Gergiev-Kavakos alla Scala

Posted on 22 marzo 2013 di

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Valery Gergiev

D. Šostakovič: Concerto per violino e orchestra n.1 in la minore op.77
P.I. Čaikovskij: Sinfonia no.1 “Sogni d’inverno” in Sol minore op.13

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore: Valery Gergiev
Violino: Leonidas Kavakos 

In un periodo in cui le grandi figure musicali latitano, lo sbarco di Valery Gergiev non può passare inosservato. Questo inizio di primavera (non molto assecondato per ora dal clima) lo vede sotto “monopolio” del Teatro alla Scala, che non perde occasione per ospitarlo. Il suo arrivo era in verità atteso già in precedenza per la funestata produzione di Cuore di Cane, ma il forfait per “motivi personali” ha fatto slittare il suo primo impegno scaligero di questa stagione ad oggi con la Filarmonica, antipasto del Macbeth (versione 1847) che dirigerà dal 28 Marzo. Come avvenne negli ultimi casi il programma è ovviamente interamente russo, ed è un déjà-vu anche il binomio col violinista Leonidas Kavakos. Avrete dedotto che in programma c’è un concerto per violino, e nello specifico trattasi del primo di Shostakovich, così come Prima è la sinfonia di Tchaikovskij che lo segue e chiude la serata.

L. Kavakos

L. Kavakos

Il concerto per violino e orchestra in la minore risale agli anni 1947-48, ovvero al pieno vigore dello stalinismo e zdanovismo che impedì alla composizione di Shostakovich di essere resa pubblica in Russia. Esso vedrà infatti la “luce” solo nel 1955, sotto l’egida di altre due grandi figure di spicco: il dedicatario David Ojstrach e il direttore Yevgeny Mravinsky. Ascoltandolo tuttavia sorprende quanto poco esso possa essere accusato di “formalismo”. Se indubbiamente vi è un profondo gioco delle forme, con meccanismi di citazione e rilettura fino all’ironia e alla parodia, la fruibilità dei quattro movimenti più cadenza non è mai messa in discussione. In definitiva regna l’effetto ritmico e timbrico, e la dissonanza stessa è utilizzata, come sempre in Shostakovich, con un fine principalmente espressivo e raramente strutturale o astratto. Specialmente per quanto riguarda il violino, le cui capacità d’espressione sono qui realmente portate a massima ampiezza, tanto che l’orchestra stessa non si oppone (come da tradizione classica e romantica) ma fa da controcanto continuo, lasciandogli di fatto sempre un ruolo primario sulla scena. Questo è ben compreso dalla sensibilità musicale di Valery Gergiev, esperto interprete di Shostakovich che fin dal notturno iniziale si predispone in primis a sostenere il canto, continuo ed inesorabile, del violino solista. Conosciamo oramai il suo gesto, con lo stuzzicadenti al posto della bacchetta e il mignolino alzato mentre la mano destra ondeggia e vibra secondo musica, ma ci stupisce sempre come un segnale tanto minimo e criptico produca i massimi effetti stregando interamente l’orchestra e il pubblico. Interessante dunque come il carisma magnetico diventi funzionale a catalizzare l’attenzione da offrire su un piatto d’argento al solista. Nello specifico Gergiev somma estremo controllo del volume (mai sopra il mezzoforte) con cura nell’impastare i timbri fino a creare una sorta di quinta atmosferica, di fondale tonale dalle tinte lugubri sul quale le note di Leonidas Kavakos filano come lame. Per il violinista greco si possono spendere solo elogi, mai un suono sporco, mai un filato incerto, mai un pianissimo balbettante. La distinzione fra note tenute e vibrati è sempre netta, il che è tanto più importante in una parte che richiede l’alternarsi continuo di queste due espressioni. La sincronia fra direttore e violinista è l’altro elemento essenziale data la forte caratterizzazione ritmica dei successivi movimenti. In questo senso qualche complicazione è emersa nella prima parte dello scherzo, che trae la sua essenza “diabolica” dallo sfrenato rispondere in levare e fortissimo del violino, mentre il risultato è stato molto “umano”, con un senso di affaticamento del solista nello star dietro ai tempi forsennati dell’orchestra. Molto meglio la suggestiva passacaglia in cui nei timbri gravi (ottimi corni, violoncelli e contrabbassi, rivedibile la tuba) si mescolano il tema dell’invasione della settima sinfonia dello stesso Shostakovich ed il celebre motivo della quinta di Beethoven. I colori scuri fanno poi ancora una volta da sottofondo, ora in pizzicato, per il canto apparentemente perpetuo del violino solista. Dico apparentemente, perché è invece un grande effetto drammatico quando il tema ritorna al suo inizio e riconosciamo le orme percorse. Prima della conclusione Burlesque si punta l’occhio di bue su Kavakos che, nella sospensione totale del resto del palco (e della sala), attacca la lunga cadenza, esibendo un ricettacolo di ogni qualità si possa richiedere ad un violinista: dai lirici pianissimi in diminuendo, filati alla perfezione, agli ostinati energici in fortissimo, ai virtuosismi che fanno danzare la mano sinistra sulla tastiera, alla ripresa del tema in una delirante tessitura acutissima che si può permette anche di essere sgraziata (ma precisa), fino all’abbondare di corde multiple nel battagliero finale. Dopo una tale dimostrazione di forza, il ritorno dell’orchestra, ancor più pulsante nel ritmo, ondeggiante nella dinamica e straniante nel timbro, fa sostanzialmente da palmo di mano che porta in ascesa trionfale il violino danzante. Molti gli applausi e molti i richiami in scena prima che Kavakos col suo Stradivari “Abergavenny” si concedessero per un bis di grande maestria ed intensità dalle sonate di Bach. Curiosamente, proprio nell’attimo di silenzio prima dell’atteso fuori programma è squillato il solito improvvido cellulare, scatenando ilarità e sdegno equamente distribuiti in sala.

