Donizetti a Bergamo: Maria Stuarda

Posted on 22 ottobre 2012 di

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Maria Stuarda di Donizetti a Bergamo

Maria Stuarda: Majella Cullagh
Elisabetta: Josè Maria Lo Monaco
Leicester: Dario Schmunck
Talbot: Mirco Palazzi
Cecil: Marzio Giossi
Anna: Diana Mian

Direttore: Sebastiano Rolli
Maestro del Coro: Fabio Tartari
Regia: Federico Bertolani

Capolavoro assoluto nella sterminata produzione donizettiana, quest’opera è tornata in repertorio sicuramente per almeno due ragioni. La prima è l’audacia della scena del confronto fra le due regine, la seconda è la grande introspezione psicologica fornita da Donizetti al ruolo di Maria, che canta il suo approssimarsi alla morte per quasi tutto il secondo atto, mentre il ruolo di Elisabetta ha un’immagine più stereotipata. Grande merito del successo moderno dell’opera insomma deriva dal taglio del libretto, alla cui stesura, dagli ultimi studi, risulta preponderante la mano del compositore più che quella del librettista, il diciassettenne Giuseppe Bardari, il quale in effetti non scrisse in seguito alcun libretto. Solo Donizetti, come accadrà successivamente in Verdi, poteva avere in mente come adattare il dramma schilleriano (conosciuto nella traduzione di Andrea Maffei), sbilanciando i ruoli delle due regine a favore di Maria e creando così un ruolo complesso, perfetto per la mania di protagonismo di Giuseppina Ronzi de Begnis. Avrebbe dovuto essere lei a tenere a battesimo l’opera al San Carlo, se non fosse stata proibita. Toccherà allora alla stella internazionale Maria Malibran cantare per prima l’opera il 30 dicembre 1835 al Teatro alla Scala di Milano, ma anche lì solo per sei burrascose performance, poiché il suo spirito indomito le consigliò di non cantare i versi modificati dalla censura ma restituire l’invettiva verso Elisabetta con tutta la forza originaria. Ecco i famosi versi dello scandalo:

Maria Stuarda

Maria Stuarda

“Oh ria beffarda!
Figlia impura di Bolena
Parli tu di disonore?
Meretrice indegna oscena,
in te cada il mio rossore…
Profanato è il soglio inglese
Vil Bastarda dal tuo piè.”

Così invece si leggeva in Maffei:

“Il trono dì Inghilterra è profanato
D’una bastarda!Il popolo britanno
Da una mima tradito Ove il buon dritto
Regnasse, tu saresti nella polve
Stesa a’ miei piedi, chè tuo re son io”
(III,4,vv.2447-2451)

E’ palese come Donizetti vada oltre l’invettiva edulcorata di Maffei ed abbia dalla sua anche la potenza della musica, che trasforma le parole in lettere di fuoco, indelebili nella mente dell’ascoltatore. Specie se ad interpretarle è una Gencer, Sutherland, Caballè o Gruberova. Desideriamo dare a quest’opera la profondità d’analisi che merita. Parleremo dunque di ogni numero separatamente.

PRELUDIO

Per Napoli Donizetti scrisse in apertura un preludio semplice ma evocativo di 29 battute, ma per la prima milanese si cimentò con una stupenda e brillante ouverture che sarebbe stato bello sentire anche in questa occasione a Bergamo. Il secondo tema della sinfonia si ricollega all’opera citando la cabaletta della cavatina di Maria “Nella pace del mesto riposo”, sottolineando la melodia della protagonista. Peccato che il direttore Sebastiano Rolli non si sia fatto ammaliare dalla seducente musica del pezzo composto per Milano che sicuramente sarebbe stata una più degna introduzione.

