Rigoletto alla Scala

Posted on 14 novembre 2012 di

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Vittorio Grigolo come Duca di Mantova

Duca di Mantova: Vittorio Grigolo
Rigoletto: George Gagnidze
Gilda: Elena Mosuc
Sparafucile: Alexander Tsymbalyuk
Maddalena: Ketevan Kemolidze

Regia: Gilbert Deflo
Direttore: Gustavo Dudamel

Un mistero si aggira per i corridoi della scala: l’annunciato Rigoletto targato Bondy, che doveva andare in scena come ultima opera della stagione 2011/12, è naufragato per ragioni economiche o per ragioni artistiche? Certo è che l’allestimento che ci troviamo davanti è sempre quello di una ventina d’anni fa, di Gilbert Deflo, ed altrettanto certo è che tutto sommato, avendo visto la recente Tosca di Bondy, non cresce il rimpianto per quanto abbiamo “perso”. Della regia si è già detto molto in occasione delle sue tante riprese, sicuramente il successo è indice di una sua efficacia, e questo è già un bel successo rispetto a tante regie anonime che spariscono dai palcoscenici e dalle memorie tanto rapidamente come sono comparse.

Assieme alla regia, di già visto, o meglio già sentita (tre anni or sono), c’è la Gilda di Elena Mosuc. Le note migliori della serata arrivano da lei, specialmente per le deliziose filature in pianissimo di cui è maestra. Abusa un po’ di questa sua dote inserendo forcelle di dinamica che in partitura non sarebbero proprio così frequenti, col risultato che ogni tanto sui sovracuti il tono non è sempre perfetto. Pare anche faticare un po’ nelle colorature più problematiche di Caro Nome, ma alla fine è di gran lunga quella che ha un’idea più chiara di cosa sia cantare sul palcoscenico e che rende meglio il personaggio. Certo Gilda non è una donna di enormi profondità psicologiche ed è ormai quasi stereotipata la prassi interpretativa per gli angioletti casti, puri ed amanti sacrificati che Verdi amava tanto. D’altro canto il suo ruolo specifico nel Rigoletto è cruciale in quanto è il riflesso necessario del protagonista eponimo, il cielo che la pozzanghera deve riflettere, in modo che, secondo libretto, “ch’ella potesse ascendere / quanto caduto er’io / Ah presso del patibolo / bisogna ben l’altare!”. Splendido in questo senso è il tema che attraversa i due personaggi, il pianto, musicalmente rappresentato dalle note acute puntate. E’ Rigoletto per primo a parlare di questo “retaggio d’ogni uom”, rimpiangendo di non potervi ricorrere in quanto buffone di corte, condannato al riso, versione distorta dello stesso stilema musicale singhiozzante (la-ra, la-ra). Quando esce dal palazzo e torna alla figlia, in cui ha riposto tutte le sue speranze di felicità, può dire “in altr’uom qui mi cangio” smettere la maschera e finalmente concedersi anche lui un pizzicato d’archi. Tanto paradossale quanto tipicamente umano dunque l’abbinamento, nel distorto mondo di Rigoletto, di pianto e felicità. Quando la figlia gli chiede della madre, subito interviene il tema del pianto (“Quanto dolor!… che spremere / sì amaro pianto può?”), quando torna a palazzo per cercare la figlia è tutto un pianto (prima con Marullo, poi,vedendola, “Io che pur piansi or rido / E tu a che piangi?” ed infine nel duetto “Piangi, fanciulla, e scorrer / fa’ il pianto sul mio cor”), ed infine abbiamo ancora il pianto, questa volta negato, durante il quartetto (“Taci, il piangere non vale”). E’ tutta una dialettica del pianto che si chiarisce forse incredibilmente mentre Rigoletto monologa sull’altro elemento cruciale della vicenda, la vendetta, dicendo di averla attesa “di vivo sangue a lagrime piangendo, sotto la larva del buffon”. Al miscuglio di felicità e pianto che unisce i due protagonisti si aggiunge quindi un elemento che li rende infine antitetici: Rigoletto avvilito dalla sua anima vendicativa (o è vendicativo perché avvilito? fa lo stesso), Gilda è il sacrificio e il perdono, anche del Duca che l’ha tradita.

G. Dudamel

G. Dudamel

Peccato che tutto questo (e così termino la divagazione) fosse ben poco chiaro nel canto del Rigoletto di questo allestimento, George Gagnidze. La voce è bella nei centri, meno nei bassi e molto intubata negli acuti (in quel costume viene inevitabile pensare a come gestiva il registro alto Nucci…), ma la cosa che manca veramente è il personaggio, ed in questo caso è imperdonabile. Particolarmente deficitarie le due parti cruciali nel secondo atto (Cortigiani vil razza dannata e Vendetta tremenda vendetta), con la complicità del direttore. Cogliamo dunque l’occasione per passare a Gustavo Dudamel, giovane rampante evidentemente molto più a suo agio nell’ambito sinfonico. Il cantante, tutto sommato, per lui è quasi come non ci fosse. Cura molto le sonorità dell’orchestra, con un certo numero di finezze sia timbriche che di tempo, purtroppo però tutto questo va quasi sempre a discapito dell’opera. La sua mano pare efficace quasi solo nel temporale del terzo atto, il resto è un coacervo di scelte di tempo abbastanza discutibili: strette tenute lentissime (il duetto Ah Veglia o donna o Vendetta tremenda vendetta chiusi a ritmo quasi di marcia funebre ad esempio), arie tirate via con troppa fretta (La donna è mobile, Cortigiani vil razza dannata), un quartetto disorganico e confuso… Insomma senza discutere il talento c’è molto da lavorare, e già si nota rispetto alle prove nel corso delle recite il tentativo da parte di Dudamel di venire un po’ più incontro al cantante riducendo volume ed eccessi di agogica (resta un terzetto temporalesco a tempo di record, ma erano le undici passate e qualcuno rischiava di perdere il treno evidentemente). Va menzionato infine il Duca di Vittorio Grigolo, decisamente una bella voce gestita più con generosità che con controllo, risultando comunque il più applaudito alla fine. Se moderasse alcuni “pavarottismi” di troppo e trovasse l’equilibrio anche nelle mezze voci (spesso mezze rotte) maturando uno stile suo e non manierato potrebbe diventare un tenore validissimo, a maggior ragione vista la penuria di voci così oggi. Per una parte come questa comunque è molto azzeccato. Fra le parti meno centrali del dramma citiamo la Maddalena di Ketevan Kemolidze, bella voce scura abbinata presenza scenica decisa, forse solo con un po’ di vibrato di troppo, il passabile Sparafucile di Alexander Tsymbalyuk e l’indecente Giovanna di Anna Victorova.

Nel complesso l’allestimento non è certamente di quelli da non perdere, per quanto non sia privo di qualità. Semplicemente è una resa disomogenea in cui i singoli non si integrano nel dramma complessivo, probabilmente a causa della mancanza dei due collanti fondamentali: il Rigoletto e il direttore d’orchestra. Peccato perché l’opera sarebbe sempre di quelle che meriterebbero una maggior visione globale ed un equilibrio interno ben assestato, altrimenti come collezione di arie, duetti e concertati perde molto della sua potenza. Alla prossima insomma.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera