ROF 2012: Matilde di Shabran

Posted on 8 ottobre 2012 di

0


Flòrez e Peretyatko nella Matilde di Shabran

Direttore: Michele Mariotti
Regia: Mario Martone

Matilde di Shabran: Olga Peretyatko
Edoardo: Anna Goryachova
Raimondo Lopez: Marco Filippo Romano
Corradino: Juan Diego Flòrez
Ginardo: Simon Orfila
Aliprando: Nicola Alaimo
Isidoro: Paolo Bordogna
Contessa d’Arco: Chiara Chialli

Abbiamo visto due repliche di questa complessa ed interessante opera di Rossini, piatto forte dell’edizione 2012 del Rossini Opera Festival di Pesaro. L’opera è ricca di curiosità. La prima è che avrebbe dovuto in origine intitolarsi Isabella di Shabran, secondo il libretto di Jacopo Ferretti, se non fosse che già era stata annunciata un’opera col nome Matilde bloccata poi per problemi censori. Per non dare ai detrattori di Rossini adito a speculazioni, si decise quindi di di mantenere il nuovo libretto e il vecchio nome: così nasce la “Matilde di Shabran”. Il riferimento più prossimo per l’Isabella/Matilde fu il libretto dell’opera “Il trionfo delle belle” di Gaetano Rossi  musicato da Pavesi (che pochi privilegiati hanno potuto vedere alcuni anni fa sulle tavole del Teatro Sperimentale di Pesaro), ma nelle mani di Ferretti è venuta meno la freschezza dell’opera di Rossi, assumendo invece una dimensione architettonica enorme. Sicuramente questo fu suggerito da Rossini, che in tutta la sua carriera mostrò sempre di ingrandire le strutture musicali, fino al non plus ultra dell’insuperabile e mastodontico terzettone del Maometto Secondo. Ma la Matilde stessa non è da meno! L’atto primo con la sua durata di 2 ore e 15 minuti è entrato nel Guinness dei Primati come l’atto più lungo della storia del melodramma. Ma i numeri sarebbero secondari se la qualità musicale non fosse altissima e volta a sviluppare nodi drammatici sempre più complessi, con un’articolata introduzione, quartetti, quintetti e sestetti, per non parlare del finale primo. Un’opera che sembra un fiume in piena dove le tante simmetrie e schematiche cabalette permettono di orientarsi ricollocandole in strutture primarie, originarie. Si tratta infatti di ampliamenti dall’interno di morfemi collaudatissimi: il pubblico che pochi anni prima aveva assistito alla Cenerentola avrebbe colto gli aggiornamenti del lessico rossiniano che si reinventa su se stesso dando nuovo significato alle strutture musicali. Jacopo Ferretti definisce infatti l’opera un dramma giocoso, esattamente come la Cenerentola, ma è evidente che con l’inserimento del personaggio di Edoardo e di suo padre (che vengono solo nominati nel dramma originale Euphrosine, ou le Tyran corrigé di Francois-Benoit Hoffmann) la drammaturgia assume i tratti di un’opera semiseria. Gli elementi ci sono tutti: la campana a martello, il tamburo militare. la scena del carcere e la finta condanna a morte che compaiono anche nelle altre due opere semiserie Torvaldo e Dorliska e Gazza Ladra (trascuriamo in questa sede L’inganno felice che ha pure legami con l’opera semiseria). Ferretti d’altronde si cimenterà ancora con il genere semiserio con due capolavori musicati da Donizetti: Il furioso all’isola di San Domingo (che vedremo il prossimo anno a Bergamo) e il Torquato Tasso.  Chi può immaginare quale musica avrebbe composto Rossini se avesse continuato a comporre per i teatri romani e a collaborare con Ferretti.

G. Rossini

G. Rossini

Musicalmente, Rossini inizia questo monumento musicale col modificare il secondo tema della sinfonia, che proviene in toto dall’Eduardo e Cristina, per collegarlo ad un tema del finale primo dell’opera (per quanto siamo ancora lontani dalla sinfonia della Gazza Ladra dove quasi tutti i temi ricompaiono nel corso dello sviluppo). Dopo l’articolata introduzione, entra in scena Don Isidoro, interpretato da Paolo Bordogna, che ha completamente reinventato il ruolo da come era stato rappresentato vecchia maniera prima da Bruno Praticò e poi da Bruno de Simone facendone un poeta giovane e brillante, mobilissimo come una marionetta, vocalmente pronto a raccogliere tutte le nuances della linea melodica. Il dialetto napoletano aumentava di misura gli effetti comici, sebbene i lunghi recitativi (ideati per il grande protagonista della versione napoletana, cioè Carlo Casaccia) siano stati molto ridimensionati togliendo all’esplosiva comicità di Bordogna qualche asso nella manica. Avremmo voluto sentire tutti recitativi come sono stai musicati, nonostante la lunghezza dell’opera. Tanti si saranno poi sorpresi del fatto che invece il protagonista Corradino entri in scena (e sia poi nell’opera) privo di un’aria solistica. A riguardo innanzitutto occorre dire che nella versione romana (di cui si parlerà in seguito) Corradino aveva un’aria, verso la fine, prima del Rondò di Matilde (una semplice trasposizione dell’ aria di Ricciardo dal Ricciardo e Zoraide). In seguito bisogna fare attenzione al quartetto che segue la Cavatina di Isidoro ed è in realtà proprio un’aria con tre pertichini! Si, un’aria. Juan Diego Florez entra in scena con questo pezzo ibrido che condivide coi tre personaggi, ma emergendo nettamente rispetto agli altri che si limitano a commentare o a scambiare brevi frasi. Anche nella stretta del pezzo Florez lancia per primo il suo canto e lo varia fantasiosamente nella ripresa lasciando ai tre bassi solo un comico crescendo. Già un simile procedimento era stato attuato in scala minore nel quartetto dell’ Armida. Il desiderio di presentare la protagonista senza un’aria solistica era invece diventato per Rossini una consuetudine nelle tarde opere napoletane (dovendo forse celare il declino della Colbran), lasciando alla prima donna spazio solo nel Rondò finale, e così avviene anche nella Matilde (per quanto la Colbran non ne fu la prima interprete). Il pezzo con cui Matilde (Olga Peretyatko) si presenta, un duetto con Aliprando, fu ciononostante il pezzo più popolare dell’opera nell’ottocento, tanto da essere eseguito anche indipendentemente. Non possono sfuggire i riferimenti tra questo pezzo e il duetto Norina–Malatesta dal Don Pasquale. L’ultimo protagonista è il ruolo “en travesti”, che come abbiamo detto in un dramma giocoso è una completa novità, ed infatti Edoardo potrebbe benissimo appartenere ad un’opera seria. La sua parte viene poi completata affidandogli anche l’aria del 2° atto, prima riservata al basso Moncada (destinatario fra l’altro della nuova aria per Alidoro nella Cenerentola composta proprio in quei giorni frenetici). Bisogna ricordare che però anche nella Gazza Ladra Pippo è un ruolo “en travesti”, privo però quella componente seria che ha Edoardo in ogni sua apparizione. Ricordiamo fra l’altro un brano dell’opera che avrebbe messo a fuoco ulteriormente questo ruolo: è il duetto Matilde-Edoardo nel secondo atto. Esso tuttavia figura solo nell’edizione romana e quindi non è stato eseguito in questa produzione. Questo duetto deve molto al corrispettivo Ninetta-Pippo dove è presente un simile tema per indicare le lacrime e rispecchia anche la stessa situazione successiva alla condanna a morte. Speriamo che prima o poi venga eseguita anche l’edizione romana, per quanto non del tutto autografa vista la firma del compositore che ha aiutato Rossini: Giovanni Pacini.
Si scatenano quindi i pezzi d’assieme. Il quintetto del primo atto incomincia con un duetto buffo tra le due donne (ad Olga Peretyatko si aggiunge la Contessa d’Arco di Chiara Chialli) coi due bassi a fare da pertichini in un continuo sillabato. Il confronto tra le due donne è una vera piccola scena comica e la musica accentua il significato delle parole aderendo perfettamente. L’ingresso di Corradino trasforma tutto in un quintetto vero e proprio con un Larghetto di sospensione degno della Cenerentola. Florez perde la testa in cinque minuti e lo vediamo salire e scendere le scale precipitevolissimevolmente mentre canta una lunghissima stretta insieme agli altri.  Dopo questo mirabile brano il primo pubblico romano  avrà pensato che il pezzo concludeva il primo atto e saranno stati parecchio disorientati nell’ascoltare ancora un coro di armigeri (dal Ricciardo, non presente nella versione napoletana) prima di poter sentire il finale primo vero e proprio, che porta l’atto alle proporzioni colossali da Guiness. Facciamo solo notare nel finale primo l’uso innovativo della marcia. Il modello di confronto è il finale della Donna del Lago: in entrambi i casi sono in scena i personaggi en travesti ed in entrambi i casi il materiale musicale serve poi nella stretta vera e propria. Ma nella Matilde è ulteriormente sviluppata l’integrazione dei temi e spicca nell’ultima esposizione l’esibirsi di Don Isidoro con i suoi assurdi “Patatim e Patatam”, retaggio delle onomatopee dell’Italiana in Algeri.

