Chailly-Filarmonica: 200 anni di Verdi

Posted on 19 febbraio 2013 di

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Il binomio Chailly-Verdi

G. Verdi: Nabucco, Sinfonia
G. Verdi: Giovanna d’Arco, Sinfonia
G. Verdi: Jérusalem, Introduction e Airs de ballet
G. Verdi: Les Vêpres Siciliennes, Ouverture e Balletto “Les Saisons”

Direttore: Riccardo Chailly

Che il 2013 sia anno verdiano oramai è risaputo. Dopo le sterili polemiche per la prima wagneriana, l’anno solare (il vero bicentenario) è iniziato decisamente all’impronta di Giuseppe Verdi. In principio fu Falstaff, quindi Nabucco, ora tocca alla Filarmonica con un grande e atteso concerto tutto dedicato al “nostro”. Patrono della serata è Riccardo Chailly, che ha impostato il concerto con una direzione ben precisa: sfatare i miti dell’esistenza di un Verdi “minore” e dell’inadeguatezza delle sue composizioni orchestrali rispetto a quelle per voce. Non a caso l’intero programma è dedicato alle pagine orchestrali degli anni “di galera”, pagine a cui Chailly tenta di restituire dignità e continuità con i grandi capolavori successivi. Il progetto iniziale prevedeva in realtà anche la presenza di un grande tenore, Joseph Calleja, purtroppo indisposto. Le quattro arie previste (Ernani, Attila, I due Foscari e Vespri) sono state dunque sostituite in extremis dai balletti per Jérusalem, perfezionando la natura tutta orchestrale della serata.

La mano e lo stile di Chailly si fa sentire fin dall’avvio, con la sinfonia del Nabucco. Quello che è sicuramente il più famigliare fra i brani della serata, e che perciò ha anche il ruolo di accomodare gli spettatori ed introdurli per vie note, non manca dunque di mostrare le tracce della bacchetta decisa e precisa del direttore milanese. Rispetto all’esecuzione che Luisotti sta proponendo in questi giorni nello stesso teatro, Chailly pare voler smussare i tratti più bruschi della partitura, moderando l’effetto ba-ta-clan nei fortissimi, variando il tempo fra una ripetizione e l’altra del crescendo e stringendo le pause fra i vari “tronconi” dell’ouverture (piuttosto sconnessa), includendo chiusa e attacco in un solo gesto. La tecnica gli permette di tirare fuori dall’orchestra un suono concentrato ed energico, attento ai colori (benissimo l’oboe, avremo modo di ripeterlo spesso nel corso della recensione) e decisamente convincente. E sotto tutto questo leggiamo le intenzioni programmatiche: restituire un Verdi meno legnoso, esaltando i tratti di intuizione e grandezza (che preludono ai risultati della stagione matura) e smorzando i tratti più grezzi. In questo senso l’operazione è certamente riuscita, e, seppur forse non molto filologica, siamo in perfetta coerenza con l’impostazione concertistica scelta per la serata. Siamo anzi di fronte ad una vera e propria attività di interpretazione e vivificazione del repertorio musicale e dell’autore. Anche la scelta della successiva sinfonia, quella della Giovanna d’Arco, riprende questa ricerca. Ci riferiamo in particolare al passaggio quasi cameristico fra oboe e flauto, ricordando che l’esperto verdiano Budden identificava proprio in questi passaggi dall’orchestrazione alleggerita i primi segnali della maturazione di Verdi. Cogliamo l’occasione per elogiare entrambe i legni, nel solco di una grande tradizione italiana per questi strumenti tanto importanti per quel “colore” verdiano che è oramai quasi proverbiale.

In origine doveva seguire in programma la (rara) sinfonia dell’Alzira, anch’essa caratterizzata dal ruolo predominante di un legno, il clarinetto. Questo terzo brano della serata sarebbe stata l’ideale pagina successiva per accompagnarci nella progressiva transizione della musica del cigno di Busseto dalla mera effettistica verso una “Ausdruck”, un’espressione puramente musicale (è sempre Budden a tracciare questo meridiano). Al posto dell’Alzira troviamo invece l’introduzione a Jérusalem (quasi altrettanto rara), ed al posto del clarinetto troviamo in ogni caso un legno, il fagotto, a prendersi la scena inizialmente. Questo cambio di brano è dettato probabilmente dalla necessità di sostituire le arie di Calleja con un pezzo di una certa lunghezza, identificato nei ballabili proprio di Jérusalem. L’introduzione serve dunque ad aprire la via per queste Airs de ballet, composte, come tutti i balletti verdiani, per la Francia (Jérusalem è appunto la riedizione francese de I Lombardi alla Prima Crociata). Ancora una volta non è scontata la scelta di Chailly, dato che è proprio nei ballabili, composti per “convenienze teatrali” e poco amati dall’autore, che Verdi si esercita in una sorta di palestra di orchestrazione. Il rimando diretto nell’arco della serata è coi ballabili dei Vespri, che sentiremo fra poco e che, venendo quasi 10 anni dopo, presentano già i risultati di queste esercitazioni forzate. Avendo così in qualche modo il “prima” e il “dopo” da confrontare, il ruolo “critico” di Chailly rimane quello di tracciare i rimandi e movimenti intercorsi fra queste due fotografie, e quindi nuovamente di spingere verso i frutti ciò che è invece ancora germe. Riesce ad esempio a conferire una grazia inattesa al valzer del Pas de quatre, soffiando vita in una melodia che tende altrimenti a ripetersi e svilupparsi in modo alquanto prevedibile. Molto bene ancora una volta gli assoli del flauto (chiamato dai tempi del direttore a virtuosismi di agilità) e dell’oboe (a cui si affidano invece le parti più cantabili e sentimentali, e sono in buone mani). Non comprendiamo tuttavia, viste le premesse fin qui, la scelta di eseguire la versione ridotta di questi ballabili, applicando dei tagli giustificabili (come già fu alla prima con Verdi) solo per esigenze sceniche. In concerto varrebbe la pena di cogliere l’occasione ed eseguire l’integralità.

Abbiamo già anticipato l’arrivo de I Vespri Siciliani, che occupano l’intera programmazione del secondo tempo del concerto. Lo stacco, rispetto alla prima parte, non è casuale. Siamo qui decisamente fuori dagli “anni di galera”, siamo nel 1855, con alle spalle la trilogia popolare e quindi con alle spalle un successo sufficiente a permettere a Verdi il “lusso” di lavorare con calma a quella che è la sua prima opera scritta direttamente (non un rifacimento cioè) per la Francia. Lo stile francese (parigino) influenza enormemente il modo di scrivere di Verdi, passando in primis come abbiamo visto proprio dai balletti. Nell’ouverture dei Vespri troviamo ad esempio già una maggior attenzione alla trasformazione e transizione dei temi (e quindi generalmente dei timbri) gli uni negli altri. L’operazione di Chailly resta comunque la medesima, scovare la continuità, e dunque ora è chiaro che questo significherà dover invertire la direzione interpretativa. Se prima si doveva far guardare “avanti” lo spettatore, ora si dovrà dare un tocco retrogrado che tracci queste nuove forme a quelle ascoltate nella prima parte del concerto. In questa direzione vanno alcune scelte sorprendenti. Ad esempio citiamo la trattazione molto differenziata delle varie voci in orchestra, sfruttando effetti di dinamica per far risaltare a tratti più l’accompagnamento che la melodia. Altro caso emblematico è, a fronte di una esecuzione sostenuta e tendenzialmente sempre in accelerando, un improvviso rallentando e ritenuto nelle fanfare degli ottoni nella fase conclusiva. Diverso è invece il discorso per l’ultima fatica in programma: i balletti delle quattro stagioni (sempre dai Vespri). Qui siamo alla pura ricerca di preziosismi, dallo staccato e pizzicato marcatissimo nell’inverno fino al travolgente tira e molla dell’autunno passando dall’estro dei legni (clarinetto nella primavera, oboe e flauto nell’estate), dai suggestivi tremoli degli archi (estate) e dai glissandi delle arpe (primavera). Si apprezza così pienamente il livello di sofisticatezza che la scrittura di Verdi ha già raggiunto rispetto agli esordi, avendo cura di dare ad ogni voce il suo momento di ribalta idiomatica senza che nessuna monopolizzi la scena sonora e si perda quindi in sproloqui banali come nei ballabili di Jérusalem. Vale qui la pena di citare dalla piccola prefazione di Chailly stesso al programma di sala l’elogio alle Saisons come “punto di arrivo per complessità e qualità di invenzione musicale”. A differenza degli equivalenti di Jérusalem, è cruciale notare che il balletto era qui concepito già per l’opera e con una funzione drammaturgica già predisposta. E’ chiaro dunque che le intenzioni, l’attenzione e quindi i risultati saranno totalmente diversi.

Come ciliegina sulla torta, l’orchestra e il direttore, osannati a ripetute grida di “viva Verdi”, hanno ripreso in mano gli strumenti del mestiere per un bis con l’immancabile sinfonia della Forza del Destino, eseguita con grande intensità ed espressività. Unica pecca della serata sono stati forse i tromboni, generalmente in volume eccessivo rispetto ai colleghi e con intonazioni (quando scoperti) non sempre impeccabili e coordinate. Mettendo da parte questa questione, che non è certo nuova, la serata è stata un grosso successo con pubblico entusiasta nonostante i cambi di programma. Ancor più positivo è il giudizio se aggiungiamo il valore di riproposizione di pagine meno note e di educazione all’ascolto comparativo e contestualizzato in un percorso cronologico e critico. Grande merito dunque ad un divulgatore appassionato e comunicativo come Riccardo Chailly, capace di passare dalla filologia beethoveniana alle contaminazioni jazzistiche con Bollani. Noi intanto ci godiamo questo ulteriore tassello per un anno verdiano che, in faccia ed in risposta alla crisi, promette soddisfazioni.

Alberto Luchetti

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