprete. L’effetto di continua fatica e l’afflato verso la pace (la pluricitata Ruhe) è reso con tempi molto lenti (sempre sostenuti dalla bellezza e densità dell’impasto timbrico, seppur come detto più “opaco” di un tempo) e una gestione meravigliosa del fraseggio che si articola in ritenuti e variazioni di dinamica che accumulano la tensione drammatica da risolvere in cadenze di abbandono a cui fanno seguito lunghe pause di profondo respiro. Fondamentali in questa economia di “cupio dissolvi” sono i piani e pianissimi, che Goerne adopera con parsimonia e grande effetto, specialmente come detto nel registro acuto. La padronanza di tutti questi strumenti vocali permette infine di non sprecare mai le ripetizioni di frase ma di variare sempre la resa aggiungendo nuove sfumature, intenzioni e complessità di sentimento.

Fra le note meno liete segnaliamo invece, col sorriso sulle labbra, le facce da orco che costellano la maggior parte dell’ora abbondante di performance. Da un certo punto di vista madre natura non ha dotato Goerne di un viso espressivo quanto la sua voce, dall’altro l’uso degli occhi sgranati e delle smorfie non pare aggiungere molto all’intimo struggimento di quello che è probabilmente il testamento liederistico di Schubert. Altri eccessi di espressività fuori luogo li abbiamo riscontrati nell’accompagnamento pianistico di Eric Schneider, votato ad impreziosire a tutti i costi una scrittura pianistica che ha invece nella sua semplicità, linearità (se non forse anche in un certo didascalismo) molto del suo fascino. Ci riferiamo in particolare alla tendenza al rubato “sintetico”, ovvero che accorpa sonorità consecutive per forzare la dissonanza, ulteriormente enfatizzata dall’(ab)uso del pedale, in particolare degli effetti aciduli di stonatura al sollevamento (l’ultimo Lied, Der Leiermann, è stato totalmente rivoltato da questi vezzi discutibili).

Chiudiamo in ogni caso tornando alle note positive, all’intensità della sintesi di parola e musica che i recital di canto sanno creare, quando sul palco c’è un vero artista della voce, e dietro lo spartito il distillato dell’esperienza poetica di un grande compositore. Goerne-Schubert si conferma essere una di queste combinazioni da conservare gelosamente ed a cui ritornare, ciclicamente come ciclico è il Winterreise. Quanto meno finché il tempo ci consente di seguire l’organetto del Leiermann.

Alberto Luchetti

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