Vittorio Grigolo alla Scala

Posted on 10 gennaio 2013 di

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Vittorio Grigolo alla Scala

Ospitiamo volentieri una salace critica dell’amico Giacomo Beria al recente recital di Vittorio Grigolo alla Scala:

RECITAL DI VITTORIO GRIGOLO ALLA SCALA
Affettazione e “mellifluo consenso”

Già alla consegna degli abiti al guardaroba  si poteva presagire lo spirito della serata.  Bastava   leggere alcuni volantini, sui quali era stampato l’invito a recarsi, al termine del concerto, nel foyer, per ricevere la firma del tenore sull’ultimo suo cd.  Evidentemente il famoso  cantante  aveva già dato per scontato che non poche persone non solo avrebbero acquistato la sua ultima testimonianza discografica, ma anche avrebbero nutrito l’indispensabile esigenza di consacrarla con la sua preziosa  firma.
Man mano che il concerto proseguiva di aria in aria, ancor più numerose erano quelle che si dava il nostro eroe canoro.  Fin dalle esecuzioni belliniane  (“Dolente immagine di Fille mia”, “Vanne o rosa fortunata”, “Malinconia”, “Per pietà bell’idol mio”) si capiva quanto  amasse scambiare il palcoscenico della Scala con quello di un piano bar o, forse, di un cubo da discoteca, visto che gli è stato appioppato da un mio amico l’appellativo di “tenore tronista”.
Prima di eseguire i due brani dal “Duca d’Alba” e dal “Corsaro”, il nostro superaccorato interprete ha lasciato che il pianista Vincente Scalera (del quale lodo volentieri  la nota abilità nell’accompagnare i cantanti) suonasse da solo la breve introduzione musicale al recitativo, che precede l’aria “Angelo casto e bel”, al fine di regalarci una assai poco teatrale entrata in scena, che ricordava le esibizioni di aspiranti attori nella loro fase puberale.

 Nel la seconda parte della serata eccolo ricomparire con abito mutato  e ornato di farfallino  o cravatta (mi scuso per il ricordo confuso), che si è poi slacciato o slacciata, non saprei dire se per eccessiva emozione o per farci intendere, qualora non ce ne fossimo accorti, quanto fosse intensa la sua partecipazione. Però, circa il suo coinvolgimento, i miei dubbi continuavano a crescere, perché riuscivo a distinguere sempre meno la differenza fra una sua interpretazione e una sua marcata e ruffiana affettazione. I miei dubbi crescevano fino a mutarsi in irritazione, quando, ad un tratto, nel bel mezzo della romanza di Leocavallo si chinava a raccogliere un fiore (chissà di quale frustrata provenienza…) e, così chinato nella prima delle varie genuflessioni della serata, continuava a cantare con tutta la foga d’un cuore infranto.  Non dico il gelo del mio.   A chi interessa saperlo, le romanze di Tosti eseguite erano “Chanson de l’adieu” “Pour un baiser”,  “Ideale”,  “A vucchella”, “L’ultima canzone”.
Certamente non si può dire che al nostro tenore mancasse la voce, per altro gradevole, ed anche una certa tecnica, quando cantava a voce piena . Altri dubbi mi sorgevano circa l’emissione delle reiterate mezze voci,  dal cui stucchevole abuso  si restava nauseati.  Si spera che il carattere del nostro cantore non gli sia letale a tal punto da spingerlo, nella brama di piacere proprio a tutti, ad intraprendere un repertorio  al di fuori  della sua  vocalità.

               Finalmente si giungeva agli ultimi quattro pezzi: “Musica proibita” “Mattinata” “Ti voglio tanto  bene” “O paese d’o sole”.  Qui la grigolesca bizzarria sentimentalistica si avviava talmente al suo acme da farmi esclamare: Adesso ci manca solo che  canti “Mamma”!…..Non l’avessi mai detto…. Di li a poco la mia irritata ironia doveva rivelarsi profetica, perché il secondo bis era proprio l’esecuzione della temuta  sbrodolata inneggiante all’archetipo materno, cantata con tutto l’ardore d’un fanatico focolarino in trasferta a Loreto. Indicibile l’entusiasmo d’una gran parte del pubblico. Assicuro , però,  che c’era anche una minoranza di scettici, specialmente nell’attimo fortunatamente fuggito, nel quale il nostro Vittorino, prima di trastullarsi con le note di “Mamma”, precisava di voler dedicare la canzone … pensate un po’… proprio a   tutte le mamme.  E dire che, prima di eseguire “O paese d’o sole”, s’era premurato di dichiarare che non voleva profanare la tradizione scaligera, cantando una canzone napoletana. Premura inutile nei miei riguardi, visto che da sempre stimo le famose melodie napoletane come un momento di  vera poesia nella storia della musica e del canto italiani.  Si fosse premurato, invece, di risparmiarci quell’abusatissimo ….” inno alla madre”…. Pazienza.  Gli altri bis: “Una furtiva lacrima”, “Amor ti vieta” e “O sole mio”.

Prima dei bis, il nostro fedele estimatore del grande Pavarotti  (condivido la sua stima) ha voluto ricordare al pubblico che il 7 gennaio, data del suo concerto, era proprio il giorno di San Luciano.  Coincidenza davvero edificante e densa di presagi.   Mi domando allora se il nostro osannato eroe tenterà di emulare, verso la fine della sua carriera, anche un altro suo illustre collega, vestendo anche lui i panni del celebre gobbo verdiano, che, in questo caso, assumerà il nome di Grigoletto.  Ci sarà, per l’occasione, una vera e propria innovazione registica, in virtù della quale lo straziato buffone (con tale sostantivo si vuole alludere soltanto al  “ ruolo scenico” interpretato dall’artista) aspergerà con l’acqua santa la morente figlia, per suggellare la di lei promessa di preghiera, una volta tornata vicino alla….. MAMMA.

Giacomo Beria

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