L’Italiana in Algeri dell’As.Li.Co a Pavia

Posted on 17 novembre 2012 di

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L'Italiana in Algeri nella regia di Pier Luigi Pizzi

Mustafà: Abramo Rosalen
Elvira: Sonia Ciani
Zulma: Alessia Nadin
Haly: Davide Luciano
Lindoro: Enea Scala
Isabella: Carmen Topciu
Taddeo: Bruno Taddia

Regia: Pier Luigi Pizzi (ripresa da Massimo Gasparon)
Coro del Circuito Lirico Lombardo
Maestro del coro: Diego Maccagnola
Orchestra de I Pomeriggi Musicali di Milano
Direttore: Francesco Pasqualetti

Abbiamo assistito giovedì 15 novembre, nel magnifico teatro settecentesco “Fraschini” di Pavia, al dramma giocoso L’Italiana in Algeri. Potrebbe sorprendere i nostri lettori ma la vicenda buffa narrata nel fantasioso libretto di Angelo Anelli rispecchia una vicenda realmente accaduta nel 1805 quando la milanese Antonietta Frapolli fu rapita e portata alla corte del Bey di Algeri, Mustafà-ibn-Ibrahim. L’ottimo libretto era stato scritto originariamente per il compositore Luigi Mosca e rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala il 16 agosto del 1808. Esiste una registrazione della Bongiovanni di questa primitiva versione che vale la pena di ascoltare se non altro per comprendere l’abisso che la separa dal capolavoro rossiniano. Sentire le medesime parole intonate su linee melodiche diverse dà un effetto veramente straniante all’attento ascoltatore. Ci sono comunque molte differenze nel testo musicato da Rossini e si pensa che la riscrittura di alcuni brani sia dovuta a Gaetano Rossi, poeta al teatro San Benedetto (dove fu data la prima della versione rossiniana). La stretta del finale del primo atto, ad esempio, con le sue famose onomatopee si può immaginare scaturita dalla mente vulcanica di Rossini facendo tutt’uno con la musica.

La prima nota positiva dello spettacolo di Pavia (o meglio, dello spettacolo itinerante dell’As.Li.Co) è sicuramente la vincente regia di Pier Luigi Pizzi che con una scena fissa ha ricreato il mondo del serraglio: dietro alle grate in legno si intravedeva il modellino di una grande moschea e ciò bastava con una semplice pennellata a creare la giusta ambientazione. La prima scena mostrava un bagno turco e faceva da sfonda al ripudio di Mustafà della moglie Elvira. Isabella arrivava su una barca con il proprio bagaglio che conteneva tutto il guardaroba che userà per sedurre il Bey. La bella italiana si impadroniva dello scudiscio di una pettoruta comparsa e la usava contro tutti per farsi rispettare. La sua apparizione in un fiammeggiante rosso vestito faceva innamorare immediatamente Mustafà nel finale primo del’opera che si concludeva con la stretta sopramenzionata che la regia di Pizzi sfruttava al meglio associando alle onomatopee dei movimenti ben precisi di ogni personaggio, trasformando così la scena in un teatro di burattini. Non sono mancate inoltre le invenzioni registiche anche nel secondo atto. Primo esempio è l’acuminato palo sproporzionato che sempre spaventava il povero Taddeo, obbligato a diventare Kaimakan con un altrettanto buffo e sproporzionato copricapo a forma di zucca. Citiamo poi il vorticoso quintetto degli starnuti che si concludeva con l’arrivo del caffè, genialmente sfruttato in questa produzione anche per assumere un valore musicale aggiunto poiché i protagonisti “suonavano” le tazzine con i cucchiaini aggiungendo ulteriore brillantezza alla fresca partitura. I Pappataci infine si presentano in scena con costumi da cuoco, mentre il Bey è invitato dopo il giuramento a mangiare giustamente una italianissima pizza.

