Noseda festeggia Rachmaninov alla Scala

Posted on 19 marzo 2013 di

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Serge Rachmaninoff

S. Rachmaninoff: Concerto no.2 per pianoforte e orchestra in do minore op.18
S. Rachmaninoff: Sinfonia no.1 in re minore op. 13

Orchestra filarmonica della Scala
Direttore: Gianandrea Noseda
Pianoforte: Khatia Buniatishvili

 Nell’ultima settimana il nome di Rachmaninov ha circolato parecchio per le sale del Teatro alla Scala. L’occasione è il 140° della nascita nonché 70° della morte del compositore russo, omaggiato in una collaborazione con la Serge Rachmaninoff Foundation. Dopo i pomeriggi al ridotto dei palchi, dedicati alla produzione per pianoforte solo e doppio ed alla musica da camera, arriva il momento della grande orchestra. Patrono di questo “festival” è Gianandrea Noseda, ideale trait d’union fra Italia e Russia se consideriamo i suoi trascorsi di allievo di Valery Gergiev e le sue incisioni di Prokof’ev, Shostakovich e, per l’appunto, Rachmaninov con la BBC Philarmonic. La scelta del programma della serata ha voluto combinare uno dei brani più celebri di Rachmaninov, il suo secondo concerto per pianoforte e orchestra, con uno più problematico e meno eseguito, la sua prima sinfonia.

G. Noseda

G. Noseda

Come da tradizione, il concerto occupa il primo tempo. Sull’impegnativa panca del pianoforte si siede la giovane (25enne) georgiana Khatia Buniatishvili, che dopo anni di premi nei concorsi è oramai stabilmente in tour nelle grandi sale da concerto del mondo. E’ proprio il pianoforte, come è noto, ad inaugurare il secondo concerto, e ci rendiamo immediatamente conto di avere di fronte un interprete certamente non banale. I primi accordi del tetro do minore si materializzano in maniera incredibilmente morbida, così da creare un tanto maggiore effetto quando la progressione, aumentando in volume e perentorietà, raggiunge le regioni più gravi del pianoforte. Una caratteristica che ci è parso identificare nel suo pianismo è l’attenzione per il fraseggio della mano sinistra, sempre molto marcato e nervoso, col risultato di approfondire più la complessità della scrittura pianistica di Rachmaninov (alcuni rubati sono delle vere perle, specie nei trilli) che la cantabilità di fondo in cui il concerto trova un’otica più distesa. Ne deriva anche una resa più funzionale del primo movimento rispetto al secondo, che pure si giova, nella meravigliosa “reminiscenza” finale del pianoforte, di una sorta di elegantemente acre “intermittenza del cuore” proustiana che evidenzia la particolare pregevolezza dei pianissimi e dei ricami più sottili di questa interprete. Sul fronte direzionale possiamo invece dire che Gianandrea Noseda non è certo più una sorpresa. Lo stile è ben distinguibile, con la sua verve apparentemente inesauribile, il battere forsennato, la varietà dei tempi (a tratti quasi a rischio confusione per lo spettatore) e la concentrazione all’enfasi in ogni frase. Questo si traduce in un vigoroso legato in cui gioca un ruolo fondamentale il ricorso a frequenti ritenuti all’avvicinarsi dei climax in fortissimo, assecondando la scrittura di Rachmaninov che si alimenta continuamente di questo accumulo e scarico di intensità energetiche. Nell’assieme emergono per qualità i legni, a cui sono affidate anche alcune delle più belle pagine (nel secondo movimento specialmente), oscurando leggermente il ruolo “patetico” tipicamente tardoromantico degli archi. Impeccabile il controllo e il coordinamento (direi addirittura sinergia) con la solista, arrivando nei momenti più riusciti ad un concatenarsi delle componenti motiviche e armoniche che restituisce la coerenza compositiva di Rachmaninov evitando la trappola dell’eclettismo (della sfilza di “bei suoni” fini a se stessi). Qualche perfettibilità invece si potrebbe riscontare nel terzo movimento, specialmente per l’ineleganza degli interventi bruschi degli ottoni. In ogni caso il concerto termina in gloria con tutta l’energia e la nettezza che Noseda riesce a comunicare all’orchestra in un finale travolgente che strappa qualche bravo dai loggioni e molti applausi convinti dal resto del teatro.
Prima di lasciare la sala, la pianista ha offerto un super-bis che vale sostanzialmente come un pezzo ulteriore in programma: la Valse di Ravel. Sorprende dunque i tanti che si aspettavano ancora un omaggio a Rachmaninov, ma è indubbio che qui più che presso il russo ella potesse trovare una patria a quel talento per il ricamo pianistico, per l’intermissione dell’armonia nella melodia di cui accennavamo poco sopra. Il progressivo formarsi, mutarsi e dissolversi del tema di valzer è reso attraverso una perizia del dettaglio assoluta, inciso attraverso sincopi e portamenti, rubati e glissandi quasi “in miniatura”. Insomma dimostra un bel caratterino questa georgiana, nonché grande immaginazione e facilità nel far seguire l’esecuzione all’intenzione. La parte maggiore del trionfo della serata è stato, dopo tale prova, in buona parte suo.

K. Buniatishvili in una curiosa posa concertistica

K. Buniatishvili in una curiosa posa concertistica

Della prima sinfonia di Rachmaninov si può dire poco e molto. Poco perché in fondo è un lavoro di scarsa ispirazione e molto mestiere rispetto ai risultati successivi, molto perché fu uno di quei grandi fiaschi di importanti compositori all’esordio che fanno sempre discutere per secoli a venire. Come e più di prima, Noseda non guarda ai mezzi termini nella scelta dei tempi ed attacca il Grave iniziale con un ritmo sostenuto che, entrando nell’Allegro, diventa decisamente veloce. Come e più di prima, Noseda arricchisce l’andamento con variazioni di dinamica e agogica a ondate, enfatizzando da una parte la somiglianza di molto del materiale e delle tecniche con quelle di Tchaikovskij e d’altra parte comprovando anche l’abisso che separa il giovane Rachmaninov da uno dei più grandi (e più “fragili” e poco imitabili) sinfonisti di sempre. Se Tchaikovskij poteva lamentare che i propri temi fossero talmente individuali e caratteristici da non poter fare da base alla Durchkomponierung della tradizione sinfonica post-beethoveniana, qui abbiamo i medesimi difetti senza nemmeno la consolazione delle melodie autosufficienti. Basti vedere la poco provvida citazione del Dies Irae, magari confrontanta con l’equivalente nella Symphonie Fantastique di Berlioz. Specificato questo problema, che rende quanto meno comprensibili molte delle critiche dei contemporanei, possiamo confermare il buon lavoro di Noseda. La sua spinta propulsiva riesce infatti ad evitare l’eccessivo soffermarsi sulla banalità dei singoli elementi compositivi e a distrarre l’andamento dalla riproposizione quasi incessante dei temi in progressiva alzata di semitono. Fra le parti più ispirate, a cui Noseda dà giustamente spazio e respiro, ci sono i due assoli del violino (nel secondo gli fa compagnia il primo violoncello), il pianissimo che conclude il terzo movimento e, all’antitesi, la tumultuosa progressione finale, in cui gli archi emergono con plasticità ed espressività. Tanto bene hanno fatto violini e violoncelli quanto problematici sono stati i corni, vuoi per eccesso di cantilena, vuoi per suoni veramente sgradevoli e sproporzionati al resto dell’orchestra. Cogliamo l’occasione per tirare le orecchie anche a Noseda per il suo vezzo di accompagnare i momenti di maggior pathos con qualche verso ansimante di troppo (o quantomeno eccessivamente udibile in sala), ma glielo si perdona dato che, se questa sinfonia di Rachmaninov ha avuto un effetto nel complesso positivo oggi, è principalmente per merito suo. Anche il tributo del pubblico, comunque meno entusiasta che a fine primo tempo, non gli è mancato.

Ricordiamo in conclusione che, oltre alle repliche di questo concerto del 14 e 22 marzo, Noseda sarà sul podio della Filarmonica anche il 25 marzo, per festeggiare il quarantesimo anniversario degli Amici del Loggione con un programma a tinte operistiche da non perdere!

Alberto Luchetti

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