Intervista a Davide Formisano

Posted on 13 novembre 2012 di

0


Davide Formisano

Ci ha aperto le porte di casa sua Davide Formisano, uno dei più famosi e celebrati flautisti italiani. Più che di una intervista formale, si è trattato di una chiacchierata sulla musica a tutto tondo fra appassionati. Il “la” (è il caso di dirlo) al discorso è stato dato da una mia timida ammissione d’invidia per la vita del musicista esecutore, che fin dall’infanzia ha nello strumento un referente fisso per la propria esistenza, crescita e maturazione. E’ stata questa l’occasione per ripercorrere il cammino di formazione di Davide, inizialmente (come spesso accade, paradossalmente) non così amante di quel “tubo” (ipse dixit!) che gli ha poi cambiato la vita. La storia è di quelle da romanzo d’appendice, con un professore di scuola media statale milanese che sfida a confrontarsi con il flauto e un giovane undicenne che “quasi per orgoglio” risponde appassionandosi e identificandosi sempre più nello strumento. Viene quindi la trafila da piccolo prodigio col circuito delle orchestre giovanili, spesso all’estero (in particolare con la Schleswig-Holstein Festival Orchester), coi primi premi ai concorsi internazionali e coi primi grandi maestri (cita fra tutti Aurèle Nicolet). Nel suo destino c’è quasi immediatamente la Germania, e specialmente Stoccarda, dove ha studiato (e dove dal 2007 insegna) alla Musikhochschule, e Amburgo, dove ottiene il suo primo posto da flauto solista, iniziando il percorso che, attraverso l’Olanda, lo porterà nel 1997 a diventare primo flauto dell’Orchestra e della Filarmonica della Scala.

Esodo e ritorno dunque, ma più vero sarebbe dire che Davide è sempre in movimento. Lo troviamo in partenza per Mosca, dove suonerà con i cameristi della Scala fra pochi giorni, poi ha in programma un dicembre asiatico, prima in Corea e poi per concerti e masterclass in Giappone, dove ci ha rivelato di tornare sempre volentieri (ormai fra una visita e l’altra avrà trascorso almeno un anno della sua vita lì) per l’enorme passione e rispetto che questo popolo dimostra, accostato a una diligenza esemplare. Da uomo che ha girato il mondo queste sono, indirettamente, frecciate all’ambiente di lavoro italiano, così diverso per entusiasmi e responsabilità. Lasciamo per ora da parte la vexata queaestio delle problematiche italiche, di cui abbiamo a lungo parlato con Davide e a cui dedicheremo una seconda parte di questa intervista a breve, e torniamo ai suoi progetti futuri.

La copertina del nuovo disco

La copertina del nuovo disco

La trasferta nipponica (curiosissima la pagina facebook, carica di sue iconografie con ideogrammi tutto attorno), infatti, ha anche uno scopo promozionale, perché proprio in questi giorni deve uscire il suo ultimo CD, per la casa belga “Chant de Linos”, tutto dedicato a Johann Sebastian Bach. Insieme a Gian Maria Bonino al clavicembalo e Alfredo Persichilli al violoncello, Davide ha registrato le quattro sonate per flauto autentiche (si minore, la maggiore, mi minore e mi maggiore) e la partita per flauto solo. In anteprima ci ha concesso tre “assaggi”:

♫  Dall’Allegro assai della sonata in mi maggiore

♫  Dal Largo e dolce della sonata in si minore

♫  Dalla Courrente della partita per flauto solo

Ancora il mondo tedesco dunque per un passo decisivo del suo processo di maturazione artistica. Bach, ci dice scherzosamente, è il “papà” della musica, e come tale non può essere una prima esperienza ma deve essere il punto d’arrivo di un percorso di scelte ed esperienze, di studio teorico e di pratica esecutiva. Non si arriva a Bach, continua, se non si è assolutamente certi di ciò che si sta facendo, di come lo si vuol fare e di cosa si vuole ottenere dall’esecuzione. L’artista ha su di sé un difficile ruolo di responsabilità, poiché è il medium fra un linguaggio sostanzialmente tecnico, come è quello della partitura musicale, e la sensibilità dello spettatore che ascolta. L’ambiente casalingo gli suggerisce una metafora di luce: “come l’architetto già nel progetto vede che una finestra illuminerà la stanza in un certo modo, così il musicista deve sapere già prima con lo studio della partitura dove nasceranno i maggiori effetti”. Egli deve trasformare i “pallini su un foglio” in una espressione compiuta di senso e di emozione. Tanto più complesso questo compito sarà col monumentale Bach, che di quei pallini ne ha fatto quasi una “matematica”. Davide non resiste all’impulso di prendere in mano la partitura per mostrarcene gli esempi, andando a colpo sicuro sul tema che apre al flauto la sonata in si minore e che, decine e decine di battute dopo, si ripresenta in moto retrogrado al basso. Rincontrare Bach a questo punto della sua carriera è stata dunque l’occasione per comprendere molte cose in più del suo strumento, da una parte tutta la semantica barocca (l’importanza della scrittura verticale e armonica, l’intreccio delle voci, il vibrato come cadenza di frase) e dall’altra la necessità strutturale di avere sempre a mente tutte le conseguenze e le relazioni fra note anche lontane e su strumenti differenti. D’altronde, ci ricorda, il flauto è strumento che viene dal Nord Europa, ed in Bach trova un primo grande cantore. Ma ci prega di non sottovalutare quanto si è fatto anche in Italia, ad esempio i concerti op. 10 di Vivaldi, di cui riprenderà in mano le partiture per un prossimo concerto. Una passione crescente per la musica da camera insomma, che significa anche una crescente impellenza di dedicare sempre più tempo a questi studi e a questa espressione del flauto.

Davide Formisano (secondo da destra) coi solisti della Scala

Davide Formisano (secondo da destra) coi solisti della Scala

Così è nata anche l’ultima questione toccata dalla nostra chiacchierata: il rapporto con l’orchestra. E’ proprio dividendosi fra lavoro da solista e in orchestra che Davide ha trascorso la sua vita musicale. Specialmente l’esperienza scaligera gli ha permesso di collaborare con i più grandi maestri e con illustri colleghi in orchestra che gli hanno dato modo di integrare la formazione da brillante vincitore di concorsi con la cultura del lavoro di gruppo. I grandi direttori, ci dice, sono quelli capaci di trasmettere all’esecutore la loro impronta senza limitarne l’indipendenza, ma anzi stimolandola, così da riassumere poi tutto in un semplice gesto durante il concerto. Un lavoro che parte dalle prove, sul generale (o su pochi punti significativi) più che sui dettagli, che infine si integreranno da sé, plasmati dalla visione d’insieme. Da questi ha imparato molto, eppure ora l’esigenza è di staccarsi un progressivamente dal mondo della buca per ritagliarsi maggiori spazi di tempo per lo studio individuale, per coltivare la selezione (“coll’età si diventa selettivi!”) di un gruppo ristretto di collaboratori con cui praticare la musica cameristica e solistica. Da una parte lo muove l’irrequietudine per un repertorio, quello orchestrale, che dopo 20 anni tende a ripetersi tremendamente, dall’altra la passione per l’approfondimento e il gusto per l’esecuzione personale, l’espressione della propria lettura e della propria ricerca. Non è un addio definitivo alla musica orchestrale, ci rassicura, ogni tanto è pur sempre piacevole “sentire dietro di sé la massa e sentire di farne parte”. Una collaborazione sicura ad esempio sarà con l’Orchestra Mozart di Abbado, dopo la rimpatriata di qualche giorno fa.

In attesa di scoprire i percorsi che attendono Davide nel suo futuro di musicista, lo salutiamo, lasciandolo (dopo opportuno spuntino energetico) alla sua consueta esercitazione pomeridiana. Immancabile, infatti, il flauto ha campeggiato come terzo interlocutore sul tavolino intorno al quale chiacchieravamo. E’ il duro lavoro di ogni grande esecutore.

Alberto Luchetti

Annunci