Luisotti si fa russo alla Scala

Posted on 27 gennaio 2013 di

0


Nicola Luisotti

N. Rimskij-Korsakov: Shéhérazade, suite sinfonica op.35
P. I. Tchaikovskij: Sinfonia no.4 in fa minore op.36

Violino solista: Francesco de Angelis
Direttore: Nicola Luisotti


 Dopo il successo della recente Tosca, in cui la sua direzione aveva dato un senso ad un altrimenti scialbo spettacolo, torna alla Scala il viareggino Nicola Luisotti, bacchetta fra le più stimate in Italia oggi. Non è italiano invece il programma attraverso il quale egli guida la Filarmonica della Scala, dato che sono rappresentati due celeberrimi capolavori della grande tradizione orchestrale della Russia tardo-romantica: la suite sinfonica Shéhérazade di Rimskij-Korsakov e la ricorrente Quarta sinfonia di Tchaikovskij. Due facce dello stesso mondo dunque, ma due facce che forse non potrebbero essere più opposte.

F. De Angelis

F. De Angelis

L’onore dell’apertura spetta alla suite sinfonica, che Luisotti attacca intelligentemente lasciando sensibili pause fra una frase e l’altra del primo tema (“del sultano”), contribuendo così all’aspetto terrifico e misterioso che deve caratterizzare il despota orientale. Queste de-cisioni (nell’etimo) nell’esecuzione acquisiscono ulteriore significato quando emerge il secondo tema (“di Shérazade”) con le sue terzine sinuose. L’opposizione è totale, l’incedere discendente, balbettante e tremolante (il trillo sul do) del sultano che vuole giustiziare la moglie dopo la prima notte di nozze è assorbito totalmente dalla grazia leggiadra ed ascendente della sposina e dei suoi mille e un racconti. A perorare la causa della povera principessa (qui e nei futuri ritorni del tema) ci pensa il violino di Francesco de Angelis, solista internazionale ma anche primo violino “casalingo” della Filarmonica. Decisamente non ha fatto mancare la malia nel suo arco suadente e piuttosto deciso, quasi sensuale, a ricordare la muscolarità di una danza del ventre più che la leggiadria di una danza dei veli. Sulla stessa linea “carnale” ci è parsa la direzione di Luisotti che, privatosi dell’astrazione della bacchetta, gestisce la massa orchestrale con larghi gesti di entrambe le braccia in maniera, a giudicare dalla risposta dell’orchestra, piuttosto efficace. Nel complesso la conseguenza positiva è un ottimo grado di definizione nel suono, senza anticipi, ritardi o sbavature ed una gestione della dinamica di forte impatto, mentre l’inconveniente è una generale piattezza del colore (soprattutto se si pensa alla ricchezza di impasti timbrici che la suite offre) e del fraseggio, privo di quegli “sbalzi d’umore” nel mezzo della frase che rendono così peculiari le melodie russe (e più in generale, in questo caso, quelle orientaleggianti). Il reparto dolente per questo aspetto sono gli archi, dai quali si amerebbe sentire in determinati passaggi un calore “spirituale”, mentre ne è risultata più che altro una sensazione di tiepidiccio “corporeo”. Un generale encomio va invece agli strumentisti impegnati nei vari assoli (clarinetto e fagotto sugli scudi). Purtroppo senza i colori è difficile portare a casa totalmente una composizione come questa, dato che la sintesi finale avviene proprio a livello timbrico, col tema del sultano che si trasforma liquefacendosi dagli ottoni per scalare fino agli archi e all’arpa, ovvero nella patria timbrica di Shérazade, che lo ha così definitivamente av-vinto. Peccato non aver sentito dei bis del bravo de Angelis, che evidentemente non si sentiva insignito del ruolo di “solista” in una serata all’insegna comunque di una sana umiltà, col direttore che a fine primo tempo non ha voluto farsi applaudire sul podio ma ha preferito lasciare spazio ai suoi orchestrali, reduci da una lodevole prova.

