Don Carlo a Piacenza

Posted on 3 novembre 2012 di

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Don Carlo al teatro Municipale di Modena

 Filippo II: Giacomo Prestia
Don Carlo: Mario Malagnini
Rodrigo, Marchese di Posa: Simone Piazzola
Il Grande Inquisitore: Luciano Montanaro
Un monaco: Paolo Buttol
Elisabetta di Valois: Cellia Costea
La Principessa Eboli: Alla Pozniak

 Coro Lirico Amadeus- Fondazione Teatro Comunale di Modena
Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Direttore: Fabrizio Ventura
Maestro del Coro: Stefano Colò
Regia: Joseph Franconi Lee

E’ sicuramente coraggioso per i teatri di Modena e Piacenza proporre Don Carlo nella versione in 5 atti. Ma si tratta di un atto dovuto proprio perché lo stesso Verdi realizzò questa versione per Modena nel 1886 accogliendo il reintegro del primo atto ambientato a Fointainebleau che lui stesso aveva tagliato per la versione scaligera del 1884. Sarebbe lungo soffermarsi su tutte le differenze tra le tre versioni, Parigi, Milano e Modena, ma almeno alcuni cenni sono necessari. Innanzitutto sarebbero quattro le versioni se si considera quella fondamentale antecedente la prova generale di Parigi, dove sono presenti molti brani capitali per comprendere il Verdi maturo: il preludio (con quelle acciaccature di dolore che ritornano spesso), il coro di boscaioli lungo ed articolato, il delicato duetto Elisabetta–Eboli ed il duetto Carlos–Filippo sul cadavere di Posa (melodia riutilizzata in seguito nel Requiem). Per questa versione completissima si consiglia vivamente l’ascolto della incisione di Opera Rara che pubblica una trasmissione della BBC del 1973 (cast: Joseph Rouleau, Andre Turp, Robert Savoie, Richard Van Allan, Robert Lloyd, Edith Tremblay, Michelle Vilma, Gillian Knight, Emile Belcourt, Geoffrey Shovelton, Prudence. BBC Singers, BBC Concert Orchestra, John Matheson alla direzione). Non si può parlare di Don Carlos senza questo ascolto. Ogni versione successiva è un compromesso soprattutto per ridurre le 4 ore di musica, troppo lunghe anche rispetto alle opere fiume di Meyerbeer (che pure fu costretto a notevoli tagli nei suoi Grand Opéra). Inoltre la lingua francese originale per la quale Verdi ha steso la musica risulta molto preferibile alla zoppicante traduzione italiana. Bisogna ammettere però che la versione del 1884 per la Scala ha il merito di avere molta musica nuova che ricompatta lo sviluppo drammatico (prima preoccupazione di Verdi). Si segnala la riorganizzazione del primo duetto Carlo-Posa, che perde la prima lirica parte, il nuovo sperimentale duetto Filippo-Posa, vero capolavoro ed acme dell’atto, il quartetto Elisabetta-Eboli-Rodrigo-Filippo completamente riorganizzato e la nuova sommossa stringatissima rispetto alla stessa sfilacciata e poco credibile scena del 1867. L’unica scelta che non comprendiamo, e lo stesso Ricordi non comprendeva, è il taglio del processo sommario alla fine dell’opera, dove Filippo e il Grande Inquisitore accusano Don Carlo con il sostegno del coro degli inquisitori: una scena impressionante, che sfrutta la regola del tre, cioè tre esposizioni dello stesso tema, alzato ogni volta di un semitono per creare tensione. Tipico espediente da Grand Opéra, già utilizzato nella degradazione di Gaston nell’opera Jerusalem e poi ancora nel processo a Radames nell’Aida. Questo processo sommario è fondamentale per appagare un’opera così complessa che necessita di una degna conclusione in rapporto alle dimensioni generali.