Il secondo tempo logicamente la scena è invece tutta per Gergiev, che tira fuori l’anima da mattatore e dà il “la” alla Prima sinfonia in sol minore di Tchaikovskij, che col suo sottotitolo “Sogni d’Inverno” pare tagliata su misura per la neve caduta appena la notte scorsa su Milano. Ci piace immaginare così quelle terze minori alternate (sib-sol) a ripetizione vibrante fin dall’avvio, mentre flauti e fagotti lanciano la prima cellula tematica come un richiamo trasognato (in realtà non particolarmente trasognato, nell’esecuzione di questa sera, meglio le successive ripetizioni con le viole e poi coi violoncelli e contrabbassi). Il primo movimento scorre in maniera molto fluida, con un suono sempre compatto e netto, forse un po’ piatto (che non significa ovattato, che qui sarebbe stato a pennello) rispetto alle attese a fronte di un direttore generalmente talentuoso nel dare profondità al suono. Egli si riscatta comunque nelle agogiche brillanti che ridestano il discorso musicale, specialmente in occasione delle riprese del tema principale (sagomato a doppia onda), sempre più preso in allargando al primo saliscendi per poi stringere al secondo (già più stretto come intervalli melodici) con efficacissimi rubati orchestrali. Il secondo movimento fa storia a sé, e qui Gergiev non si lascia sfuggire l’occasione di affondare le mani nell’impasto dei timbri, specialmente degli archi, tirando fuori una introduzione affascinante, un pianissimo avvolgente di calore totalmente umano (dopo il gelo del primo movimento). Un doveroso riconoscimento per la buona riuscita di questa “Waste Land” ante litteram va inoltre all’oboe, la cui melodia torna poi in viole e violini e, con enorme intensità nel culmine del movimento, reso con magnificenza, ai violoncelli (tratto caratteristico questo di Tchaikovskij). Dal punto di vista timbrico si aggiungono alle buone riuscite della serata anche i violini divisi del terzo movimento, precursori di tanti scherzi spettrali del compositore. Chiudiamo andando direttamente all’apoteosi del quarto movimento, in cui Tchaikovksij, spesso considerato il meno nazionalista dei compositori dell’epoca, si sforza di portare in trionfo una manciata di temi e suggestioni sfacciatamente russe. Bravo ancora Gergiev a non tirarsi indietro cercando di moderare o celare la sostanziale volgarità (nel senso meno negativo possibile) di questo passaggio. Innanzitutto egli cura tutta la progressione per giungere in cima al climax avendo mantenuto la dovuta tensione, quindi dà libero sfogo a tutte le macchie di colore quasi folcloristico inserite a viva forza e con pleonasmi nella stretta finale: dai vezzi dei flauti acuti, agli ostinati delle viole fino allo squillo degli ottoni. Segnaliamo a proposito la bella prova dei corni, di solito tanto bersagliati ed oggi invece impeccabili quando chiamati in causa, specialmente nei primi due movimenti e nel finale appunto insieme agli altri ottoni. Per quanta brillantezza il direttore e l’orchestra ci mettano, la superficialità della conclusione della prima sinfonia non lascia tuttavia totalmente appagato l’orecchio e il cuore, e qualche conseguenza si riscontra in parte del pubblico che si disperde rapidamente. D’altro canto piovono anche parecchi e meritati “bravi” dai palchi e dai loggioni, a coronare un ottimo antipasto, in attesa dell’imminente Macbeth versione 1847 che sarà un altro osso con polpa tutta da inventare.

Alberto Luchetti

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