Donizetti a Bergamo: Belisario

Posted on 30 settembre 2012 di

0


Il Belisario di Donizetti inaugura il Bergamo Musica Festival

Direttore: Roberto Tolomelli
Regia: Luigi Barilone

Belisario: Dario Solari
Antonina: Donata D’Annunzio Lombardi
Alamiro: Andreka Gorrotxategui
Irene: Annunziata Palmieri
Giustiniano: Francesco Palmieri
Eutropio: Andrea Biscontin

Salvadore Cammarano

S. Cammarano

Nonostante le turbolenze finanziarie, Bergamo non si è fatta mancare neanche quest’anno il suo Musica Festival, inaugurato ovviamente con un titolo donizettiano: il Belisario. Siamo cronologicamente a pochissimi mesi dal capolavoro Lucia di Lammermoor quando nel 1836 irrompe sulle scene quest’opera, che in comune con la precedente ha il librettista Salvatore (o meglio Salvadore) Cammarano. Egli aveva preparato questo libretto già quattro anni prima, su ispirazione diretta dell’omonimo dramma di Luigi Marchionni andato in scena nel 1831, ma Donizetti dovette lottare non poco per fare accettare alla Fenice un librettista estraneo alla “piazza” (Cammarano proveniva dal San Carlo di Napoli, dove infatti fu data la prima della Lucia). Era consuetudine che i teatri utilizzassero librettisti (che avevano spesso anche la funzione registica) propri del teatro e sembrava quindi l’intervento di Cammarano su una “piazza” non sua una specie di invasione. Succederà lo stesso per la Pia de’ Tolomei e la Maria de Rudenz, segno che Donizetti trovava nel suo librettista un’ottima collaborazione che produsse in effetti capolavori assoluti. Ciò che accomuna tutte queste opere è il taglio drammatico essenziale e stringato, evidente anche nel Belisario che non concede nulla alla parte esornativa ma focalizza l’attenzione sul succedersi dei drammatici eventi.

Donizetti inoltre non accettò il libretto così come era ma, come attestano la numerose annotazioni autografe sul manoscritto di Cammarano, operò tagli per ottenere una maggiore coesione, riscritture di interi versi per adattarli alla metrica musicale e, cosa ben più importante, bilanciò l’equilibrio delle due protagoniste femminili, Irene e Antonina, rispettivamente moglie e figlia del generale Belisario. Nell’originale Irene aveva la parte predominante e meglio scolpita accentuando così la componente patetica, mentre Donizetti, conscio delle possibilità della prima interprete Carolina Ungher, enfatizzò il ruolo sopranile di Antonina rafforzandolo con una componente più drammatica che ha l’acme nella straziante cabaletta finale. Ciò non induca a sottovalutare la parte di Irene, dato che anche ad Antonietta Vidal il compositore ha riservato dei momenti suggestivi nel corso dell’opera, quali il lungo duetto con Belisario che funge da finale secondo ed il consecutivo terzetto che costituisce la prima parte del terzo atto. In particolare il duetto, facendo leva sulla cecità di Belisario (reminiscenza dall’Edipo), crea una commovente situazione proprio nel riconoscimento della figlia che fa da guida all’infelice. Sempre in questo secondo atto è notevole come, pur non comparendo mai in scena la figura di Antonina, essa aleggi su gli altri personaggi essendo causa delle altrui sventure, cosicché la sua comparsa solo alla fine dell’opera risulta ancora più sorprendente, definendo un carattere unico ed originale di quest’opera.