B. Taddia

B. Taddia

L’artista canoro che più di ogni altro ha meritato gli applausi è stato Bruno Taddia, che seguiamo ormai dagli esordi della sua decennale carriera. Dei tanti ruoli una rarità assoluta è stato il suo Don Micco ne “Li finti filosofi” di Spontini, proprio a Maiolati Spontini. Ricordiamo che Taddia è pavese di nascita ed ha giocato quindi in casa, piegando la sua voce in tantissime inflessioni per trovare il buffo di ogni frase. Addirittura il verso “Taddeo dei Taddei” è stato modificato in “Taddeo dei Taddia”, con voluta e brillante enfasi comica. Gestualità portata all’eccesso per rendere al meglio questo “babbeo”. Bravissimo!!!
La protagonista femminile è stata Carmen Topciu, contralto romeno che ha ereditato il ruolo di Isabella creato per Maria Marcolini, cantante favorita da Rossini nei primi anni della sua carriera a Venezia e Milano. Ci è sembrata in netta crescita nel corso della serata. Infatti, mentre la cavatina “Cruda sorte” è stata cantata un po’ sotto tono, la cavatina “Per lui che adoro” (dove stuzzica i tre spasimanti) aveva invece la giusta verve. Ancora migliore il Rondò “Pensa alla patria”, dove ha mostrato un bel timbro e, sostenuta dal coro, ha cantato con virtuosismo la cabaletta “Qual piacer! Fra pochi istanti”. Quest’aria venne sostituita nella Napoli del 1815 poiché troppo politicamente scoperta. Al suo posto Rossini compose l’aria “Sullo stil de’ viaggiatori”, che avrebbe la particolarità di citare il secondo tema della sinfonia creando un fil rouge tra l’inizio e la fine dell’opera, ma è raramente eseguita.
Molto divertenti le scene in cui Isabella spaventava tutti con il frustino e azzeccati i molti cambi di costume via via sempre più procaci. Abramo Rosalen è stato invece il punto debole di tutta la serata. Doveva sostenere il ruolo ideato apposta per sfruttare la virtuosistica voce di Filippo Galli, il basso favorito da Rossini (dall’Inganno felice fino alla Semiramide), ma Rosalen non aveva nessuna tecnica per sostenere la ricca linea vocale e farfugliava ogni abbellimento e ogni terzina spianando il canto e respirando spesso nei momenti meno felici. Peccato poiché quando doveva sostenere il sillabato buffo (per esempio nel duetto con Lindoro) il canto si faceva accettabile e ben ritmato.
Il siciliano Enea Scala infine è stato un ottimo Lindoro, di bella presenza e di voce ben proiettata, con un volume eccellente. Successo in entrambe le arie, per quanto la seconda sia ormai stato appurato non essere di Rossini. Nel 1814, per Milano, Rossini avrebbe anche composto in effetti un’aria sostitutiva e completamente autografa (“Concedi amor pietoso”), ma ancora una volta, e senza che se ne capisca il perché, quest’aria resa disponibile dall’edizione critica non viene preferita alla breve “Oh come il cor di giubilo”. Sicuramente Enea Scala avrebbe fatto un piccolo capolavoro anche di questo secondo pezzo solistico.

Il teatro Fraschini di Pavia in una foto curiosa

Il teatro Fraschini di Pavia in una foto pittoresca

Orchestra e coro decisamente affiatati e molto ben scelti i tempi (a volte vorticosi) del giovane direttore Francesco Pasqualetti. Lo spettacolo ha poi guadagnato dal tocco settecentesco offerto dalla cornice del teatro Fraschini, risalente al 1773 con la sua caratteristica ed insolita forma a campana. Particolarmente simpatiche in questa atmosfera le candele che illuminavano il proscenio prima del sipario e poi per tutto il corso della rappresentazione.  Sarebbe bello assistere qui a qualche opera di Händel, Vivaldi o Gluck, così da sfruttare ulteriormente come questo teatro abbia saputo nei secoli mantenere il proprio aspetto originario. Di ciò ne troverebbe molto giovamento sia la messa in scena che la musica. La stagione dell’As.Li.Co., procederà invece con titoli ottocenteschi quali Ernani, Lucia di Lammermoor e i Capuleti e i Montecchi. Seguiremo ovviamente anche questi, alla prossima!

Fabio Tranchida

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