ATTO PRIMO

N.1 Introduzione: Il coro d’introduzione verrà più tardi ripreso nel La Favorite ma con moltissime modifiche tanto da farne due pezzi indipendenti. Entra in scena Elisabetta interpretata da Josè Maria Lo Monaco che ha creato un personaggio sottilmente malefico nella sua cavatina d’esordio. La calda e morbida voce di Talbot impersonato da Mirco Palazzi si scontrava con il personaggio di Cecil Marzio Giossi che con particolare cattiveria gridava “Ah! Dona alla scure quel capo”, perorazione che portava alla cabaletta della Regina un Moderato mosso quale solo Donizetti era capace di comporre, una cabaletta che si animava a poco a poco. Alcune varianti non eseguite dalla Lo Monaco sono presenti in uno spartito del 1836 di Ricordi che testimoniano le volontà di Donizetti per la prima milanese. In queste varianti la voce raggiunge due volte il do sovracuto, ad indicare che la parte venne pensata per un soprano vero e proprio e non a un mezzosoprano al quale spesso viene concessa la parte. Sia l’Anna del Sere (a Napoli) che la Giacinta Puzzi-Toso (a Milano) erano infatti due soprani.

N.2 Duetto: Talbot consegna un foglio di Stuarda a Leicester, impersonato da Dario Schmunck, ne segue un duetto sbilanciato in favore del tenore, trasformando il pezzo quasi in una aria con spertichino. Il timbro del tenore non ci è sembrato di particolare bellezza e si notava una certa fissità nella voce, comunque ben intonata. La versione milanese ha un diverso incipit della cabaletta e sorprendentemente ricorda da vicino la famosa “Di quella pira”! Verdi aveva 22 anni all’epoca della Stuarda ma non sappiamo se abbia ascoltato quella manciata di repliche; certo è probabile che avesse la riduzione canto e piano edita nel 1836 da Ricordi. Ci sono anche altre melodie donizettiane riprese da Verdi come in Pia de Tolomei o in Poliuto ma non è questa la sede per ulteriori approfondimenti. Sarebbe bello in ogni caso sentire anche questa variante, sono solo 17 battute ma che cambiano la percezione della cabaletta rendendola più eroica (Donizetti scrive “con anima”).

N.3 Duetto: Segue il duetto tra Leicester e la ormai gelosa Elisabetta che si fa consegnare il foglio incriminato. Nel larghetto bravo il tenore a rendere il “dolcissimo” scritto dal compositore contrapposto alla linea spezzata della melodia di Elisabetta che ha modo di elettrizzare il pubblico con il suo Vivace “Sul crin la rivale la man mi stendea” mentre Leicester implora con una linea vocale discendente per gradi congiunti. Ancora una volta qualche taglio inopportuno nelle cadenze finali.

N.4 Cavatina: Maria ci viene presentata prigioniera nel parco di Fotheringay e ciò permette di al compositore di soffermarsi nella descrizione di fiori , zeffiro e nubi! Il larghetto interpretato dalla Majella Cullagh è pieno di malinconia con morbide cadenze ben realizzate dalla soprano irlandese. Suoni di caccia interrompono questo idillio e portano alla già nominata cabaletta “Moderato e fiero”. Alla nostra recita il direttore non ha permesso ad Anna la nutrice di dire la frase “La tiranna pel parco sen va” ma ha attaccato subito commettendo un grave errore spiazzando la giovane Diana Mian. Per sentire una versione alternativa di questa interessante cabaletta si invita all’ascolto della versione cantata dalla Gruberova (LINK) che recupera una primitiva stesura ora cancellata sull’autografo conservato a Stoccolma, Stiftelsen Musikkulturens Framjande. Esiste anche una versione Malibran di questo pezzo purtroppo sopravvissuta solo in formato canto piano. Aspettiamo che qualche volenteroso e capace direttore orchestri la trentina di battute e ci consegni all’ascolto un brano finora rimasto solo nell’appendice dello spartito.