Donata D'Annunzio Lombardi nel ruolo di Antonina

Donata D’Annunzio Lombardi nel ruolo di Antonina

L’allestimento del Bergamo Musica Festival, che abbiamo applaudito domenica 23 settembre, riciclava parte le scene della Lucrezia Borgia di alcuni anni fa, ma ciò non ha impedito alla regia di avere una propria unitarietà. Una pronta risposta alle crisi. Anzi, sarebbe bello che anche più spesso si potesse risolvere così l’annoso problema economico dell’inscenare opere meno note. Con le stesse scene de La fille du régiment, ad esempio, si potrebbero mettesse in scena Betly oppure La fille du tambour major di Offenbach, permettendo agli appassionati di sentire musica rara senza regie dispendiose. Direttore della serata è stato Roberto Tolomelli, che per tutta la durata dello spettacolo si è dimostrato infaticabile sia nell’accompagnare le voci sia nell’esecuzione integrale della sinfonia (tagliata nella versione Gavazzeni), che contiene in nuce già la marcia funebre dell’atto terzo per poi proseguire con temi molto brillanti e un crescendo quasi da opera buffa (e qui bisognerebbe parlare dell’asemanticità della musica, come gli auto-prestiti di Rossini hanno ormai insegnato da tempo). L’effetto stereofonico del coro dietro le scene accompagnato dalla banda sul palco (un po’ esiga a dire il vero, con solo da sette musicisti) introduceva all’entrata di Irene la brava Annunziata Vestri, che purtroppo si è vista decurtare la sua cavatina d’esordio della ripetizione! Sembra strano che in un’opera così essenziale e ben calibrata possano essere effettuati tagli che comportano inevitabilmente uno sbilanciamento nell’architettura così ben realizzata dal compositore e dal librettista. Il ruolo di Irene meritava entrambe le due esposizioni per rendere compiuta la sua sortita, peccato che il direttore non fosse d’accordo! Recitativo al calor bianco per Donata D’Annunzio Lombardi che ha costruito un ottimo personaggio con la sua Antonina. Sia il cantabile che la cabaletta con i suoi ritardi calibrati sono stati eseguiti con una certa accuratezza e drammaticità sebbene la presenza dell’infelice spertichino di Eutropio, dalla voce francamente imbarazzante, abbia in parte vanificato l’effetto complessivo. Dopo che l’imperatore Giustiniano (dalla voce non più che sufficiente) viene introdotto in scena da un giubilante coro con effetti bandistici (che sarà piaciuto al giovane Verdi le cui prime opere sono di poco successive), invece della prevista cavatina di Belisario, il taglio veloce del libretto fa uscire tutto il corteggio in fretta, focalizzando l’attenzione sul duetto tra padre e figlio che ancora non sanno della loro parentela. Duetto peraltro eseguito molto bene da Dario Solari nel ruolo di Belisario, apprezzatissimo fra l’altro nel ruolo di Azzo nella Parisina sontuosa di Opera RARA. Il tenore invece non è sembrato all’altezza del ruolo, con effetti catastrofici nella lunga aria del secondo atto, specialmente allo stupendo verso “Trema Bisanzio! Sterminatrice”, reso inintelligibile da pronuncia e canto difettosi al massimo. Il taglio della seconda esposizione della cabaletta ha quindi evitato conseguenze peggiori. Certo che è rimasto il desiderio di ascoltare questa aria in maniera del tutto diversa , aria che solo un grande interprete può svolgere e rendere apprezzabile con quel colpo di scena di un secondo movimento lento prima della cabaletta fuori da ogni convenzione. Fortunatamente seguiva il capolavoro dell’opera, cioè il lacrimevole duetto tra Irene e Belisario, bendato e sostenuto dalla figlia. Il baritono uruguayano è parso ancora una volta molto autorevole, sia scenicamente che vocalmente. L’inizio della terza parte, chiamata “La Morte” da Cammarano, sembra una diretta continuazione della fine del secondo atto, amplificandone gli effetti con l’introduzione e il riconoscimento del figlio Alamiro (ancora una volta con la reminiscenza edipica del fanciullo condannato a morte dal padre anni prima a causa di un sogno funesto). Le cinque scene finali che si succedono sono invece tutte nelle mani di Antonina, creando una lunga parabola che sfocia dopo la marcia funebre già citata nella sinfonia in una cabaletta ispirata da un dolore lancinante. Trionfatrice della serata dunque Donata D’Annunzio Lombardi, che è riuscita nell’impresa di tratteggiare un personaggio a tratti allucinato, che non riceve il perdono finale ma deve affrontare da solo il suo rimorso.

Tobia da Franchi 

Annunci
Posted in: Opera