LaVerdi barocca e Bach: Oratorio di Natale

Posted on 11 gennaio 2013 di

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Orchestra ed ensemble vocale laVerdi Barocca

Direttore: Ruben Jais
Direttore dell’ensemble vocale: Gianluca Capuano
Soprano: Maria Hinojosa Montenegro
Mezzosoprano: Sonia Prina
Tenore: Makoto Sakurada
Basso: Thomas Tatzl

 

Per il quarto anno consecutivo, all’Auditorium di Largo Mahler in Milano risuona per le festività natalizie il Weihnachtsoratorium di Johann Sebastian Bach. Questa composizione sta diventando una piacevole ricorrenza, come già da tempo abbiamo avuto modo di apprezzare la Nona di Beethoven a Capodanno e le Passioni di Bach (alternate) a Pasqua. La musica diventa quindi quasi un fatto rituale, una ricorrenza da “santificare” con la musica in accordo risonante con la ricorrenza festiva che altrimenti andrebbe sempre più perdendo il suo significato culturale e sociale.

Ottima l’esecuzione proposta e gran merito va sicuramente, oltre che al direttore d’orchestra, alla superba prova dell’ensemble musicale preparato molto bene dal maestro Gianluca Capuano, vero esperto e dotto musicologo in questo repertorio. Sono bastati infatti sedici coristi (quattro per registro) per creare un coro di sottile omogeneità e di grande precisione nella vorticosa scrittura barocca. I cori sono ovviamente fondamentali in quanto aprono e chiudono le sei cantate che costituiscono l’oratorio bachiano, intervenendo poi anche durante la cantata, a volte perfino dialogando con i solisti. Le cantate prima, terza e sesta sono le più fastose, anche per via degli strumenti nell’organico: qui il coro deve coraggiosamente confrontarsi con trombe naturali e corni naturali che creano una atmosfera di vera esultanza. Nella rappresentazione alla quale abbiamo assistito un sincero plauso va alle tre trombe, mentre qualche problema in più si è riscontrato nell’esecuzione dei corni, specialmente al loro ingresso a freddo nella quarta cantata, con una certa timidezza iniziale che si è tradotta in scarso volume e leggere imprecisioni e stonature.

L’uso di sonorità particolari (almeno per il nostro orecchio) non manca nemmeno nella seconda parte, dove sono protagonisti i due oboe d’amore (ottimi) e i due oboe da caccia (più problematici). Già nella sinfonia introduttiva troviamo un suono cupo ma peculiarmente dolce grazie alla bassa tonalità (fino al la) che gli strumenti raggiungono attraverso la loro campana tonda. Perfetta questa introduzione che sembra preludere all’arrivo dei pastori con i loro strumenti bucolici. Simile è l’effetto usato da Händel nel Messiah (altro appuntamento fisso de laVerdi) con la “piva”, che esprime proprio musica pastorale. Resta da stabilire quanta musica di Bach conoscesse Händel e viceversa. Ricordiamo per contestualizzare storicamente che questo oratorio bachiano fu composto nel 1734, ovvero negli anni dell’Ariodante e dell’Alcina di Händel, mentre già nel 1733 Pergolesi componeva la Serva padrona.

Molti brani delle cantate dell’oratorio di Natale provengono da altre cantate composte per occasioni particolari, in dettaglio le cantate BWV 214 e BWV 213. Era prassi comune riutilizzare brani preesistenti, data la grande mole di musica che si richiedeva al compositore e considerando che alcuni brani venivano eseguiti solo una volta; la rielaborazione di brani preesistenti permetteva alla musica di rivivere in una forma nuova. Bach era attentissimo nel donare nuova contestualizzazione ai pezzi, adattandone la tonalità, l’orchestrazione ed alcune variazioni per aderire meglio al nuovo testo ed alla nuova collocazione strutturale (qui ad esempio v’è una tonalità di base di re maggiore su cui si allineano oltre metà dei brani). Questa pratica proseguì a lungo anche dopo la morte di Bach: maestro degli “auto prestiti” sarà ad esempio il grande Rossini, capace con questa tecnica di comporre anche cinque opere all’anno!

Ruben Jais e laVerdi barocca

Ruben Jais e laVerdi barocca

Il cast dei solisti è stato modificato qualche giorno prima del concerto, cosicché al posto del navigato Christian Senn (sempre apprezzabile per la verve) abbiamo avuto l’occasione di riascoltare Thomas Tatzl, da poco intervenuto nella Nona di Capodanno, un basso-baritono ancora giovane che non pare aver ancora definito bene il suo repertorio. Ci è sembrato comunque molto più a suo agio nella musica del ‘700 che nella sinfonia beethoveniana, evidenziando un buon fraseggio, bel timbro e facilità negli acuti, mentre nel registro grave bassi l’artista tendeva un po’ troppo al parlato.
Il tenore Makoto Sakurada è risultato, come nelle precedenti prove, molto professionale e preciso nel ruolo dell’evangelista-narratore. La voce, di volume più che sufficiente nei recitativi che compongono quasi l’intera parte, è risultata tuttavia un po’ piccola nelle parti ariose.
Maria Hinojosa Montenegro, soprano, ha invece creato un vero e proprio gioiello nei sei minuti dell’aria con eco della quarta parte. L’effetto eco tipico della musica barocca viene qui portato ad estrema complessità e raffinatezza: un soprano e un oboe sono in scena mentre i loro corrispettivi risuonano da fuori scena. Le quattro voci (raddoppio del raddoppio) si rispondono in maniera originalissima e l’ascoltatore non sa mai chi risponde a chi creando un gioco sottilissimo di disorientamento nel pubblico. Notevoli anche nel resto della prova le doti recitative (specialmente di espressione facciale, data la staticità della messa in scena oratoriale) di questo soprano.
L’aria che conclude la terza parte ha infine dato il giusto rilievo alla cantante più preparata della serata, Sonia Prina, ospite ricorrente de laVerdi barocca nonché nota specialista in Händel e Vivaldi (compositore peraltro molto ammirato da Bach). Conosciamo ormai la sua voce brunita e i caldi affondi nel registro grave che non sono mancati nemmeno questa sera. Speriamo di sentirla anche più spesso in Auditorium, magari proprio con una esecuzione di Vivaldi, compositore del quale stanno affiorando dalle biblioteche europee numerose opere credute perdute e tutte da riscoprire. Interpreti di questo calibro sarebbero capaci di ridar loro vita.

In conclusione, una serata davvero piacevolissima a cui non è mancato il seguito di pubblico affezionato a questo repertorio raro ma prezioso. Come sempre, la resistenza alle oltre tre ore di musica è stata rinvigorita dalla pausa-cena a buffet nei foyer del teatro tra la terza e la quarta cantata. Per un buon cristiano anche la cena in comunione è giustamente sacra! Ecco un altro elemento di questo rito, come dicevamo all’inizio, rito che vuole creare anche un nuovo tipo di pubblico e socializzazione sia nell’ascolto sia nella convivialità.

Fabio Tranchida

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