Dindo-Dvořák con laVerdi

Posted on 14 dicembre 2012 di

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Antonín Leopold Dvořák (1841-1904)

A. Dvořák: Vodnìk, poema sinfonico op.107
A. Dvořák: Concerto per violoncello e orchestra in Si minore op.104
A. Dvořák: Sinfonia n.6 in Re maggiore op.60

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Violoncello: Enrico Dindo
Direttore: Daniel Smith

Antonin Dvořák è uno dei tanti protagonisti della stagione concertistica di quest’anno all’Auditorium della musica di Milano. E non solo di quest’anno. E’ infatti questa solo una tappa di un ciclo triennale dedicato a questo compositore e fortemente voluto dal maestro Aldo Ceccato, che dopo la sua esperienza in repubblica ceca si è sempre più legato al nome di Dvořák (divenendo anche membro onorario della “Società Dvorak” di Praga). Questo è il primo dei tre appuntamenti di quest’anno col compositore ceco, tre scorci sulle anime principali della sua musica (il sinfonismo con la quarta, la quinta e la sesta, la concertistica col violino e il violoncello, la musica a programma coi poemi sinfonici su fiabe ceche). Purtroppo il primo protagonista della serata, il maestro Ceccato per l’appunto, è assente questa sera per “infortunio” e sostituito dal giovane australiano Daniel Smith, mentre non è mancato l’altro protagonista indiscusso: il violoncello di Enrico Dindo.

Enrico Dindo

Enrico Dindo

Partiamo dunque dal concerto per violoncello ed orchestra in si minore, op.104. Portata succulenta, sia per la bellezza del brano che per la bravura dell’interprete. Non sarà il caso di soffermarsi molto sulle caratteristiche della composizione che è piuttosto nota (forse il pezzo per violoncello e orchestra più eseguito in assoluto), basterà collocare la composizione nel 1894, negli anni in cui cioè Dvořák era lontano dalla sua Boemia, in America, declinando la sua vena popolare ed etnica della sua musica in un denso nostalgismo (di cui il si minore è degna tonalità). Basterà infine aggiungere che Dvořák non si era mai sentito un grande scrittore di concerti per virtuosi, tendendo al sinfonismo e quindi ad un ruolo di minor spicco per il solista (non credeva nemmeno molto nel violoncello come solista concertistico). Il rapporto fra violoncello ed orchestra è in effetti piuttosto complesso e mutevole, con momenti di puro accompagnamento e parentesi cantabili e solistiche che non prendono tuttavia mai la caratura di vere e proprie cadenze, così come i virtuosismi per lo strumento (che non manca di difficoltà tecniche, salti atipici, sforzati, agilità) paiono relegati più ad un introversione espressiva che ad una dimostrazione estroversa di brillantezza. Sono questi alcuni dei motivi per cui il primo destinatario del brano (Hanuš Wihan, un violoncellista ceco naturalmente) declinò l’offerta di esserne il primo esecutore. Sono d’altro canto proprio questi i motivi che fanno di Enrico Dindo un ottimo interprete per questo brano. Il suo appare immediatamente un suono espressamente acre, molto differente ad esempio dal calore a cui ci ha abituato (viziato) Rostropovič, tanto nettamente scolpito nota per nota nel dolore dei passaggi drammatici, quanto più inaspettatamente può poi sciogliersi nel languore nostalgico ed agrodolce delle aperture più liriche. Quasi i due volti su cui si articola il primo movimento: il duro sforzato, la resistenza del sofferente, e il cedimento al ricordo, forse al rimpianto. Questa caratteristica acredine risulta poi perfetta per il secondo movimento, dove l’elegia malinconica è regina e la cantabilità si estende nei paesaggi orchestrali dei legni. Quantomeno finché non interviene il si minore, in fortissimo (ricordando l’uso che ne fa Tchaikovskij nella sua quasi contemporanea sesta, nella medesima tonalità), che spalanca di nuovo gli abissi del primo movimento. Dovrà essere l’elaborazione dell’orchestra, qui col violoncello a guidarla da leader, a riprendere questo taglio nella sua tela, potendolo riproporre in sol maggiore (tonalità d’impianto del secondo movimento). Elaborazione di un lutto si potrebbe propriamente dire, dato che probabilmente questa irruzione richiama biograficamente la morte di una cognata di  Dvořák, occorsa durante la composizione. Così possiamo interpretare il finale del rondò conclusivo, quando ormai tutto estaticamente canta in si maggiore, col violoncello che sale a raggiungere un trillo acutissimo, ed egli inserisce prima un richiamo al tema del primo movimento, che trascina in minore il canto del violoncello, e poi proprio un ritorno dell’elaborazione del secondo movimento, che riporta l’armonia maggiore, per la gioia finale. Peccato la direzione del sostituto Daniel Smith non sia parsa del tutto all’altezza, specialmente nel primo movimento, con eccessi di volume degli ottoni ed una cadenzatura eccessiva e monotona del fraseggio (in una composizione tendenzialmente sempre molto ariosa e cantabile). Anche la dialettica dell’interruzione tragica nel secondo movimento è stata poco incisiva, tanto che non si librava del tutto la risoluzione eterea successiva, mentre la bacchetta è stata più efficace nell’idiomatico finale slavo e nel finale estatico. Peraltro l’orchestra era in gran forma, con da segnalare i corni (bellissimo l’assolo doloroso del secondo movimento) e i violoncelli perennemente impiegati in un efficace contrappunto a pizzicati a sostenere timbricamente il canto del violoncello solista.

