Ein sehr deutsches Requiem con laVerdi

Posted on 22 gennaio 2013 di

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Johannes Brahms (1833-1897)

 J. Brahms: Ein Deutsches Requiem op.45

Soprano: Letizia Scherrer
Baritono: Johannes Mooser
Direttore: Helmuth Rilling
Maestro delcoro: Erina Gambarini

Nella storia della musica si potrebbero distinguere alquanto nitidamente due categorie di compositori: i talenti precoci e i frutti più tardivi. Johannes Brahms appartiene molto probabilmente alla seconda categoria, dato che nel 1868, all’età di oltre 35 anni, le sue qualifiche musicali si limitavano ancora all’attività di concertista (con più espressività che virtuosismo) e alla direzione di un coro femminile. Le sue qualità di compositore erano allora largamente sconosciute, con una notevole eccezione: il suo mentore ed amico Robert Schumann, che aveva già visto in lui il futuro della musica. Affinché la “profezia” di Schumann si avverasse, tuttavia, si dovette aspettare fino al fatidico 1869, quando a Lipsia venne eseguito per la prima volta integralmente Ein deutsches Requiem, l’opera che lancerà Brahms alla ribalta nella scena musicale. Che Schumann sia nel destino di questa composizione lo prova la dedica, che reca il suo nome accanto a quello della madre di Brahms. Entrambi infatti morirono in quegli anni, e proprio dall’elaborazione di questi due lutti è maturata la bellezza intensa che ancora oggi traspare da quest’opera. Un Requiem tedesco dunque, in cui i versi, selezionati da Brahms stesso a partire dalla Bibbia tradotta da Lutero, colgono il lato più intimo e umano del messaggio cristiano. In questo senso esso è tedesco non solo linguisticamente ma proprio culturalmente, espressione ed eredità di quella religiosità protestante che già nella vicina ma cattolica Vienna non avrebbe potuto smuovere i cuori (ed infatti la prima viennese fu poco applaudita).

H. Rilling

H. Rilling

Chi meglio di un tedesco dunqueleti poteva dirigere questa sera? Sul podio sale un prestigioso ospite ricorrente de laVerdi: Helmuth Rilling. Che a Rilling scorra nelle vene la tradizione protestante lo sappiamo dalle sue tante esecuzioni di Bach in giro per il mondo, ed anche l’esecuzione di questo Requiem “tradisce” quello che è il repertorio d’elezione del direttore. Le cose più riuscite della serata sono infatti indubbiamente il contrappunto corale e la gestione delle numerose e complesse cadenze che caratterizzano l’opera (che strizza in modo molto evidente l’occhio alla musica sacra di Bach). Meno attenta è parsa invece la bacchetta nel rendere giustizia anche della componente “viennese” della composizione, dell’uso dell’armonia e della drammaturgia sul modello beethoveniano rivisitato dai romantici. Apprezzabile dunque l’enfasi sulla natura programmaticamente “tedesca” dell’op.45, ma forse insufficiente a cogliere a pieno la complessità ed importanza anche storica di questa partitura, primo esempio maturo dello stile articolato e retrospettivo che caratterizzerà Johannes Brahms fino all’ultimo (fino alla passacaglia bachiana che chiude la Quarta sinfonia). In particolare sono risultati bruschi e spigolosi alcuni attacchi nei movimenti in cui l’amalgama orchestrale dovrebbe invece essere più morbida possibile (il primo, il quinto e l’ultimo). In generale invece è la scelta del tempo che è parsa decisamente più spedita di quella che siamo abituati a sentire, trasformando la cadenzatura da marcia funebre (una delle cifre stilistiche dell’opera ed uno dei tratti più romantici) in un battere e levare (più affine al barocco) a tratti monotono e funzionale solo nell’introduzione del sesto movimento, dove il sovrapporsi di armonie instabili ha reso molto bene l’effetto del popolo in cammino. La “fretta” ha reso poco nitida anche la componente drammaturgica giocata sui temi ricorrenti che, più che intrecciarsi con la condotta armonica, tendevano ad annegarvi dentro, con l’eccezione delle cadenze evitate (molto frequenti soprattutto nell’ultimo movimento) che hanno al contrario acquistato incisività grazie al piglio deciso di Rilling. Fra gli elementi che sono stati d’altro canto nettamente premiati dalle scelte direttoriali citiamo ovviamente tutte le estese parti in cui il contrappunto è padrone incontrastato, e dunque in particolare le fughe (bene soprattutto lunga fuga del sesto movimento, mentre è risultata un po’ piatta la celebre fuga del terzo). Questi aspetti polifonici sono stati messi ulteriormente in risalto dall’enfasi sapiente e costante sulle voci gravi (violoncelli e contrabbassi, fagotto, corni, tuba e trombone). Complessivamente la prova è risultata comunque in crescendo di qualità dopo un inizio opaco e macchinoso (confidiamo che con le riprese anche la pratica concertata aumenti), acquisendo quasi sempre una grazia encomiabile nelle parti conclusive dei movimenti (qui il merito va ai legni e ai fiati, più in forma degli archi questa sera). Particolarmente riuscito in questo senso è stato quasi tutto l’ultimo movimento, in cui magistralmente Brahms recupera parte del materiale del primo movimento per dargli nuovo significato. Il suo genio sta qui nell’aver rivisitato non solo le melodie ed armonie di apertura, ma perfino una parola chiave nel testo: “Selig”, che apre e chiude. Come “selig” (beati) erano i sofferenti del discorso della montagna che saranno consolati (frase molto amata anche da Tchaikovskij), così “selig” (sempre beati) sono i morti, che con la testimonianza delle loro opere hanno intrapreso il loro viaggio verso l’eternità (e qui finalmente Rilling tiene il giusto tempo lento che dilata i commoventi accordi finali di fa maggiore).