La marcia che chiude il mastodontico primo atto.

La marcia che chiude il mastodontico primo atto.

Il secondo atto si apre con un lunghissimo recitativo di Isidoro (ahimè ancora amputato) a cui seguiva in origine una breve aria composta da Pacini, che non poteva immaginare le dimensioni allargate che contemporaneamente stava componendo Rossini. Noi abbiamo logicamente ascoltato la nuova versione autografa composta per Napoli, dove ha brillato ancora una volta Bordogna, novello Don Chisciotte nel raccontare le sue gesta. Ferretti prosegue il libretto con un duetto Isidoro-Ginardo, il classico duetto buffo presente per esempio nel Turco in Italia e in Cenerentola. Forse per l’eccessiva durata dell’opera Rossini non ebbe neanche il coraggio di farlo musicare al fido Pacini, che musicò invece il terzetto Raimondo-Edoardo-Corradino (presente solo nella versione romana: è infatti il secondo atto ad avere più differenze tra le due versioni e sarebbe da ascoltarlo anche nella sua prima versione per stabilirne la sua tenuta drammatica). Torniamo poi ai pezzi colossali come il sestetto, che tradisce però una certa staticità nonostante la bellezza della musica. All’inizio ogni personaggio espone il suo distico con la stessa melodia ma accompagnamenti diversi. Le forme musicali inglobano quasi tutto lo sviluppo drammatico lasciando solo il tempo di buttarsi a capofitto nella stretta dove Corradino esplicita la condanna a morte di Matilde. Immaginiamo la fatica dei cantanti protagonisti a questo punto dell’opera, con, oltre all’asperità delle linee melodiche, anche l’integrale riesposizione delle strette. Ciononostante tutti i professionisti presenti al ROF hanno dato una prova di effettiva resistenza anche nei passaggi più lunghi ed impervi.
Ci ripagano del terzetto romano due pezzi scritti per Napoli: un coro femminile (che deve creare il gap temporale per l’esecuzione capitale di Matilde, come Verdi farà del coro della ronda nella revisione della Forza del Destino per rendere verosimile la guarigione di don Alvaro) ed il duetto Edoardo-Corradino (un pezzo simmetrico, notevole musicalmente ma con poco sviluppo drammatico). Lo sviluppo drammatico è tutto in Don Isidoro che spiega con licenza poetica come ha eseguito la sentenza a morte di Matilde: ma chi del pubblico potrebbe credergli? Infallibilmente la donna ricompare per chiudere l’opera in trionfo con un lungo Rondò che alle parole “Tace la tromba altera, spira tranquillità” sembra proprio imitare il suono di una tromba con gli ampi intervalli di terze e quinte. La Peretyatko ha qui avuto il suo momento di gloria superando i medesimi rondò cantati nelle passate edizioni dalla Futral e dalla Massis.

M. Mariotti

M. Mariotti

La direzione del giovane Michele Mariotti è stata una carta vincente grazie alla sua sottile concertazione già visibile in molti particolari della sinfonia. Da grande accompagnatore di voci ha poi staccato sempre tempi perfetti sia nei Larghetti che nelle impetuose strette, aiutato dall’orchestra del Comunale di Bologna in trasferta. La regia di Mario Martone, ripresa dalla produzione del 2004, mantiene sempre la sua eleganza in cui predomina il nero, simbolo dell’oscuro dispotismo di Corradino, perforato dall’arrivo di Isidoro prima e Matilde poi, col suo abito fiammante di rosso passionale. La scena è inoltre rinvigorita dalla verve comica degli interpreti tutti ben padroni dei movimenti e dei tempi comici. Siamo ormai al terzo allestimento della Matilde di Shabran dalla sua riscoperta al ROF nel 1996, proprio con Juan Diego Florez che sostituiva all’ultimo momento Bruce Ford. Da allora essa è riconosciuta come un vero e proprio capolavoro (eseguito anche fuori dal festival rossiniano) che può stare accanto alle opere napoletane sia per qualità della musica che per dimensione e respiro dei pezzi musicali. Non ci stancheremo mai di ascoltarla e siamo anzi in attesa che venga prodotta ed inscenata anche la versione originale romana, magari su qualche altro palcoscenico, per scoprire del tutto la grandezza di quest’opera.

 Fabio Tranchida

Annunci
Posted in: Opera