Immagini di Boemia: L'acqua della Moldava, il verde della natura e la pietra scura di Praga.

Sintesi boema: l’acqua della Moldava, il verde della natura e la pietra scura di Praga.

Dopo il commiato di Dindo con un toccante Bach fuori programma e meritatamente applauditissimo (unico appunto: qualche “faccia” e qualche verso in meno durante l’interpretazione non guasterebbe, è già espressivo abbastanza lo strumento da sé!), resta sul palco l’orchestra, col giovane direttore per la sesta sinfonia. Questa fu il primo “successo” sinfonico di Dvořák, che già si era fatto conoscere a Vienna, sotto l’egida di Richter e Brahms (di cui ritroviamo alcuni stilemi nella sinfonia), per la sua capacità di unire la struttura classica e la vena melodica “etnica”, slava (come nelle danze) o boema, in una sintesi tipicamente tardo romantica. Non a caso, seppur commissionata a Vienna, la sinfonia venne poi eseguita a Praga, nel 1881. Quarantenne, Dvořák si dimostra qui già padrone dei metodi compositivi, eppure manca ancora una piena coscienza delle potenzialità che il suo stile rivelerà a poco a poco nella settima, nell’ottava e poi soprattutto nelle composizioni degli anni 90, fra cui spicca la celebre nona, il concerto per violoncello ed i poemi sinfonici. E non ci siamo dimenticati del poema sinfonico in programma questa sera! Lo abbiamo solo tenuto in naftalina per usarlo ora proprio come esempio dello stile più maturo e quindi come metro di paragone anche per la sesta. Se nella sinfonia abbiamo l’alba dell’uso dei timbri come vere e proprie identità da far emergere, è nel poema sinfonico, ed è ottimo esempio il Vodnìk, il folletto dell’acqua, che questa tecnica raggiunge una posizione fondamentale nella composizione. Qui ogni personaggio della fiaba (molto macabra) ha il suo strumento, mentre la struttura formale del rondò e la ripetizione di uno schema di note ribattute dà unità all’insieme. Questo ruolo di amplificazione e collante è quello che sempre più l’uso della tradizione assume nella maturità di Dvořák, un ruolo in qualche modo subordinato all’invenzione motivica, all’esotismo armonico (le famose scale da spiritual, boeme e quant’altro) e alla caratterizzazione timbrica. Nella sesta sinfonia invece è ancora un tantino “ingombrante” l’eredità del classicismo viennese (forse anche per l’influenza della committenza), con la rigidità strutturale e la pesantezza delle armonie e dei contrappunti beethoveniani che impediscono alle più sincere qualità di Dvořák di venire fuori. Quanto gli riesce meglio è probabilmente lo scherzo, un Furiant dove sprigiona tutta la sua verve ceca, mentre altrove si sente troppo il manierismo (Beethoven nel secondo movimento, Schubert nel trio, Brahms, specialmente la sua seconda, nel quarto). Non aiuta peraltro la prova ancora una volta non convincente del direttore Smith, che affoga i timbri in un fortissimo generale in cui la prevalenza dei violini garantisce un suono gradevole ma piatto, mentre ritmicamente ci strema con una tenuta quasi perennemente muscolare. I rari momenti di calma e di assolo sono le isole più felici, e sono anche i punti in cui viene fuori maggiormente la vena tipica ed esotica, periferica del compositore ceco, mentre si acquieta il vociferare imperiale viennese. Decisamente meglio il Vodnìk, dove pur non si arriva alla leggerezza perturbante, ai fremiti che l’ambientazione vorrebbe, ma dove se non altro c’è più spazio per l’estro degli orchestrali, che non sono mai venuti meno.

Alberto Luchetti 

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