Il coro e l'orchestra di Milano Giuseppe Verdi

Il coro e l’orchestra di Milano Giuseppe Verdi

Protagonista assoluto oggi, probabilmente più dell’orchestra, è stato il coro. Abbiamo detto in apertura dell’esperienza che Brahms ha fatto ad Amburgo col coro femminile, qui ne vediamo i risultati. La parte è estremamente complessa, ma il coro diretto da Erina Gambarini ci è parso sostanzialmente sempre all’altezza, con un solo passaggio problematico per coordinamento (nel settimo movimento) e con punte di eccellenza nel sesto movimento (quando, dopo lo squillo dei tromboni, si elabora il do minore in do maggiore come domanda impaurita e risposta di fede). Forse leggermente troppo forte, in media, la componente femminile, che fa uno splendido effetto quando canta a mezzavoce (in alcune edizioni addirittura lo fa quasi per tutta l’opera), bilanciandosi così anche maggiormente con quella maschile (i tenori in particolari sono parsi a tratti pochi e deboli).

Arriviamo così alle ultime note: i due solisti vocali. Il soprano Letizia Scherrer ha dimostrato nel quinto movimento di avere una voce adeguata e solida nella tessitura impervia che Brahms le dà, pur senza avvincere particolarmente per bellezza di colore (soprattutto avendo nelle orecchie la Schwarzkopf o la Ludwig, che qui fanno due meraviglie assolute). Qualche problema di carburazione in avvio (subito spinto in alto su “Ihr habt nur Traurigkeit”) ma molto meglio successivamente, ad esempio nella splendida ripresa dello stesso motivo, ma questa volta in tonalità minore, poco dopo e nella dilatata chiusa re-mi-mi-re su “wie-der seh-en”. Il baritono Johannes Mooser ha dal canto suo convinto pienamente nelle sue due apparizioni (terzo e sesto movimento), scandendo con solennità il non facile modo eolico di “Herr, lehre doch mich” (anche qui ovviamente non dobbiamo avere come paragone Fischer-Dieskau o sarebbe difficile uscirne illesi) ed irrompendo perentoriamente coll’annuncio in fa diesis minore del grande mistero della resurrezione. Voce con begli armonici in profondità che sale senza mai perdere l’appoggio e guadagnando chiarezza e nitore in maniera precisa e notevole. Sarebbe ovviamente piacevole ed interessante sentire ancora queste due voci, oggi poco sfruttate e perciò di difficile valutazione complessiva, per quanto indubbiamente promosse.

Alberto Luchetti

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Posted in: Musica sacra