N.5 Duetto: Questo Duetto tra Maria e Leicester è un’aggiunta milanese e proviene dal rifacimento della stessa Stuarda per Napoli, cioè il Buondelmonte. Per Milano furono scritti nuovi versi, non si capisce come mai l’edizione critica non li abbia recepiti e si continuino a cantare i versi del Buondelmonte, meno specifici alla situazione. Bellissima è la stretta di questo duetto la cui ripetizione (per quanto variata) è stata brutalmente tagliata nella presente esecuzione impedendo di raggiungere il climax del pezzo. Il direttore si è giustificato di questo taglio nascondendosi dietro la solita prassi esecutiva che taglia in opere di 2 ore e 10 come questa mentre le 4 ore di un Tristan non subiscono l’esclusione di una battuta. Dovremmo imparare dai tedeschi a non maltrattare le opere di geni come Donizetti solo per accontentare i cantanti di turno che con la loro poca professionalità non servono la musica nella sua completezza, fondamentale per un ascolto critico e ragionato. Oltretutto siamo a Bergamo dove vengono fatte le Edizioni Critiche! E’ inutile scrivere a mo’ di sottotitolo Edizione Critica e poi operare tagli come negli anni sessanta.

N.6 Finale: Pezzo capitale dell’opera, aperto da un concertato (Larghetto) di poca durata proprio per lasciare spazio al più importante dialogo fra le due regine. E’ l’unico momento in cui le due protagoniste sono una di fronte all’altra. Molto brave le interpreti a portare al massimo la tensione sullo sfondo di un cubo bianco che faceva da scenografia. La Cullagh autorevole nella non facile prova dell’invettiva sopra trattata a cui replica Elisabetta con un Allegro Vivace che porta alla stretta, la cui melodia verrà trasferita di peso, anch’essa ne La Favorite. Elisabetta e Cecil sdegnati dovrebbero non cantare più e uscire di scena ben 52 battute prima della fine della stretta (ciò contro le convenzioni che pretendevano un tutti fino alla fine).

Il confronto fra le due regine

Il confronto fra le due regine

ATTO SECONDO

N.7 Terzetto: Questo brano non ha la modernità di altri pezzi e si rifà alla tradizione rossiniana infatti è evidente la derivazione dal Terzetto che apre il secondo atto dell’Elisabetta regina d’Inghilterra, simile anche negli eventi drammatici (c’è sempre una sentenza da firmare!). Al posto di Matilde abbiamo qui il perfido Cecil che finalmente a modo di esprimere tutta la sua cattiveria grazie a Marzio Giossi, dall’aspetto truce e dalla voce importante, lui solito a cantare ruoli ben più importanti. Elisabetta in pratica scompare dall’opera con questo brano; se ne era ben accorta il soprano Sofia dell’Oca Schoberlecher, la quale avrebbe dovuto cantare alla Scala con la Malibran e si rifiutò di cantare a due settimane dalla prima. Ciò dimostra come le “convenienze” fossero ancora considerate tali nel 1835!

N.8 Duetto: Da qui in poi tutta l’opera ruota intorno a Maria scolpendo un personaggio a tutto tondo variando continuamente le forme musicali. Prima una confessione, poi una preghiera, poi l’ultimo desiderio e infine l’estremo perdono. Nel recitativo di questo duetto Maria rifiuta un ministro anglicano, unico riferimento alla religione diversamente da quanto succedeva in Schiller dove lo scontro tra le due religioni era più accentuato. Molto probabilmente una censura preventiva da parte dello stesso Donizetti, ma la Malibran come al solito osava di più e durante questo duetto si inginocchiava davanti a Talbot rendendo esplicito il sacramento. Fu questo, oltre all’invettiva, uno dei motivi che fecero proibire l’opera dopo sei recite. La Cullagh esprime bene l’orrore dell’apparizione dell’ombra di Arrigo in un allucinato Larghetto in mib minore tutto tremoli degli archi. Il successivo Larghetto “Quando di luce rosea” inizia in tonalità minore per poi cangiare in un radioso maggiore (ben reso dalla soprano) che esprime la liberazione dei peccati. Ma la morbida voce di Mirco Palazzi, un nobilissimo Talbot (di cui non possiamo dimenticare l’autorevole Noè nel Diluvio Universale), le ricorda una nuova colpa e Maria attacca un più Allegro. Fondamentale che i numerosi cambi di tempo si adattano perfettamente a situazioni drammatiche sempre diverse: non possiamo non pensare come paragone al duetto Violetta-Germont, anch’esso con forme musicali innovative ed indipendenti dai canoni. Talbot infine perdona Maria con questa frase “Ah! Rispenda sul tuo sangue l’oscurata verità”, ma nelle registrazioni degli anni ’70 e ’80 si sentiva cantare delle parole più appropriate “Il perdono del Signore sul tuo capo scende già”. L’edizione critica non spiega questa discrepanza, anche se sembra che anche in questo caso abbia agito la censura. Il perdono è espresso in un notevole Moderato. Deleteria la scelta di tagliare la ripresa di questa stretta, davvero deleteria poiché il pezzo viene impaperato: infatti perdiamo questi versi di Maria “Si si innocente lo giuro, io vado a morir.” Acme del brano. La ripresa lungi da essere una ripetizione venne abilmente variata da Donizetti… ma non abbiamo avuto modo di ascoltarla in teatro. Compensiamo con un ascolto ancora della Gruberova: LINK.

Majella Cullagh

Majella Cullagh

N.9 Ultima Scena: Il coro di familiari scozzesi è un notevole brano, una specie di incessante marcia funebre sulla quale si contrappongono le voci in frasi spezzate finché, alla battuta 58, il coro si unisce in un’unica perorazione. La bravura del coro è stata salutata con grandi applausi e le richieste di bis sono state esaudite. La preghiera che segue (di cui si ricorderà il compositore nella sua Linda) è un pezzo di grande commozione ma un aspetto l’ha in parte rovinata: il tempo d’attacco troppo lento che ha impaludato Maria, i solisti e il coro e non ha permesso alla Cullagh di tenere il sol acuto per le dieci battute fino a salire al si bemolle. Tutti l’attendavamo in questo passaggio di estrema bravura ma il respiro che ha interrotto questa lunghissima nota ha rovinato la magia. Segue un’aria completa suddivisa in un Larghetto e un Maestoso. Di entrambi questi brani esistono due versioni. Noi abbiamo ascoltato la versione originale pensata per Napoli. Quando un grande Direttore o una grande Soprano si decideranno a farci ascoltare la versione Malibran a oggi mai eseguita in pubblico? Analizzando lo spartito, la seconda versione è sicuramente un passo avanti, una versione certamente più raffinata sia nella linea vocale che nelle armonie. Tornando alla nostra recita, la Cullagh ha cantato bene il Larghetto, anch’esso con inizio in minore e un finale in maggiore, anche se erano evidenti alcune note vetrose nelle zone estreme. Meglio il Maestoso che chiude l’opera, non prima di aver ascoltato il terzo sparo di cannone che indica l’imminenza dell’esecuzione della sentenza, espressa visivamente dalla chiusura del cubo che ha giganteggiato per tutto il tempo sulla scena e alla ricomparsa della vendicata Elisabetta.

Nel complesso quindi una bella produzione anche se scenicamente un po’ statica. Il cast di buon livello con qualche imperfezione nelle voci femminili mentre i due bassi hanno tratteggiato benissimo i loro ruoli così diversi. Gravi invece le scelte dell’inesperto direttore che ha mancato l’appuntamento con la sinfonia e ha impoverito i movimenti finali di ogni brano con ampi tagli ingiustificati nel 2012 e soprattutto ingiustificati a Bergamo dove le tanto decantate Edizioni Critiche vengono poi deluse da scelte poco coraggiose. Altra cosa è il rapporto tra Edizioni Critiche ed opera eseguite al Rossini Opera Festival dove la partitura di Rossini è considerata un testo sacro ed eseguita nella sua integrità. Speriamo che anche il grande Donizetti abbia più rispetto nel futuro a cominciare con le due opere del prossimo anno Il furioso all’isola di San Domingo e la horror-opera Maria di Rudenz.

Fabio Tranchida

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