Brahmendelssohn con Prosseda e laVerdi

Posted on 30 gennaio 2013 di

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Prosseda e il pianoforte

J. Brahms: Concerto per pianoforte ed orchestra no.1 in Re minore op.15
F. Mendelssohn: Sinfonia no.5 “La Riforma” in Re maggiore op.107

Pianista: Roberto Prosseda
Direttore: Jader Bignamini

Il tempo, che oramai ci separa da quelle opere cosiddette “classiche” che costituiscono la maggior parte del repertorio, ci consegna spesso una immagine di eternità, necessità e certezza anche laddove invece il parto artistico fu caratterizzato dall’opposto. Le due composizioni del programma del diciannovesimo appuntamento stagionale de laVerdi appartengono a questa categoria di “classici” (oggi) nei quali eppure gli autori (allora) non nutrivano pressoché alcuna fiducia. Si tratta del Primo concerto per pianoforte di Brahms, nato come sinfonia, poi diventato sonata a due pianoforti, infine convertito con poca convinzione e successo in concerto, e della Quinta sinfonia di Mendelssohn, che addirittura fu pubblicata postuma. Non è sempre facile recuperare il vero carattere intimo e tormentato di queste creazioni, a fronte di una tradizione esecutiva retorica, magniloquente e glorificante che tenta di dimenticarselo.

Non sarà il caso di soffermarsi sulle peculiarità del concerto op.15 di Brahms, alquanto note, ma dobbiamo ricordarne almeno una immediatamente: il ruolo del tutto innovativo, “sinfonico” e non solistico, che il pianoforte ha nell’insieme. In effetti si potrebbe affermare che la scrittura particolare dell’op.15 fa sì che l’interpretazione del pianoforte informi ben profondamente che in altri casi anche la direzione dell’orchestra (e/o viceversa). Questo pare esser stato saggiamente compreso da Jader Bignamini, sul podio questa sera, che ha lasciato dettare i tempi e l’espressività ad Roberto Prosseda, gradito ed illustre ospite d’onore della serata, lasciandosi trascinare da lui. Inevitabilmente ne ha fatto parzialmente le spese l’introduzione orchestrale in avvio, ove è mancata quella tensione straordinaria che Brahms vi ha messo attraverso il pedale di tonica cromaticamente discendente ed il trillo dissonante sul tritono (la bemolle). In questa tesa incertezza iniziale ravvisiamo una espressione già sincera e matura di Brahms, tanto che strumenti assolutamente analoghi (la forma di passacaglia ed il tritono in posizione chiave) si ritrovano all’inizio del quarto movimento della Quarta sinfonia. Basterà tuttavia attendere l’ingresso del pianoforte di Prosseda per ritrovare tutta l’ansia profonda e strutturale che sottende la scrittura di Brahms, nella quale l’esigenza formale è proprio il contrappeso necessario di una intima inquietudine (il tono minore). Qui, in particolare, ritroviamo questa dialettica nel metronomico tempo maestoso in 6/4 sul quale Prosseda oscilla (in accordo con l’armonia instabile) lasciando sempre intendere la possibilità di un rubato che trascinerebbe con sé tutto l’equilibrio monumentale apparente. Il trillo ansioso e disperato resta la cifra più evidente di questo sentimento, ed è la mano destra del pianoforte ad insegnare all’orchestra il vero significato del gesto. Non per questo dobbiamo pensare ad un ruolo dialogico fra solista ed insieme come nel concerto classico, piuttosto, tracciando la storia di questa composizione (sinfonia, poi sonata doppia) potremmo vederci addirittura elementi che ricordano la maturità pianistica beethoveniana (op.109-111 e bagatelle), dove infatti il trillo va ben oltre la funzione meramente ornamentale. Dunque un ruolo realmente strutturale del pianoforte, privato dell’estro virtuosistico ma investito di un altrettanto ardua responsabilità timbrica (la frequenza di accordi densi e spesso arpeggiati), dinamica, agogica e drammaturgica (i trilli, perfino tripli) per l’insieme. Non ci stanchiamo di ripetere che in tutti questi compiti la prova di Prosseda si è dimostrata encomiabile e soprattutto mai banale. L’adagio ad esempio è stato reso in maniera molto moderna e introspettiva rispetto all’usuale e stucchevole vulgata romantica. Il rondò invece ha usufruito di un fraseggio davvero originale che ben ha preparato l’arrivo del re maggiore finale evitando di cadere nelle formule retoriche mutuate dal terzo concerto di Beethoven. Il merito inoltre è ulteriormente accresciuto dal sapore piuttosto diverso che il retroterra di Prosseda ha. Sappiamo infatti che il suo nome è legato soprattutto all’altro protagonista di serata, a Mendelssohn, autore molto più luminoso e disteso. Ed in effetti, al momento del bis, la scelta cade proprio su un Lied ohne Worte, e per la precisione sulla barcarola veneziana in fa diesis minore, che egli annuncia come alquanto “brahmsiana”. Il motivo di questo aggettivo, inizialmente discutibile, ci è chiarissimo non appena la sua mano destra ancora una volta attacca un trillo, che questa volta suona tuttavia limpido e risolve ogni ansia. Non a caso qui siamo prima sulla quinta (do diesis) e poi sulla sensibile (fa): non più sul tritono dunque. Siamo in Mendelssohn, e non in Brahms. Con questa eredità preziosa di transizione, fra gli applausi di una sala gremita ma non calorosissima, il maestro Prosseda lascia a Bignamini il compito di proseguire con la Quinta sinfonia.

