Il Requiem di Verdi con Axelrod e laVerdi

Posted on 13 marzo 2013 di

0


Una foto dei funerali di Giuseppe Verdi

G. Verdi: Messa di Requiem

Orchestra e coro sinfonici Giuseppe Verdi di Milano
Direttore: John Axelrod
Maestro del coro: Erina Gambarini
Soprano: Vicotria Yastrebova
Mezzosoprano: Maria José Montiel
Tenore: Khachatur Badalvan
Basso: Mirco Palazzi

E’ ormai un appuntamento classico per l’Auditorium di Milano presentare la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi. La prima delle tre repliche quest’anno cade proprio nell’anniversario del giorno di nascita di Alessandro Manzoni (il 7 Marzo), l’uomo per la cui morte il maestro di Busseto compose questo Requiem nel 1874. L’ammirazione di Verdi per lo scrittore era grande, tanto che egli non osò mai trasformare I Promessi Sposi in un’opera, conoscendo bene le insidie che il lavoro nascondeva (vi si cimentarono invece, inevitabilmente con molto moderato successo, sia Petrella che Ponchielli). Tutto questo è noto, forse meno noto è che Manzoni non fu il primo destinatario nella mente del compositore: infatti il Requiem venne previsto originariamente in seguito alla morte del collega Rossini, avvenuta il 13 novembre del 1868. A soli quattro giorni, il 17 novembre, Verdi scrisse a Ricordi proponendo un Requiem la cui composizione collettiva doveva essere suddivisa tra 13 compositori italiani contemporanei. Nonostante una pronta e diligente risposta da parte di tutti i colleghi, non vi fu infine nessuna esecuzione e la partitura venne ritirata. Molti compositori utilizzarono dunque i loro brani in altre occasioni, cosa che fece anche Verdi con il suo “Libera me Domine”, seme dal quale, dopo la scomparsa di Manzoni, Verdi farà germogliare un’intera messa. Non a caso oggi, quando ascoltiamo quel “Libera me Domine”, strategicamente posizionato a chiudere la partitura, l’impressione è quella di una composizione ciclica. In esso ritroviamo infatti già sviluppate molte idee caratteristiche (la  prima terzina “Requiem aeternam” e del “Dies Irae” ad esempio) che non sono in realtà rimandi a posteriori (flashback) ma prime intuizioni di un brano a venire (flashforward). Ancora meno noto è un ulteriore riutilizzo verdiano: il celebre accompagnamento del “Lacrymosa” risale infatti agli anni del Don Carlos parigino, ed in particolare al compianto di Filippo sulla salma di Posa, scena poi tagliata. La morte di Manzoni pare dunque soprattutto aver presentato l’occasione per catalizzare tutto questo materiale, evidentemente interconnesso da un profondo sentimento comune, in ciò che è oggi uno dei massimi capolavori della musica occidentale.

Già a partire dal’incipit in pianissimo la musica è molto toccante, in bilico fra stilemi di grande effetto derivati dal genere d’opera e maniere che si rifanno invece alla lunga tradizione della musica sacra, quale il fugato del coro sulle parole “Te decet”. La fuga non era certo una tecnica usata spesso da Verdi, ma ogni ricorrenza di questa pratica è significativa. Un esempio per tutti è la fuga composta per la nuova versione del finale IV dal Macbeth parigino, tutte dimostrazioni di quanto egli fosse oramai un musicista completo.

Il noto genio drammatico di Verdi porta inoltre a dedicare la maggior parte dei brani a pezzi d’assieme, evitando un sovraccarico di arie solistiche, limitando il divismo del singolo e permettendo la strutturazione di un discorso musicale più intrecciato e complesso. Ne sia esempio, nel “Kyrie”, il quartetto dei (bravissimi) solisti che pare quasi creare una introduzione operistica con i protagonisti e il coro in sottofondo, senza che alcun elemento sia indipendente dall’altro. Fra le altre trovate d’effetto non si può non citare lo squillo delle trombe aggiuntive (collocate oggi in galleria) che richiamano in ffff il giudizio finale nel (nomen omen) “Tuba mirum”. E’ molto evidente, specialmente nel coro e negli ottoni, l’uso qui di sonorità grand-operistiche quali ne troviamo nei recenti Don Carlos e Aida. Ottima la direzione vigorosa di John Axelrod che non si è servito dell’ausilio della bacchetta ma si è affidato interamente all’espressività della gestualità delle proprie mani, confidando anche nel mestiere della solida orchestra.

M. Palazzi

M. Palazzi

Altra menzione d’onore va al basso Mirco Palazzi, che intervenendo in pianissimo col “Mors stupebit” crea enorme contrasto con l’energia dei pezzi appena precedenti ed una prodigiosa sospensione. Anche nel potente “Rex tremendae” sono sempre i suoi “Salva me” a risaltare fra i quattro solisti e il coro. Elegante e preciso dunque questo cantante che abbiamo sentito tante volte in varie incisioni operistiche per l’etichetta Opera Rara nonché a Pesaro nelle opere di Rossini. E proprio a Rossini viene da pensare quando attacca il belcantistico duetto femminile del Recordare. Sul fronte verdiano va ricordato invece che solo pochi anni prima fu tagliato dal Don Carlos proprio un analogo duetto fra soprano (Elisabetta) e mezzosoprano (Eboli). Questa suona dunque quasi come una rivalsa. Ottime e molto “teatrali” per sé entrambe le voci femminili (il soprano Vicotria Yastrebova e il mezzo Maria José Montiel), meno perfetto forse l’amalgama tra i due timbri. Gli echi del Don Carlos fanno ulteriormente da fil rouge anche nelle successive “Preces meae” del tenore (Khachatur Badalvan, d’effetto nonostante l’annunciato malanno di stagione) che incontrano le acciaccature dei fiati, ovvero le medesime figure musicali che caratterizzavano il dolore di Filippo II, richiamato a sua volta anche nel solo del basso (sempre l’ottimo Palazzi) “Confutatis maledictis”. Del “Lacrymosa” infine abbiamo già detto, ricordando solo che esso è  stato completamente rielaborato per l’occasione con un tessuto contrappuntistico molto più ricco (anche qui risaltano le acciaccature). Il lamento è prima esposto dal contralto dalla voce brunita e poi ripreso dal basso finché non se ne fa carico il coro stesso, nobilitando l’intero brano. Nell’omologo pezzo del Don Carlos invece il coro aveva una parte goffa di solo commento. La rielaborazione e sperimentazione verdiana si permette anche un contrasto netto con l’intonazione a cappella del “Pie Jesu”, che porta alla fine della sequenza.

Merita due parole ancora il secondo duetto femminile, ovvero il toccante “Agnus Dei” la cui struttura rivela altre suggestioni operistiche. Si inizia con le voci sole prima che la melodia venga ripresa da parte del coro, ora sostenuto da una dolce orchestra. La ristrutturazione del paragrafo musicale con, ad ogni ricomparsa, sottili variazioni nella linea melodica ed orchestrazione sempre più nutrita è una tecnica già utilizzata da Verdi in un altro dei brani poi tagliati nel Don Carlos: il coro di dieci minuti dei Boscaioli che originariamente apriva l’opera. Dopo l’estatico “Lux Aeterna”, conclude il nostro Requiem il “Libera me Domine” di cui abbiamo già citato l’andamento ciclico e la predisposizione dei temi principali. E in particolare il motivo del “Dies irae” che, con le sue quattro comparse durante la composizione, crea un forte ed energico collegamento tra i pezzi, peraltro intrecciati fra loro anche da richiami armonici e micro-tematici. Non è usuale per una Messa trovare contemporaneamente e così ben fuse caratteristiche di tradizione molto diversa quali la ciclicità dei brani, il forte contrasto dinamico tra le varie sezioni e l’attingere (consciamente o inconsciamente) alle tecniche più grand-operistiche di un Don Carlos o Aida. E sta proprio qui il fascino di questa composizione: un crogiolo di esperienze diverse che il genio eclettico del Verdi maturo ha plasmato nella creazione di un’opera assolutamente originale.

In conclusione omaggiamo ancora una volta tutti e quattro i solisti, dimostratisi all’altezza di questa operazione sempre impegnativa. Il coro di Erina Gambarini, oramai esperto nel brano, non ha sbagliato nulla, riuscendo a scuotere le viscere tanto coi pianissimi quanto coi fortissimi. Così anche l’orchestra che, altrettanto a suo agio in pieno repertorio, ha assecondato meravigliosamente il gesto deciso ed incalzante del direttore Axelrod. Si registra non a caso il tutto esaurito per tutti i e tre i giorni di programmazione, dimostrando ulteriormente il legame di questa musica con la sala e con il pubblico, entusiasta e sempre commosso da tale grandezza.

Fabio Tranchida

Annunci
Posted in: Musica sacra