Tchaikovskij

Tchaikovskij

Quando Luisotti ha poi rimesso piede sul podio, dopo l’intervallo di rito, non si è più tirato indietro dal ruolo di protagonista, dando il via ad una Quarta di Tchaikovskij piuttosto sostenuta (e fin qui, siamo a rigor di dicitura) ma forse eccessivamente rapida. Specialmente in difficoltà gli ottoni che, già non essendo uno dei reparti più solidi, si sono trovati a non avere fisicamente il tempo e il fiato per scandire con la dovuta penetrazione il decisivo tema del fato (che Tchaikovskij lo definiva il “perno” della sinfonia). Questa corsa a perdifiato, seppur non priva di un suo effetto agogico (per esempio la gratitudine con la quale l’orecchio accoglie finalmente l’arrivo del valzer più morigerato), ha tuttavia inficiato la plasticità del discorso e, nei passaggi più tempestosi, anche quella definizione nel suono degli archi che era stata tanto preziosa in Shérazade. In cambio troviamo qualche brunitura di colore in più alla ricerca di una differenziazione marcata (a tutti i livelli: di timbri, di dinamiche  e di fraseggi) delle varie sezioni tematiche. Ancora una volta un effetto encomiabile a corto termine, ma problematico sul lungo. In effetti un tale eclettismo rende difficile tenere il passo con il discorso musicale che Tchaikovskij tenta di portare avanti. La difficoltà è aggravata se ricordiamo lo scetticismo che già il compositore (come testimoniano le lettere) aveva sulla sua capacità di legare i propri temi, tanto ricchi di carattere e di finitezza espressiva e che dunque mal si addicono alle trasformazioni che reggono il discorso musicale nel sinfonismo classico (ovvero in Beethoven, dalla cui Quinta egli ricalca il modello del suo tema ritmico del fato). Particolarmente sottotono in questo senso è risultato il terzo movimento, il cui (beethoveniano) pizzicato ostinato richiede una messa a fuoco ed una sincronia esecutiva che sono decisamente mancate. Nel quarto movimento si sono invece visti i risultati di qualche prova d’orchestra in più, col tempo ancora una volta tremendamente veloce che, se da una parte ha dato risultati anche brillanti, dall’altra ha sfiatato i corni e conferito un carattere nevrotico a questa, già improbabile, esplosione di gioia. L’intuizione di forzare questo finale per farne risaltare l’irrealtà sarebbe un’idea interessante ed appropriata, ma non per la Quarta. Bisognerà aspettare la Quinta affinché Tchaikovskij maturi la consapevolezza di questo suo rapporto nevrotico con la gioia. Per ora siamo più vicini alla sensazione che la gioia ci sia, ma che sia distante da noi, che sia solo negli altri, e quindi che sia becera, dozzinale, come la canzone popolare del quarto movimento, oppure che sia solo nel nostro trascorso lontano, e quindi la malinconia del “modo di canzona” del secondo movimento. Proprio sull’andantino spendiamo le ultime parole. Dato ciò che abbiamo detto finora, è coerente che Luisotti non potesse leggere in maniera solo ingenua questo impasto di ricordi. Ci è parso invece che abbia cercato di dare qui un senso di nobiltà sentimentale, figurativamente rappresentato dal gesto sempre molto alto e ritenuto, trovando se non altro una lettura particolare e non priva di un certo fascino. Pareva se non altro il movimento più sentito dal direttore, per quanto probabilmente non fosse molto filologico nell’insieme e non privo di sbavature. Menzione d’onore infine per il fagotto di Valentino Zucchiatti, protagonista in positivo per tutta la serata che in ogni caso si chiude in trionfo per tutti. Un trionfo meritato, specialmente per la prima parte del programma molto godibile, mentre la seconda è una interessante prova non esente da scelte discutibili, come spesso avviene quando si rinnova il confronto con queste grandi sinfonie.

 

Alberto Luchetti

Annunci