Jader Bignamini mentre dirige all'Auditorium

Jader Bignamini mentre dirige all’Auditorium

Le riserve che potevamo aver accumulato sulla direzione durante la prima parte del concerto (con l’orchestra quasi surrogata dal pianoforte) sono state rapidamente sciolte quando il controllo è tornato saldamente nelle mani di Jader Bignamini, che stiamo scoprendo mese dopo mese come giovane emergente “indigeno”. Fra le sue caratteristiche, per quanto visto finora, non c’è particolare morbidezza, e la parte introduttiva (Andante in re maggiore) della Quinta sinfonia ne risente un poco. Molto meglio invece la transizione verso l’Allegro con fuoco in re minore, con l’alternarsi efficace del tema dei fiati in fortissimo e del tema dell’Amen di Dresda in pianissimo. Non approfondiamo la parentesi sull’irriconoscente debito di Wagner nei confronti di questi momenti mendelssohniani, qui molto evidenti (non solo l’Amen, diventato tema del Graal nel Parsifal, ma anche l’uso sovrapposto note tenute dei corni e violini furiosi che ritroviamo identico nell’Olandese Volante). I grandi gesti dinamici sono decisamente più nelle corde di Bignamini, che da qui in poi ha dato una prova notevole di controllo, comunicazione espressiva e vitalità. Il momento migliore è parso il secondo movimento, coi legni predominanti in grande spolvero (cito il fagotto fra tutti) nel produrre un suono compatto ma leggero, nonché perfettamente legato quando necessario (ciò che era mancato a tratti in Brahms). Bene anche il romantico terzo movimento, soprattutto per l’aspetto dinamico (splendidi giochi di pianissimi), mentre c’è ancora da migliorare la sensibilità timbrica. Particolarmente delicato in questo senso è il reparto degli ottoni gravi (tuba e tromboni), che tende eccessivamente al bandistico, mettendo a rischio la fragilità delle atmosfere di Mendelssohn. Il corale del quarto movimento ad esempio ha offerto spesso il fianco a questa debolezza, anche per deficienze della partitura stessa, di cui, come abbiamo detto, lo stesso autore era insoddisfatto. Segnaliamo infine una nota davvero lieta: i meravigliosi accordi conclusivi di Bignamini. Nel primo movimento ha risolto quasi sfumando il suono, mentre nel quarto si è materializzato, seppur per un breve istante, un notevole equilibrio timbrico in cui i bassi vibranti raggiungevano le viscere mentre i registri più acuti risuonavano con le corde più nobili dell’animo dello spettatore. Momenti insomma di grande performance musicale, a dimostrazione e conferma di un potenziale, nell’orchestra laVerdi e in questi giovani direttori, per fare grandi cose.

Alberto Luchetti

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