Donizetti a Zurigo 2/3: Poliuto

Posted on 18 giugno 2012 di

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Poliuto a Zurigo

Direttore: Nello Santi
Regia: Damiano Michieletto

Poliuto: Massimiliano Pisapia
Paolina: Fiorenza Cedolins
Severo: Massimo Cavalletti
Callistene: Riccardo Zanellato

Dopo il dittico comico Convenienze / Pazzi per progetto, la terza opera della nostra lunga domenica donizettiana a Zurigo è un capolavoro assoluto di Donizetti : il Poliuto. L’opera ebbe la sua prima a Napoli il 30 novembre del 1848, ovvero ben 10 anni dopo la composizione, essendo infatti stata inizialmente proibita a causa del sottotema religioso. Si tentò un rimaneggiamento come era avvenuto per la precedente Maria Stuarda (trasformata in Buondelmonte), ma anche I Guebri (questo il nuovo titolo) non trovò la via del palcoscenico. Donizetti giunse quindi a Parigi il 21 ottobre del 1838 con la partitura mai eseguita sotto braccio, pronto a trasformarla con astuzia il un grand-opéra per l’Académie Royale. E così fu. La nuova versione, intitolata Les Martyrs, ebbe finalmente la sua prima all’Opéra il 10 aprile 1840. Tuttavia l’opera non fu un grande successo, venendo ripresa solo una volta nel 1843. Eppure l’esistenza di tre partiture manoscritte (di cui una con numerosissime annotazioni autografe di Donizetti in francese) fanno pensare che, per il compositore, il Poliuto non fosse morto con l’adattamento francese, ma che anche dopo il 1840 egli sperava in una produzione dell’originale.
Questa sera a Zurigo abbiamo assistito alla prima versione, con alcuni brevi inserti tratti da Les Martyrs, usanza che risale all’allestimento scaligero di Antonino Votto. Ci si domanda come mai nel 2012 non si sia utilizzata l’edizione critica preparata da William Ashbrook e Roger Parker nel 2000. Questa edizione critica migliora in ogni punto la vecchia versione scaligera che taglia molte riprese, i concertati e riduce drasticamente le cabalette. Eppure proprio le cabalette, nel Poliuto ancora più che ne Les Martyrs, sono fondamentali per l’architettura della struttura operistica! Le cabalette delle ultime opere di Donizetti sono infatti trattate con particolare maestria, con code raffinate e modulazioni particolari che garantiscono la tensione drammatica fino alla fine del brano solistico (ne sono un esempio quelle della Maria Padilla, del Roberto Devereux e della Linda). Il lettore mi scuserà se insisto su questo argomento, ma esso sta proprio alla radice dei problemi della versione che abbiamo ascoltato che nascono tutti da questo errore di base, cioè non aver adottato l’edizione critica (come era invece avvenuto per Le Convenienze ed i Pazzi). Le voci dei cantanti principali infatti sono state eccellenti e la direzione di Nello Santi è stata molto sostenuta. Si può solo immaginare se queste voci avessero affrontato la partitura in maniera completa.

Il Severo di Cavalletti

Il Severo di Cavalletti

L’opera, come già nel 1848 a Napoli, è stata preceduta dalla lunga Sinfonia, impreziosita dal coro dietro il sipario, che già intona alcuni motivi che poi ritorneranno nel corso dell’opera. Sembra che l’aggiunta del coro sia stata fatta all’ultimo momento. Possiamo solo immaginare che a consigliare Donizetti possa esser stato Rossini, il quale aggiunse il coro nella sinfonia della sua sfortunata Ermione. Già durante la stesura del Marin Falliero, peraltro, Rossini era stato prodigo di consigli. Ed ecco subito la prima sorpresa: il coro si è presentato in scena come tanti operai in tuta verde con tanto di armadietti da fabbrica. Sparsi per terra troviamo dei manichini (altro elemento ricorrente), anch’essi in tuta da lavoratori. In questa plumbea atmosfera pensata da Damiano Michieletto il tenore Massimiliano Pisapia canta con voce stentorea il suo larghetto “D’un’alma troppo fervida”. Un preludio raffinatissimo introduce invece la cavatina di Paolina, costituita da un Larghetto, dove Fiorenza Cedolins ha modo di esibire tutto il legato di cui è capace la sua voce, e da un Allegro in fa maggiore, che porta la voce fino al do sovracuto in parecchie occasioni. Purtroppo il drastico taglio della cabaletta non ha permesso di raggiungere l’acme drammatico al pezzo e siamo sicuri che la tecnica della Cedolins ne avrebbe fatto un piccolo capolavoro se solo ci fosse stata l’integralità. Prima della cabaletta è stato quindi inserito un frammento del terzetto scritto per Les Martyrs, importante ai fini drammatici poiché permette fin dall’inizio un confronto tra i due coniugi. L’inserimento costringe tuttavia a perdere ulteriormente un brano della partitura originale, cioè la musica guerriera che anticipa l’arrivo di Severo. Questo passaggio avrebbe dovuto essere suonato dalla banda su palcoscenico ed è proprio l’assenza della banda, che ha un notevole ruolo in Poliuto creando effetti stereofonici e raddoppiando l’orchestra, una delle lacune più grosse di questa esecuzione zurighese. L’entrata di Severo infine, un ottimo Massimo Cavalletti (che aveva già cantato Procolo nel pomeriggio!), pare l’ingresso di un politico applaudito da una massa di persone che hanno perso la propria identità e sono ormai condizionate in modo estremo. Il cantabile ci è stato offerto con una morbidezza eccellente da Cavalletti, artista di casa a Zurigo ma che non disdegna ogni tanto di fare presenza anche alla Scala. Il Moderato che termina l’atto è stato eseguito per ¼ della sua reale durata, sacrificando il passaggio ponte con la banda, gli interventi importanti di Poliuto e Callistene, la ripetizione, un più mosso con l’aggiunta della voce di Felice e la coda sospesa che farebbe emergere la voce di Severo rispetto ai pertichini e il coro. Di tutto ciò non c’era alcuna traccia, con evidente impauperimento della struttura musicale.

Una delle scene più brutali dalla fine del secondo atto.

La Cedolins e Zanellato in una delle scene più brutali dalla fine del secondo atto.

Voliamo al secondo atto col drammaticissimo duetto tra Paolina e Severo che si conclude con un Andante che mano mano si anima, tecnica nella quale Donizetti era un maestro. A questo duetto assiste inosservato Poliuto, al quale è concessa subito dopo in risposta una magnifica aria, di cui offriamo il doveroso ascolto dalla voce di Chris Merrit: LINK.  Una curiosità: si possiede un nuovo recitativo che introduce a quest’aria e l’autografo termina con “attacca il nuovo Largo”. Quindi se ne desume che l’aria, invece di essere bipartita come la conosciamo oggi, ad un certo punto diventò tripartita per aumentare l’importanza del tenore. Ricordiamo che, alla prima napoletana, Poliuto avrebbe dovuto essere interpretato dal grande tenore Adolphe Nourrit (1802-1839), per cui la partitura fu espressamente scritta. La proibizione dell’opera contribuirà al definitivo tracollo della sua precaria situazione psicologica, che già l’aveva fatto scappare dalla Francia, portandolo l’8 marzo del 1839 a suicidarsi gettandosi dalla finestra del suo appartamento napoletano. Il finale II è costruito in maniera magnifica ed i debiti di Verdi ai cori iniziali e alla stretta finale sono ben ravvisabili nel finale II della sua Aida. Il concertato centrale, intonato dapprima da Severo “La sacrilega parola”, è a sua volta tratto identico dalla Maria de Rudenz, composta per Venezia, e stranamente pare adattarsi molto meglio a questa situazione drammatica che a quella originaria. Nella messa in scena di Michieletto si assiste intanto ad una adunata politica che termina con la brutale esecuzione di Nearco con uno sparo alla testa, immagine forse troppo cruda in una produzione già di per se feroce e plumbea.
Si apre il terzo atto, logicamente nella nostra versione zurighese senza alcuna traccia del coro di popolo con banda, con la scena ed Aria di Callistene, cantata da un Riccardo Zanellato sicuro e sostenuto dal coro. Rapidamente si giunge al finale, prima con un lungo duetto per soprano e tenore che ha il suo climax nell’Allegro vivace “Il suon dell’arpe angeliche”, già sentito nella sinfonia, e poi ripetuto anche a chiusura d’opera con un controcanto di Severo, Callistene e del coro del popolo inferocito. Mentre le voci erano indubbiamente tutte all’altezza, ci riserviamo di mostrare qualche critica alla regia troppo cruda ed eccesiva nel modificare luoghi e costumi e nel portare all’eccesso i tratti dei vari personaggi che avrebbero tutti invece una nobiltà d’animo in questo sfortunato capolavoro donizettiano.

Tobia da Franchi 

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