Malagnini e Costea

Malagnini e Costea

Dopo questa premessa, possiamo arrivare allo spettacolo visto a Piacenza ed affermare che tutto l’impegno profuso è stato ben premiato da un caloroso pubblico (a parte alcune contestazioni al direttore d’orchestra, a nostro giudizio fuori luogo). Mario Malagnini, che ricordavamo in una splendida Fedora al teatro degli Arcimboldi, è stato un ottimo protagonista, con una voce calda ed uniforme senza mai alcuno sforzo nell’acuto. La sua Romanza (forma A1, A2, B, A2) del primo atto dove dialoga con un clarinetto è risultata molto ben eseguita con un dolcissimo fraseggio e le sue aperture liriche. Il duetto successivo ci presenta una ottima Cellia Costea, capace di sfoggiare un’ottima voce nel cantabile del duetto “Di qual amor, di quant’ardor quest’alma è piena”che diventa un leitmotiv nell’opera come ricordo dell’amore perduto per sempre (senza il primo atto l’ascoltatore non potrà mai capire e fissare nella memoria questo tema fondamentale!). Quando scopre di essere promessa al re sono le mogli dei boscaioli (e in questo caso risulta importante il legame con il lungo coro di boscaioli successivo al preludio, tagliato dallo stesso Verdi) a insistere chiedendo finalmente pace e pietà di loro. La stretta che segue è puro Grand Opéra, ma il compositore decide di terminare tutto con il coup de théâtre del pianissimo sugli ultimi interventi di disperazione di Don Carlo. Purtroppo il frate che impersonava Carlo V aveva pessima voce e non dava credibilità al personaggio, che nonostante i pochi interventi deve avere voce profonda ed imponente. Ottimo invece Posa, impersonato da un Simone Piazzola dalla voce morbida e curata che si è fuso benissimo nel duetto con Don Carlo.

Il brano con l’orchestrazione più ricercata è il coro che apre l’atto secondo: il coro di dame è puramente sillabico ma l’orchestra vive di vita proprio cesellando con infinita cura e variando alla ripresa. La migliore esecuzione si può ascoltare nella versione Abbado con la compagine del Teatro alla Scala. L’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna non ha brillato in questo caso, essendo forse troppo difficile dispiegare la tavolozza di colori e sfumature del Verdi più maturo con spazi ed organico ridotti. Alla Pozniak è stata fra l’altro nella scena una Eboli discontinua: la sua canzone del velo è stata solo parzialmente apprezzata, con acuti sforzati e forti dove la partitura prescriverebbe il pianissimo. Spettacolare è invece l’ingresso di Giacomo Prestia che conosce il ruolo di Filippo II ormai a memoria: ha dato grande prova sia vocale che attoriale come nel drammatico duetto con Posa, indimenticabile il suo cupo “Ti guarda dal Grande Inquisitor!”. Inevitabile qui non fare un salto avanti, alla grande aria “Ella giammai m’amò” all’inizio del quarto atto e definita in partitura come semplice scena. Qui sta proprio la ricerca di Verdi nell’accostarsi a forme nuove, a forme ibride. Prestia ne esce vittorioso cantando come trasognato, inginocchiato ai piedi di una madonna dal gusto tipicamente spagnolo. Le acciaccature e la frase di svolta “Dormirò sol” sono state dispiegate con lancinante dolore. Tutta questa tensione sfociava naturalmente nel duetto con il Grande Inquisitore, numero fortemente voluto da Verdi. Luciano Montanaro ci è parso di grande levatura ed ha gareggiato bene con Filippo. Certo ci sarebbe piaciuto ascoltare il mi basso alla parola “Sire”, ma queste possono restare velleità da melomane.

Prestia e Montanaro come Filippo II e il Grande Inquisitore

Prestia e Montanaro come Filippo II e il Grande Inquisitore

Anche le parti minori hanno reso giustizia a questa edizione che si avvaleva fra l’altro di un grande regista, Joseph Franconi Lee, che aveva curato le riprese dell’edizione di Visconti del Don Carlos. Belle scene con prospettive sghembe, il monumento a Carlo V (l’originale all’Escorial è del milanese Leone Leoni) che capeggiava in due atti e la prigione che citava Piranesi. Sicuramente lo sforzo maggiore era rendere giustizia all’autodafè. Si è risolto tutto con un sipario dipinto e reso trasparente dai cambi di luce che rappresentava la facciata della cattedrale (il libretto specifica Valladolid ma non fu mai completata veramente). Abbiamo potuto quindi assistere all’incoronazione di Filippo II insieme agli alti prelati durante la scena. Certo gli inquisitori erano 6 invece che 14 ed i deputati fiamminghi (perché vestirli da straccioni?) erano 4 invece che 6, ma tutto è da relazionare alle potenzialità del teatro. Plauso quindi ad un teatro che con le proprie forze è riuscito ad allestire un ottimo spettacolo della durata di 4 ore e 25 minuti. Torneremo volentieri a Piacenza per l’ascolto del Trovatore e ne avrete pronto resoconto.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera