Danze per l’Oriente con laVerdi

Posted on 19 febbraio 2013 di

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Salomé, di Gustave Moreau

 S. Barber: Meditazione e danza della vendetta di Medea
R. Strauss: Salomé, Danza dei sette veli
M. de Falla: El amor brujo, Danza rituale del fuoco
N. Rimsky-Korsakov: Sheherazade op.35

Direttore: John Axelrod

L’occasione del capodanno cinese, che ha inaugurato l’anno del serpente, è stata colta all’Auditorium di Milano con la collaborazione della fondazione Italia-Cina, sponsor di questa serata. L’evento celebrativo richiedeva una selezione di musiche particolari, che incarnassero la mediazione fra i due mondi e la festosità della ricorrenza. La scelta è caduta su un programma interamente composto di danze, per lo più di insolita esecuzione e con il tratto comune di un gusto orientaleggiante. 

John Axelrod

John Axelrod

Le musiche per il balletto Medea, che apre il concerto, furono commissionate da Matha Graham a Samuel Barber. Il balletto andò in scena nel 1946 e nello stesso anno Barber ne ricavò una suite della durata di 23 minuti. Il direttore John Axelrod ha scelto di eseguire la versione del 1955, tutta focalizzata sulle figura di Medea e ridotta alla durata di 13 minuti. La prima parte ci suggerisce una sospensione nel tempo, un’attesa crescente, creata attraverso un tappeto sonoro uniforme sul quale ben presto si articola il dialogo tra i fiati e la coppia formata dal violino solista e dalla viola. Dopo un aumento di ritmo e volume si ritorna ad atmosfere più rarefatte. Tutta questa prima parte si identifica come “Meditazione” della stessa Medea, un raccoglimento che lascia tuttavia presto il posto allo sfogo di rabbia per il tradimento di Giasone. La seconda parte è quindi esaltazione della vendetta, straordinariamente espressa da un movimento di danza caratterizzato dal ritmo ossessivo (ci è venuto in mente il Bernhard Hermann di Psycho) e dalla presenza straniante dello xilofono. L’orchestra precipita così nelle regioni più gravi, per poi terminare la sua corsa in un acme di eccitazione con la furia degli archi, qui invece nelle regioni acute. Chiaro dunque che la ricchezza di colori è l’anima di questa composizione, e il direttore, concentrandosi proprio su questo aspetto e ben seguito dalla compagine, ha saputo valorizzare la tavolozza timbrica di questa multiforme orchestra.
Il secondo brano eseguito è più noto, si tratta della Danza dei sette veli, tratta dal primo grande successo in campo operistico di Richard Strauss: Salome. Ne approfittiamo per ricordare che, oltre alla usuale versione in tedesco, Strauss curò personalmente anche una versione in francese (lingua del testo originale di Wilde) di grande valore. Nel nostro caso ovviamente l’idioma non è decisivo, dato che la danza nasce come parentesi solo orchestrale da collocarsi della quarta scena. La sua natura di pezzo chiuso e dunque in qualche maniera eterogeneo rispetto all’opera fu piuttosto problematica per l’autore. Infatti, mentre il resto della partitura era già compiuta il 20 giugno del 1905, la danza diovette attendere l’agosto dello stesso anno e fu l’ultimo brano composto. Ascoltatori fini come Gustav Mahler, che pure avevano apprezzato l’opera nella sua interezza, si accorsero di questa complicazione e criticarono la danza, che oggi è invece probabilmente la parte più nota, trovando nuova vita proprio come pezzo indipendente. Tutto nasce dal ritmo e tutto procede dal ritmo. L’esotismo che contraddistingue la composizione è dovuto principalmente ai fiati e alle loro melodie, venate da sottili cromatismi e articolate su scale non diatoniche. Si evidenzia poi in particolare la tromba solista (suonata in maniera encomiabile) su arpeggi dell’orchestra intera. Alla ripresa variata l’orchestrazione si infittisce con, come in Barber, il notevole uso delle percussioni: xilofono, triangolo, castagnette, tamburo militare e piatti. Axelrod ha dunque gioco facile nel ripetere i buoni esiti del brano precedente, con ottimo controllo ed effettistica. Una curiosità ulteriore: Strauss utilizzò qui per la prima volta l’Heckelphon, uno strumento appena inventato della famiglia degli oboi con un suono più profondo e penetrante. Viene considerato lo strumento che funge da collegamento tra l’oboe e il fagotto.
Il percorso delle danze orientali (almeno per l’idea di oriente esotico che abbiamo noi occidentali) prosegue con la Danza rituale del fuoco tratta da El amor brujo (L’amore stregone) di Manuel de Falla.  Si tratta di un breve stralcio della durata di circa 5 minuti che vuole suggerire una danza gitana senza citare motivi folkloristici ma creando una propria fisionomia attraverso il ritmo, gli accenti e il colore orchestrale. Da notare l’assenza delle percussioni (che erano invece cruciali nei prime due brani) che fa ricadere tutto il lavoro timbrico ed idiomatico su un’orchestra di fatto di ridotte dimensioni. La breve durata ne fa tuttavia uno sfoggio estemporaneo di perizia timbrica, per il compositore come per il direttore, ma impedisce lo sviluppo di un vero discorso musicale. Forse sarebbe stato più interessante l’ascolto del brano nel suo contesto, così da dare anche maggior corpo alla prima parte del concerto, complessivamente breve rispetto alla seconda, dominata dalla suite sinfonica di Rimsky-Korsakov.

Luca Santaniello

Luca Santaniello

La suite sinfonica di cui riferiamo è evidentemente la Sheherazade, op.35. Non c’è dubbio che questo sia un brano che affascina al primo ascolto, specialmente per le sue melodie seducenti che immediatamente dipingono ai nostri occhi un mondo esotico ed affascinante. E’ un brano che non ci si stanca mai di ascoltare, essendo fonte di melodie sempre cangianti che gratificano l’orecchio. Missione compiuta dunque per il compositore, che traeva ispirazione dal caleidoscopico libro delle “Mille e una notte” e desiderava riprodurne le atmosfere in musica. Il brano venne composto nel 1888, poco prima dell’ouverture La grande Pasqua russa, altro brano dal forte sapore caratteristico. Siamo d’altronde anche nel periodo in cui Korsakov stava ricucendo e riorchestrando Il principe Igor di Borodin (membro del gruppo dei cinque), opera nella quale l’esotico e il folkloristico avevano grande peso. Rispetto all’ouverture e all’opera, Sheherazade ha la particolarità di essere una suite sinfonica. Ciò significa una ricorsività tematica (col bitematismo di fondo fra tema di Shérazade e tema del Sultano) e una struttura in quattro movimenti, ai quali solo in un successivo momento, su consiglio di Anatolij Ljadov, il compositore accettò di porre un titolo ad ogni parte. Questi titoli evocativi mostrano dal canto loro il carattere pittoresco ed episodico della composizione: “il mare e la nave di Sinbad”, “il racconto del Principe Kalender”, “il giovane principe e la giovane principessa”, “festa a Bagdad, il mare, la nave si infrange contro una roccia magnetica in forma di bronzeo guerriero”. C’è dunque una dialettica fra forma unitaria ed eclettismo dei singoli passaggi. Come abbiamo anticipato, il materiale tematico, per lo più comune a tutti e quattro i movimenti, è il primo elemento unificante di questo “poema sinfonico”, se così lo possiamo chiamare. Esso crea un tessuto di eccezionale coesione, ulteriormente rafforzato dall’attenzione quasi maniacale alle tonalità che a quei rimandi tematici aderiscono. Lo stesso discorso si potrebbe fare per i timbri e i ritmi, e qui ritroviamo quelle percussioni che, contraddistinguendo i ritmi danzanti (nella terza parte è riconoscibile una siciliana ad esempio), sono state le grandi protagoniste della serata. Uno degli elementi fonosimbolici (quindi tematico, ritmico e timbrico insieme) ricorrenti che ha grande parte in questo capolavoro è indubbiamente il violino solista, ovvero Shérazade stessa, ovvero Luca Santaniello. L’affetto del pubblico, come settimana scorsa e come sempre, non è mancato per il primo violino de laVerdi, ma bisogna riconoscere che la sua prova non è stata di precisione assoluta. Peraltro la stessa orchestra nel complesso ha mostrato una prova discontinua, alternando passaggi eccellenti a momenti di confusione. Certamente la notorietà del pezzo e la sua magniloquenza orchestrale complicano la faccenda, ed alcune sbavature sono inevitabili, dati i tempi stretti dei concerti settimanali che rendono impossibile studiare e provare partiture così cariche di preziosismi in ogni dettaglio. Nel complesso dunque un piacevole concerto, contraddistinto dal fil rouge della musica di danza che regala brillantezza e verve per tutto il corso della serata.

Fabio Tranchida

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Posted in: Concertistica