Il ritorno di Abbado alla Scala

Posted on 1 novembre 2012 di

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Claudio Abbado

F. Chopin: Concerto n.1 per pianoforte ed orchestra in mi minore op.11
G. Mahler: Sinfonia n.6 in la minore “Tragica”

Orchestra Mozart di Bologna e Filarmonica della Scala
Direttore: Claudio Abbado
Pianoforte: Daniel Barenboim

Quando, due anni fa, Claudio Abbado cancellò il suo ritorno alla Scala (anche allora era previsto Mahler, la Seconda) per ragioni di salute, le speranze dei milanesi si sono aggrappate alla sua promessa: “Tornerò presto”. Finalmente, il 30 Ottobre 2012, la promessa è mantenuta e il teatro e la città riabbracciano uno dei più grandi protagonisti della loro vita musicale. Era dal Giugno 1986, più di 25 anni, che il maestro mancava da quel podio. A fare da trait d’union fra passato e presente c’è da una parte l’unione di due “creature” di Abbado – la Filarmonica della Scala, che festeggia il trentennale, e la più recente Orchestra Mozart di Bologna –  e dall’altra la presenza dell’attuale direttore musicale, Daniel Barenboim che per l’occasione si “relega” al ruolo di pianista. Anche per Barenboim si tratta di un anniversario, e questo concerto continua il festeggiamento dei suoi 70 anni (dopo il quello con Dudamel e prima di quello con Harding).

La musica è la grande protagonista, inevitabilmente, col Primo concerto di Chopin e la Sesta di Mahler, eppure l’evento è tale da farla passare quasi in secondo piano. All’ingresso di Abbado in sala, dopo alcuni interminabili secondi di suspense, lo accoglie una commovente standing ovation, applausi a non finire ed una pioggia di “Grazie maestro”. Il volto è segnato dagli anni che sono trascorsi, i capelli imbiancati, ma quando prende in mano la bacchetta si torna indietro di 26 anni in un secondo. Le movenze sono inconfondibili. Il concerto di Chopin che apre le danze pare una sfida di galanterie fra i due mattatori. Abbado dal podio doma l’orchestra per assecondare tutte le movenze di Barenboim al pianoforte, che dal canto suo pare voler cucire tutte le fioriture della partitura solo come tappeto rosso per le riprese del tema da parte dell’orchestra, evitando ogni vezzo da virtuoso, impresa quasi impossibile con Chopin. Proprio per non “rubare la scena” al festeggiato primario, Barenboim alla fine si asterrà dall’eseguire bis, invitando il pubblico a dedicarsi totalmente a ciò che verrà: la Sesta sinfonia di Gustav Mahler. L’intervallo è l’occasione per veder salire sul palco un esercito di orchestrali, non siamo ai proverbiali “mille” dell’Ottava, ma siamo almeno prossimi ai 200, parte della Filarmonica e parte ospiti dall’Orchestra Mozart di Bologna, che unisce giovani musicisti a veterani esperti. Il materiale è tanto, e la partitura è di quelle ostiche. Fin da subito il piglio deve essere energico (Heftig aber markig) e lo è, coi violoncelli schierati su oltre cinque file che lanciano ondate di accordi di la minore che suonano come altrettante sentenze di morte. Difficile trovare per questa sinfonia un epiteto diverso da quello di “Tragica”, forse dato dall’autore stesso (Bruno Walter sostiene di sì), e possiamo pensare che all’emozione del ritorno alla Scala per Abbado si sommasse anche il ricordo della sorella, scomparsa proprio due giorni prima del concerto. L’intensità delle pagine mahleriane non sfugge mai alla bacchetta di Abbado, che ha il merito di rendere anche molto intellegibile la scrittura del compositore boemo, spesso eseguito in modo confuso, mescolando le sonorità e puntando tutto sui grandi afflati. Ed è proprio nella Sesta che Mahler segue (seppur col suo stile) un rigore formale e contrappuntistico che deve essere restituito affinché meglio se ne possano comprendere le macro-strutture ed i temi ricorrenti, altrimenti sommersi nell’oceano di suoni. Ovviamente non è esente da problemi la gestione di una tale massa di orchestrali non abituati a suonare tutti assieme, con sonorità non sempre pienamente evocative ed alcuni solisti anche non impeccabili (è sempre la parte degli ottoni del repertorio austro-tedesco ad inguaiarci, seppur con risultati migliori di altre volte), ma l’entusiasmo e il gesto del direttore non perde mai il pugno della compagine né l’attenzione del pubblico. Per maggiori dettagli sulla sinfonia rimando ad un mio precedente articolo.

Abbado sul podio e Barenboim al pianforte

Abbado sul podio e Barenboim al pianforte

Alla fine, dopo il terribile la minore che chiude tragicamente quello splendido condensato dell’esistenza che è la Sesta, la sala del Piermarini si paralizza in una sospensione che è un misto di timore religioso, angoscia ed estasi. Non è con un rondò festoso che si chiude il grande ritorno di Abbado alla Scala, è con un testamento amaro ma intenso, che trasuda gli anni trascorsi, il ricordo e la nostalgia di un passato glorioso, di tante serate di emozioni reciproche. La commozione percorre la sala quando un “Grazie maestro” parte dal centro della galleria e scoppia l’applauso che è anche una liberazione catartica, un gesto che ripete e riassume in sé i tanti applausi dei tanti anni (18) di direzione del teatro. Un gesto che vorrebbe non finire più. Dura almeno 15 minuti, con piogge di fiori e coriandoli dalle gallerie ed innumerevoli “Grazie” e “Bravo” da tutti gli ordini di posti. Non può esserci miglior testimonianza di cosa sia un teatro, di cosa sia IL teatro.

Alberto Luchetti

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