Harding e la Filarmonica per Sawallisch

Posted on 3 marzo 2013 di

0


Wolfgang Sawallisch (1923-2013)

 R. Wagner: Vorspiel und Liebestod
da Tristan und Isolde

G. Mahler: Lieder aus Des Knaben Wunderhorn
per orchestra, soprano e baritono

Direttore: Daniel Harding
Soprano: Dorothea Röschmann
Baritono: Matthias Goerne

Quando la figura del sovrintendente Lissner fa capolino sul palco prima di uno spettacolo si teme spesso l’annuncio di qualche sciopero o defezione, ma non questa volta. Il lutto che ha colpito il mondo della musica due giorni fa non ha lasciato evidentemente indifferente il pubblico della Scala, che ha così intuito subito il motivo della presenza del massimo rappresentante del teatro in questa occasione. Il riferimento, ovviamente, è a Wolfgang Sawallisch, del quale è stata ricordata la lunga militanza scaligera, l’affetto per questa sala e soprattutto l’impegno nella promozione del repertorio austriaco e tedesco a Milano. Incredibile coincidenza e dedica perfetta, se si pensa che il concerto di questa sera, stabilito già in programmazione stagionale, presenta proprio brani di quel repertorio, con Wagner e Mahler. Immancabile il Preludio e Morte di Isotta dal Tristano, mentre è più rara la proposta dei Lieder per orchestra di Mahler tratti dalla raccolta popolare Des Knaben Wunderhorn. L’officiante è Daniel Harding, sempre più protagonista della vita invece contemporanea di questo teatro.

Per l’esecuzione dal Tristan und Isolde si potrebbe rimandare alla recensione del precedente (stessi direttore, orchestra e brano) di fine Gennaio, dato che l’impostazione stilistica non è sostanzialmente mutata, ma non guasterà riprendere l’analisi evidenziando le differenze. Innanzitutto è certo un’ulteriore perfezionamento della resa complessiva. La prima novità è già visibile nella disposizione dell’orchestra: violoncelli e contrabbassi transitano sulla sinistra con di conseguenza arpe e violini secondi a destra. Con tutta probabilità il direttore ha voluto così acquisire un maggior controllo sui due gruppi d’archi fondamentali (violini primi e violoncelli) che sono così risultati accostati. L’attenzione porta i suoi frutti già dalla prima frase (dei violoncelli, appunto), di grande intensità e precisione, così come l’accordo notoriamente dissonante che la lacera. Tutto il Vorspiel è all’insegna di questa intensità quasi muscolare ed a tratti addirittura un poco magniloquente (il che è in fondo molto wagneriano). Da una parte la tensione energica è costruita con variazioni costanti di dinamica per rendere il moto ondivago che caratterizza la scrittura di quest’opera, dall’altra il gesto deciso è garantito dal marcare molto le entrate di elementi nuovi (tanto in melodia, armonia o timbro) con l’uso di abbondanti ritenuti (anche questi caratteristici in qualche maniera del pathos del Tristano). L’effetto complessivo nel preludio è di uno spasmo di desiderio, un anelito addirittura mozzafiato. Anche perché il tempo tenuto è stato (coerentemente) piuttosto sostenuto, col rischio anche di sbavare alcuni attacchi farraginosi nei momenti più concitati. In occasione dell’esecuzione di un mesetto fa notammo in questi eccessi di entusiasmo, in cui l’eleganza e l’espressività del gesto dimenticano per un attimo la precisione, un piccolo neo della direzione (peraltro tecnicamente ottima) di Harding. Ancora una volta dunque la sua mano risulta più apprezzabile nel Liebestod, dove la rarefazione iniziale dell’orchestrazione e la quiete mistica che piomba in sala mantengono tutti lontani da tali eccessi, lasciando per essi libero e legittimo sfogo nel crescendo successivo. Splendido, ed è tutta maestria tecnica, il pianissimo che apre la Morte di Isotta, con una leggera e progressiva intensificazione dosata al millimetro. Splendido il legato, come sempre guidato con fluidità dalla mano destra, mentre la sinistra lo coniuga con l’effetto ondulatorio o respiratorio della dinamica variata già citata. Il suono è decisamente sontuoso ed appaga l’orecchio e tocca l’animo. Resta invece qualche perplessità sulla resa totale della profondità anche concettuale della partitura, seconda metà sempre presente in Wagner ma che richiederebbe una esecuzione integrale dell’opera per una seria analisi e valutazione. Religioso e lungo al termine dell’accordo di si maggiore il silenzio in sala, prima che l’applauso convinto rispondesse alla prova di valore.

