Tchaikovsky-Nostalghia all’Auditorium

Posted on 16 giugno 2012 di

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Un fotogramma dal film Nostalghia, di Andrej Tarkovsky

P.I.  Čaikovskij: Concerto per violino ed orchestra in re maggiore Op.35
Violinista: Sergey Dogadin 

P.I.  Čaikovskij: Sinfonia n.5 in mi minore Op.64

Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttrice Zhang Xian

E’ sempre piacevole quando una serata musicale ha l’impronta di un singolo compositore. Certamente è stimolante l’accostamento fra autori diversi ed epoche distanti, ma è negli “one man show” che ci è dato di scoprire maggiormente l’anima dell’artista, oltre ogni contingenza storica ed ogni influenza stilistica. Quando poi si parla di Tchaikovsky, arrivare a scoprire questa interiorità è un dono inestimabile ed una condizione prioritaria per intendere il nucleo della sua musica (soprattutto sinfonica). Il percorso che l’orchestra sinfonica laVerdi ci offre passa da due opere assolutamente celeberrime, il concerto per violino e la quinta sinfonia, scritti esattamente a dieci anni di distanza l’uno dall’altro e con ciò testimoni rispettivamente del periodo di massima fertilità creativa (soprattutto melodica) e di quello di massima introspezione.

Sergey Dogadin

Sergey Dogadin

Si comincia dunque già con un “pezzo grosso” del repertorio, forse il più famoso concerto per violino mai scritto, eseguito per l’occasione da un giovane promettente, già vincitore della medaglia d’argento al Premio Cajkovskij 2011: Sergey Dogadin. L’orchestra introduce il germe del primo tema con un progressivo crescendo, passando subito il testimone al violino solista, vero protagonista assoluto di questa composizione. Fin qui tutto come da tradizione, ma già l’attacco del violino sorprende, evitando di esporre immediatamente il tema completo, ma perdendosi prima dietro alcuni brevi virtuosismi introduttivi. Sarà questo un caso molto frequente che mostra la libertà con la quale Tchaikovsky utilizzava le forme classiche per i suoi scopi espressivi. Ed infatti è tremendamente espressiva la prima esposizione di quello che è ormai un tema famosissimo, col solista costretto a saltellare sullo strumento fra i registri più estremi per farlo “gemere”. L’assolo prosegue lungamente e sempre più prende l’aspetto di un solitario grido lacerante e teso verso le note più acute e gli ornamenti più strazianti, cosicché quando infine l’orchestra si deciderà a prendere in mano le redini e “rispondere”, ci apparirà come un balsamo risanatorio che annega il dolore del solista nell’ondata uniforme e limpida del tutti orchestrale. Impeccabile in questo la lettura de laVerdi diretta da Zhang Xian, mentre il giovane violinista dà immediatamente prova delle sue capacità virtuosistiche con uno stile deciso, energico e muscolare che non si lascia sfuggire nessuna delle note della partitura, seppur non tutte vengano prese con la massima delicatezza.  Queste caratteristiche emergono a maggior ragione nella parte finale delle due lunghe cadenze che seguono, durante le quali l’orchestra si mette giustamente da parte, focalizzandosi soprattutto sulla sua funzione ritmica, mentre il solista è chiamato sempre più eroicamente a portare avanti la melodia. Questo rapporto di forza non è certamente invertito dal secondo movimento (la splendida Canzonetta in sol minore), ancora tutta sulle spalle del sicurissimo Dogadin, mentre l’orchestra si incarica di formare l’adeguata atmosfera di lontananza nostalgica. Non sorprende, considerando le caratteristiche del violinista elencate prima, che la poeticità di questo secondo movimento non risalti in tutta la sua potenza, peccato, molto meglio il Finale, dove l’agilità nella diteggiatura permette di tenere un tempo molto sostenuto e di rendere al meglio la frenesia di questa conclusione. Splendido il botta e risposta finale per pulizia del suono, precisione nei tempi, intensità d’esecuzione. Sergey Dogadin è certamente un violinista di grande prospettiva (è un ’88), già molto considerato in patria e di grande presa sul pubblico per le doti da virtuoso e la determinazione. L’interprete si farà col tempo.

