La Battaglia di Legnano a Parma

Posted on 3 novembre 2012 di

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Scena dal primo atto de La Battaglia di Legnano, regia di P.L. Pizzi

Barbarossa: William Corrò
Rolando: Gezim Myshketa
Lida: Aurelia Florian
Arrigo: Alejandro Roy

Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore: Boris Brott
Regia: Pier Luigi Pizzi

 

Abbiamo assistito all’ultima rappresentazione dell’opera La battaglia di Legnano, uno dei due titoli che quest’anno il Festival Verdi di Parma ci propone, in attesa del bicentenario dell’anno prossimo. La produzione ha avuto esito felice sia dal punto di vista musicale (con alcune eccezioni), sia dal punto di vista registico. con un’ottima prova di Pier Luigi Pizzi. Il regista infatti è riuscito a dare continuità in un opera dove quasi ogni numero musicale è ambientato in un luogo diverso. Sono bastati pochi elementi: tavoli e sedie, fondali risolti ad ampie pareti di mattoni che chiudevano la visuale. Ottimi i contrasti luminosi soprattutto nella prima scena dove tutto il coro si stagliava contro la luce di un’ipotetica alba (vedi immagine di copertina, che cita il famoso quadro di Amos Cassol). Certo possiamo solo immaginare quale impatto ebbe la prima scena del terzo atto ambientato nella cripta di Sant’Ambrogio sul pubblico dell’epoca. L’opera fu infatti concepita quando sembrava che gli austriaci avrebbero lasciato per sempre l’Italia. Anche Roma, luogo della prima rappresentazione (il 27 gennaio 1849 al teatro Argentina) si era da poche settimane dichiarata repubblica, approfittando della fuga del Papa a Gaeta nel Regno delle Due Sicilie. Lo stesso Verdi, che si trovava a Parigi, tornò immediatamente in Italia per spirito patriottico. Così scriveva: “Onore a questi prodi!Onore a tutta Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata, siine pur persuaso, della sua liberazione.” Sembrano le parole che pronuncerà il Marchese di Posa a Don Carlo! E’ dunque un’opera che nasce da una contingenza ed infatti faticherà a circolare negli anni Cinquanta dell’800, cadendo nelle maglie di una censura tornata all’attacco per i mutati equilibri politici.

Myshketa e Florian

Myshketa e Florian

A Roma, i primi tre protagonisti erano artisti di grande levatura e collaboratori assidui di Verdi: Lida era Teresa De Giuli-Borsi, Arrigo era il grande Gaetano Fraschini e Rolando Filippo Colini. Nella recita odierna, dei tre eredi di questi grandi, si distingueva in particolar modo la voce del baritono Gezim Myshketa, che fin dalla prima Romanza “Ah!M’abbraccia … d’esultanza tutta ho l’anima compresa” mostrava la morbidezza della sua voce e la facilità a salire all’acuto, in questo caso un fa naturale. L’aria che cantava nel terzo atto  iniziava con un andante particolarmente toccante “Se al nuovo di pugnando” in stretta relazione con la semplicità che caratterizzerà l’aria di Germont “Di Provenza il mar, il suol”. Stesso accompagnamento semplificato e tendenza alla ripetizione graduale adattandosi con piccoli aggiustamenti alle sfumature vocali. Una impervia cadenza lo porta al sol bemolle. La sua cabaletta per la prima volta in Verdi non ha ritornelli o ripetizioni e si risolve in un unico movimento in Allegro vivo. Meno bene invece il tenore Alejandro Roy, con una voce alquanto intubata con non permetteva un corretto fraseggio. La sua breve Cavatina di presentazione “La pia materna mano” risultava piuttosto di maniera e l’ascesa al si bemolle faticosa. Fra l’altro, stranamente per Verdi, il tenore ha unicamente questo assolo in tutta l’opera, sicuramente per privilegiare i pezzi d’assieme dei giuramenti e delle congiure. La terza protagonista era Aurelia Florian, che ha tratteggiato il ruolo di Lida con passione ma con non adeguati mezzi vocali. Voce fissa e senza espressione, cosa che invece è richiesta dalla Cavatina “Quante volte come un dono”. Dove la partitura verdiana richiede dolcissimo e a tempo, infatti, la Florian esibiva un timbro vetroso e un fastidioso rallentando, facendo perdere i contorni della frase musicale. La cabaletta in Allegro brillante non ha avuto la sua ripetizione e forse, visti i trascorsi, questo è stato un bene.

Ma per fortuna la Battaglia di Legnano è anche altro! Le scene corali sono state eseguite benissimo dall’esperto coro del Regio di Parma. Cito in particolare l’Introduzione, il Giuramento che chiude la prima scena e tutto il finale secondo con Barbarossa. Tuttavia sicuramente la scena che esaltava più il pubblico italiano è il Giuramento dei Cavalieri della Morte all’inizio del terzo atto, con un Andante Sostenuto in la minore che mostra i progressi fatti da Verdi dai tempi del giuramento dell’Ernani. Tutti questi interventi venivano sostenuti da un’orchestra preparata dal maestro Boris Brott. Le innovazioni nell’orchestrazione da parte di Verdi sono state rese ben visibili nella concertazione. L’orchestra ad esempio si è distinta nella lunga ouverture che mostra chiaramente i progressi maturati da Verdi durante il suo viaggio a Parigi. Cercando di imitare alcuni stilemi di Meyerbeer, proprio nella sinfonia troviamo i due temi dell’allegro prima esposti separatamente e poi mirabilmente sovrapposti creando un esempio di organizzazione verticale delle melodie e delle armonie. L’esperimento si rivelerà fruttuoso, dato che poi lo ripeterà nei finali d’atto di Ballo in Maschera e Aida. La marcia che apre l’opera riappare come un leitmotiv durante tutto il dramma e ciò dà un po’ di coesione ad un libretto che il Cammarano organizza in troppe scene diverse, un po’ come già aveva fatto nella Pia de’ Tolomei per Donizetti, dove manca una scena sviluppata che porti ad un crescendo drammatico (come invece ad esempio nel secondo atto della Maria Stuarda). Queste singole scene sono comunque musicalmente efficaci anche se troppo episodiche. Basta vedere il contrasto tra Lida e Arrigo in un duetto d’impatto che tuttavia si stempera nel nulla del duetto successivo tra Arrigo e Rolando: come se il confronto con Lida non fosse avvenuto. Tanti i problemi drammatici che non bilanciano le scene d’assieme con il dramma privato. Non a caso Verdi pensò di rivedere la partitura in modo intensivo e  incaricò Leone Bardare (colui che avrebbe terminato il Trovatore) di aiutarlo. Purtroppo non fu capace il poeta di stendere dei significativi cambiamenti e l’opera rimase così con i suoi pregi e i suoi difetti.

Un capolavoro quindi mancato, con tante buone idee ma non una cifra di unificazione. Problema di cui era ben conscio lo stesso Verdi che comunque non si è lasciato sfuggire la possibilità di creare un’opera patriottica in un momento particolare della storia italiana, un’opera che sarebbe potuta nascere solo in quel momento preciso e per questo apprezzabile anche oggi e pur con i suoi limiti.

Fabio Tranchida

 

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Posted in: Opera