Brahms in Re maggiore con laVerdi

Posted on 19 marzo 2013 di

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Johannes Brahms

J. Brahms: Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op.77
J. Brahms: Sinfonia no.2 in Re maggiore op. 73

Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano
Direttore: John Axelrod
Violino: Midori Gotō

 

Non più tardi di un mese fa, abbiamo ascoltato con grande piacere la Quarta sinfonia di Brahms diretta dal maestro John Axelrod nella sua sempre più stretta partnership con laVerdi. In quell’occasione il binomio iniziava un ciclo di registrazioni live delle quattro sinfonie brahmsiane che oggi vede la successiva tappa con la Seconda sinfonia, in Re maggiore. La comunanza di tonalità, oltre che di autore e di periodo di composizione (fine anni 70 del XIX secolo), ha certamente guidato la scelta nell’abbinare ad essa il concerto per violino e orchestra, che ha fornito anche l’occasione per ospitare la nota solista giapponese Midori Gotō.

Midori Goto

Midori Goto

Come di consueto è il concerto a rompere il ghiaccio, per quanto nell’economia delle forze ci è parso immediatamente evidente che l’attenzione della compagine orchestrale fosse principalmente rivolta alla successiva sinfonia. La magniloquente introduzione, in cui il violino solista non ha nemmeno una nota, è risultata particolarmente leggera e atipica, quasi in un understatement del quale difficilmente riusciremmo a scovare una interpretazione funzionale all’espressività di fondo di questo brano. Qualche risposta in più ci arriva quando finalmente, con gesto molto teatrale, Brahms fa esordire il solista e le orecchie si tendono per ascoltare le note di Midori Gotō. Si tendono letteralmente, perché il volume d’emissione è straordinariamente basso, quasi una voluta timidezza in esordio che ancora una volta contrasta enormemente con l’usuale e più diffusa prassi esecutiva ma che certamente restituisce coerenza alla scelta direttoriale iniziale. Anche perché, dal punto di vista dell’esecuzione, la violinista giapponese non ha certo da nascondersi: le note ci sono tutte, il fraseggio è delicato ed elegante. Ciò che manca eventualmente è il pathos tipicamente romantico (o addirittura tardoromantico) con cui questo repertorio viene ormai automaticamente associato. Manca insomma principalmente l’uso intensivo del tremolo con la mano sinistra, mentre le note gravi faticano a saziare lo spettatore abituato ad un timbro ed un volume più ricchi, oltre che generalmente a tempi più vivaci. Splendida invece la tessitura acuta e le parti maggiormente lente, meglio ancora se in piano o pianissimo, trasognato. Che questa caratterizzazione sia una scelta o meno, un bene o meno, ai posteri l’ardua sentenza. Certamente già nel corso del primo movimento, con sviluppo e ripresa, l’esecuzione si è fatta progressivamente più energica, fino alla cadenza finale (Auer) in cui abbiamo visto anche levarsi un poco di più la fronte (reale e metaforica) dell’interprete giapponese. Da quanto detto finora possiamo dedurre che il secondo movimento sia stato, per caratteristiche, il momento più riuscito del concerto, con qualche acrobazia muscolare in meno e larghi pascoli per la poetica della frase. Efficace anche l’oboe, seppur con qualche tensione per i lunghi fiati richiesti, nell’incaricarsi di quella che è di fatto la melodia principale e più affascinante. Il finale di questo movimento anticipa già il seguente Allegro giocoso, che infatti John Axelrod ha attaccato quasi immediatamente al termine dell’Adagio. La vena popolare della musica del finale ha facilmente trascinato orchestra e solista, ancora una volta assolutamente meritevole per precisione e rapidità ma senza particolare espressività (se non quasi una certa ripetitività). Ad un primo ascolto non parrebbe questo il repertorio d’elezione per una interprete di queste caratteristiche, ed una piccola conferma ci arriva dal bis scelto: il preludio dalla Partita no.3 per violino solo, in Mi maggiore, di Johann Sebastian Bach. Siamo molto lontani evidentemente dal concerto di Brahms, e qui troviamo solo la parte migliore di quanto ascoltato prima dalla Gotō. E’ infatti una raffinata miniatura sonora quella che Midori Gotō confeziona per il pubblico dell’Auditorium (ricordando forse a qualche melomane la frase di Cio Cio San: “noi siamo gente avvezza alle piccole cose”) a partire da Bach. Sarebbe un piacere risentirla nelle Sonate e nelle Partite, che peraltro costituiscono il cuore del suo attuale tour mondiale per festeggiare i 30 anni di carriera. I calorosi applausi a fine primo tempo favoriranno certamente un tale ritorno.