P.I. Tchaikovksy

P.I. Tchaikovksy

Fin qui abbiamo avuto un saggio del grande estro melodico e del genio effettistico di Tchaikovsky, della sua capacità di far immediatamente presa su qualunque pubblico e di portare l’espressività del solista e dell’orchestra su vette raramente raggiunte dai colleghi. Si potrebbe tuttavia immaginare che egli sia solo un grande manierista, magari un po’ ruffiano, se non ci arrivasse immediatamente la controprova: la quinta sinfonia. Essa fa notoriamente parte della triade di ultime sinfonie alle quali l’autore pare aver voluto affidare il più profondo suo messaggio, in particolare la sua infinita sfida al fato, a quella forza implacabile che ineluttabilmente si oppone ad ogni felicità umana e ci sbatte nel fango della nostra limitatezza. Mai come nella quinta tuttavia Tchaikovsky ha tentato di prendere questo demone per le corna, probabilmente sul modello della quinta di Beethoven, e di fare del fato una provvidenza. Inevitabile è dunque una forte strutturazione formale della sinfonia, con un tema ricorrente, di carattere fortemente ritmico ed identificabile per l’appunto col fato, che si trasfigurerà in provvidenza passando dal mi minore con cui si apre l’opera al mi maggiore del grande finale. Come in una macro-cadenza, l’impianto tonale passerà dalla quinta della relativa maggiore (il re maggiore del secondo movimento, che rievoca le atmosfere del concerto per violino) e dalla quinta (il la minore-maggiore del valzer). Il re maggiore insidia peraltro il mi minore d’impianto già in tutto il primo movimento, aperto dall’esposizione del tema del fato, eseguita nella maniera più plumbea e funerea possibile dall’orchestra, oggi in stato di grazia sotto la bacchetta di Zhang Xian. Meravigliosamente resi sono sia la dinamica (densi e ovattati i piano e mezzoforte d’apertura, mai sferraglianti i forti e fortissimi) che le variazioni di tempo (spesso brusche), entrambi fattori determinanti in una sinfonia totalmente fondata sull’alternanza fra l’aprirsi di oasi liriche di pace e l’abbattersi della tempesta del destino avverso. Il piano d’insieme è sempre ben presente nella mente del direttore, come si nota dalle sue scelte: la legatura fra i primi due movimenti (il secondo è introdotto proprio da uno splendido accordo di modulazione dal mi minore al re maggiore agli archi), l’inflessione quasi beffarda che il tema del fato prende già nel primo movimento (anticipando questo carattere che diverrà evidente nel terzo movimento), il progressivo inasprirsi del tema lirico ai violini nel secondo movimento (che deve condurre alla presa di coscienza del ritorno del tema fatale), le simmetrie marcate fra gli inizi del primo e dell’ultimo movimento (che evidenziano ulteriormente le differenze, affidate a sfumature armoniche). Le note positive si estendono poi all’impasto orchestrale, mantenuto sempre equilibrato e compatto, con degli splendidi ottoni e fiati (note di merito per tutti i solisti in orchestra, in particolare basso-tuba e fagotti, due strumenti spesso fondamentali nelle ultime sinfonie di Tchaikovsky).

Il tema del fato esposto in mi maggiore all'inizio del quarto movimento

Il tema del fato esposto in mi maggiore all’inizio del quarto movimento

Non si può tuttavia dire totalmente riuscito il miracolo di rendere pienamente convincente la grande redenzione che il compositore vorrebbe costruire. La partitura è qui fra le più ostiche possibili, lo stesso Tchaikovsky non ne era soddisfatto, sentendo che l’impianto intellettuale (di cui già forse era scettico, considerando gli esiti della sesta) non era stato tradotto interamente in sviluppo musicale. L’ultimo movimento è in effetti terribilmente irrequieto e complesso, lacerato fra la forma sonata tradizionale ed esigenze espressive che sfuggono continuamente al suo formalismo (caratteristica che abbiamo visto essere già presente nella scrittura concertistica). Non a caso già alle prime esecuzioni fu visto in questo finale (come in altri dell’autore, fra cui proprio il concerto per violino) l’indulgere nell’atmosfera da ebbra festa russa. Sfuggire al tripudio sguaiato di fortissimi agli ottoni che è scritto in partitura non è affatto facile, essendo in fondo in gioco la quadratura di un cerchio, il tentativo radicale di convertire il fato in provvidenza, il mi minore in mi maggiore. Il modello beethoveniano con la ripetizione del tema reso gioioso (“es muss sein? es muss sein!”) rimane qui inevitabilmente insincera, e sta forse proprio in questa vena illusoria (di cui come abbiamo visto l’autore era totalmente cosciente) la massima forza poetica di questa sinfonia. Se probabilmente il momento più toccante dell’opera è il grande momento lirico del secondo movimento (interrotto dal tema fatale e poi ripetuto come in nostalgia nelle battute conclusive), diverrà ancora più toccante il suo ideale contrappunto, ovvero la grande cadenza evitata poco prima della coda nel finale del quarto movimento (bt.500). Entrambi manifestano la più limpida presa di coscienza dell’impossibilità di una redenzione totale, della gioia piena, ed in cambio restituiscono il massimo pathos della tensione infinita, che proietta davanti a sé ancora una volta l’immagine della felicità, sia essa nel languore di un tema che ritorna nostalgico o nella pomposità di una cadenza tanto perfetta quanto assurda.

Alberto Luchetti

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