Dorothea Roeschmann e Mattias Goerne

Dorothea Roeschmann e Matthias Goerne

La seconda parte rimane così tutta dedicata a Gustav Mahler, che certamente dal Tristan und Isolde ha tratto la massima ispirazione per la maturazione del suo proprio stile. Eppure, sentendo di primo acchito i suoi Lieder per orchestra da Des Knaben Wunderhorn non sarebbe così semplice riconoscere la filiazione (come lo è invece con alcuni passaggi delle sinfonie). Non a caso molti grandi studiosi mahleriani (Quirino Principe ad esempio) hanno visto proprio nella produzione liederistica (che era palestra e fonte di approvvigionamento per le sinfonie) la parte più spontanea della sua propria creazione stilistica, ovvero il suo contributo di novità alla storia della musica. Parlando dei Wunderhorn è fondamentale la relazione con la fonte dei testi, ovvero una raccolta di canti popolari nei quali Mahler ha trovato la culla di quel sentire tipico dell’est mitteleuropeo nel quale l’infantile, il banale, il grottesco e il tragico si mescolano. Si cita spesso a questo proposito un episodio dell’infanzia del compositore nel quale egli, fuggendo in strada dalla casa paterna dove i genitori litigavano ferocemente, si trovò di fronte un organetto che con la sua musica dozzinale contrappuntava il dramma familiare in corso. Anni dopo Mahler ne avrà una reminiscenza quando a New York, dall’altro di un grattacielo, vedrà sotto di sé passare un corteo funebre dei pompieri e ne sentirà la banda ovattata e resa grottesca dalla distanza. Tutto questo per introdurre ciò che significa cantare e dirigere Mahler, ed in particolare questo Mahler ancora non del tutto maturo e perciò a tratti ancora impreciso nel dosare il mix letale di banalità e tragedia. Iniziamo col citare il grande merito dei due celebri cantanti ospiti della serata, il soprano Dorothea Röschmann e il baritono specialista in liederistica Matthias Goerne, per il fraseggio molto caratterizzato. Il tono popolare, a tratti ingenuo ma in fondo sempre lugubre, richiede accentazioni marcate quasi fino alla volgarità. Il discorso è assolutamente identico per l’orchestra mahleriana, che infatti tanto spesso è stata tacciata di essere “kitsch”.da orecchi poco recettivi e cervelli poco intelligenti. Harding ha curato indubbiamente il dettaglio dando evidenza alle tante voci saltabeccanti che costellano la scrittura. Si sarebbe potuto fare anche qualcosa in più, forzando alcuni aspetti propriamente satirici ed ironici (in particolare in Des Antonius von Padua Fischpredigt un po’ piatto, molto meglio invece Lob des hohen Verstands), ed evitando di correre eccessivamente nei passi più espansivi. Non è mancata mai invece l’attenzione agli aspetti più cupi e spettrali, come in Das irdische Leben, Revelge e soprattutto Der Tambourg’sell. Peccato nuovamente a tratti alcune imprecisioni negli attacchi, qui molto più problematiche rispetto al legato wagneriano, con le maggiori spine nell’esordio di Urlicht (le trombe più che i corni). Nessuna imprecisione invece nel canto della Röschmann, che sfoggia continue alternanze di forti e piani con i generosi mezzi vocali di cui è dotata, così da puntellare la linea melodica di “strappi” che dando giusto colore e vivacità alla prosodia (in Lob des hohen Verstands, in Rheinlegendchen) seppur risultando a volte eccessivi (ad esempio in Wer hat dies Liedlein erdacht? e Wo die schönen Trompeten blasen, che deliziosamente richiama alcune atmosfere che saranno dei Vier Letzte Lieder di Strauss). Anche il baritono Goerne si è fatto valere con uno stile molto evidente di accentuazione del carattere grottesco di questi canti, sommando alla voce generosa e dal timbro scuro e sostanzioso una buona intonazione anche nella tessitura più acuta (spesso toccata da Mahler in modo anche poco ortodosso e non preparata). Anche in questo caso la forzatura stilistica non va sempre a segno, ad esempio in Urlicht dove una nobiltà maggiore non guasterebbe (non a caso questo Lied passerà poi al contralto quando sarà inserito nella seconda sinfonia). Sarebbe stato interessante anche sentire le due voci alternate ove la drammaturgia del testo lo permette (per esempio nel Nachtlied) ma si è optato per la scelta filologica di mantenere quanto scritto (e voluto) da Mahler. Particolarmente interessanti in conclusione sono stati proprio i due ultimi canti: Revelge e Der Tambourg’sell coi loro ritmi militari e l’espressionismo che ben si addice a Goerne e Harding. Non accesissimo l’entusiasmo del pubblico, che in parte ha faticato a mantenere lo stato di veglia fino alla fine dei Lieder, tenendo fede più al finale di Der Tambourg’sell (ovvero un bel “Gute Nacht”) che al titolo di Revelge (tradotto: “Sveglia”)!

 Alberto Luchetti

Annunci
Posted in: Concertistica, Opera