Fatta una debita pausa, riprende il pellegrinaggio brahmsiano con una delle stazioni più rincuoranti nella, per lo più tragica e drammatica, “via crucis” della musica di Brahms. La Seconda sinfonia veniva infatti indicata dall’autore stesso come un’eccezione, rispetto agli altri suoi lavori per orchestra, per la “tenera amabilità” delle sue melodie ed armonie. Questa è indubbiamente solo la facciata, rinforzata dalla vulgata che enfatizza i tempi di ideazione e scrittura brevi (4 mesi, sempre rispetto ai tre lustri per la Prima) e l’ameno luogo di composizione (la villeggiatura di Pörtschach, in Carinzia). Sotto, come sapeva bene lo stesso Brahms, si cela una carica melanconica di rara potenza. Questo aspetto è indubbiamente stato preso come riferimento da Axelrod, che, tenendo fede alla scuola americana e bernsteiniana di provenienza, ha preferito lasciare gli orchestrali più liberi di sviluppare un suono timbrato e ricco di armonici piuttosto che privilegiare la precisione. Pochi gesti dunque e per lo più grandi orbite delle braccia, dunque con poche scansioni di tempo e molta enfasi sul legato. Ne traggono giovamento specialmente i violoncelli, fondamentali in entrambi i temi strutturali del primo movimento, che forniscono la tinta aspra necessaria appunto a chiaroscurare l’amabilità velandola di malinconia. L’assenza di un marcato rigore ritmico a sua volta conferisce un ulteriore andamento decadente alle frasi. Come per la Quarta del mese scorso, insomma, le scelte di Axelrod sono molto evidenti e direzionate, con conseguente ed inevitabile effetto doppio: grandi pregi e grandi difetti. Fra i pro citiamo almeno certi passaggi del secondo movimento, ovviamente sempre dei violoncelli, qui preponderanti con le loro crome. In particolare i tre accenni discendenti che evitano la cadenza alle btt.11-12 richiamando il Re maggiore del primo movimento, con un linguaggio che è già del tutto mahleriano. Altro grande risultato arriva sui grandi gesti dinamici che si susseguono prima della conclusione dell’Adagio, che Axelrod allarga enormemente. Il contrappasso arriva su certi strumenti che, poco controllati, facilmente escono dal seminato (il corno, spesso in assolo scoperto, in questo caso è sul banco degli imputati) e più in generale sul controllo degli attacchi, evidentemente più sporchi. Ne ha risentito particolarmente l’ultimo movimento (a differenza del terzo, metronomico al millisecondo), il cui tema vivace ha perso plasticità rimanendo come smussato e dunque poco trascinante (funzione che ritengo sia pur sempre la sua principale). Anche qui comunque la mano del direttore non ha mancato di farsi sentire, garantendo momenti di rilettura della partitura abbastanza notevoli quali, citando un esempio, l’allargamento dei tempi nella ripresa che conducono ad una nobilitazione del tema gioioso in Re maggiore che poi guiderà l’apoteosi finale, reminiscente delle esplosioni di giubilo della musica barocca con le trombe squillanti, spesso in quella medesima tonalità.

Nel complesso dunque una serata di grande interesse musicale per chi ama Brahms e, di conseguenza, non può mancare di apprezzare gli infiniti e caleidoscopici dilemmi interpretativi che la complessità della sua musica scatena ancora. Scelte non banali che, come abbiamo detto, non possono che portare a risultati di chiaroscuro, in un altalena di momenti affascinanti ed altri sconcertanti (anche nel senso letterale della parola!). In ogni caso musica, nel suo farsi continuo, in risposta alla nostra inesauribile sete.

Alberto Luchetti

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