Donizetti a Zurigo 1/3: Le Convenienze

Posted on 8 giugno 2012 di

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Le Convenienze ed Inconvenienze teatrali a Zurigo

Direttore: Paolo Carignani
Regia: Martin Kusej

Daria: Jessica Nuccio
Agata: Anton Scharinger
Luigia: Mariana Carnovali
Procolo: Massimo Cavalletti
Biscroma Strappaviscere: Gezim Myshketa
Willibald: Christoph Strehl
Cesare Salzapariglia: Morgan Moody
Impresario: Davide Fersini
Direttore del Teatro: Paolo Rumetz

Sicuramente assistere a tre opere di Donizetti lo stesso giorno non capita spesso. E’ capitato recentemente, a Zurigo, dove nella stessa giornata hanno messo in scena due opere buffe (Le convenienze ed inconvenienze teatrali ed i Pazzi per progetto) ed un capolavoro tragico tra i massimi del nostro Donizetti (Poliuto). Non potevamo mancare.

J.Nuccio e M.Cavalletti

J.Nuccio e M.Cavalletti

Alle 1340, cioè 20 minuti prima dell’inizio de Le convenienze ed inconvenienze teatrali già gli attori cantanti erano in scena, tra cui il Poeta Cesare Salzapariglia che, novello Hoffmann, annega i suoi problemi nell’alcool. I coristi e gli orchestrali non sono in costume proprio come in una prova generale. Prima del preludio entrano anche i cantanti principali creando un voluto effetto di meta-teatro. La locandina della rappresentazione zurighese porta la data della prima rappresentazione : 21 novembre 1827. Sarebbe stato più opportuno segnalare la data 8 settembre 1831, quando la farsa fu trasformata in dramma giocoso con l’aggiunta di moltissima musica nuova. Questa è la versione presentataci dal maestro Paolo Carignani che ha seguito puntualmente l’edizione critica del 2002 di CASA RICORDI. Gli unici tagli operati dal maestro sono la ripetizione della cabaletta di Procolo (che con la sua pomposità settecentesca sarebbe stata benissimo in bocca a Massimo Cavalletti) e l’ancor più grave l’omissione della cabaletta della Romanza di Agata, fondamentale per dipingere il personaggio più buffo dell’opera e, oserei dire, l’invenzione più divertente di tutta la produzione comica donizettiana. Anton Scharinger, la nostra mamma Agata, si è rivelato peraltro interprete carente e cantante affaticato fin dalle prime note. Dopo la sua Cavatina iniziale non esce mai di scena ed è il vero motore del dramma giocoso, ma un cantante così debole e poco raffinato è stato una zavorra che non ha permesso di far decollare l’opera nonostante l’impegno di tutti. Jessica Nuccio nel ruolo di Daria ha primeggiato nella sua Aria dell’introduzione risparmiandosi però nella stretta della medesima introduzione. In questo ampio brano il nostro aveva come base la stretta dell’introduzione di Cenerentola che contrappone una lunghissima linea melodica che sembra sempre evolversi al sillabato insistente del basso buffo. La lunga melodia inventata da Donizetti non è stata tuttavia sostenuta a sufficienza da Daria, il soprano e il tenore tedesco, tanto che i tre sono rimasti di fatto coperti dal vorticoso sillabato che usciva dalle bocche del Poeta e del Maestro, risultando in un effetto cacofonico e antimusicale (peggiorato inoltre dai rumori di scena degli impazziti coristi). Sarebbe bastato poco per eseguire una miglior concertazione e ristabilire l’equilibrio in questa brillante stretta. Unica aggiunta alla versione del 1831 e’ stata l’aria vulcanica di Procolo, proveniente dalla versione del 1827, forse esclusa a suo tempo per focalizzare tutto il dramma giocoso su Agata. Cavalletti ne ha offerto un’esecuzione splendida, piena di verve nei numerosi sillabati. Solo nell’ultima parte sono state omesse le note da emettersi in caricatura, come indicato dalla partitura autografa, a favore di normali acuti squillanti che impoveriscono purtroppo l’effetto comico. Il duetto comico delle due “donne” ha funzionato molto bene. Certo, se Agata avesse utilizzato il dialetto napoletano invece dell’italiano, gli effetti comici sarebbero stati più esplosivi, anche se in Svizzera forse ben pochi se ne sarebbero accorti, Paolo Bordogna docet. Il Larghetto del Terzetto (si tratta in realtà di un duetto tra Tenore e Agata con il Maestro come spertichino) si sarebbe inoltre potuto prendere in tempo più lento, per enfatizzare i giochi testuali che prendono di mira gli stereotipi rossiniani terminando le frasi con le onomatopee “din dan, din dan”. Un ultimo piccolo rimprovero riguarda la caratterizzazione di Agata, troppo spesso per terra, sofferente e gabbata, mentre nelle intenzioni di Donizetti doveva essere un carattere forte che dominava tutti. Ad esempio il suo deliquio fittizio per attirare attenzione è stato sostituito da una volgare “botta di spartito” del maestro ai danni del buffo en travesti. In grande spolvero invece il Sestetto che chiude la prima parte, concertato veramente bene, con grande equilibrio, portando tutti i protagonisti al massimo parossismo.

Una foto di scena dal concertato introduttivo

Una foto di scena dal concertato introduttivo

La seconda parte, nella versione in 2 atti del 1831 alla Canobbiana, si apriva con un duetto divertentissimo tra Agata e Impresario, proveniente da Il borgomastro di Saardam. Ne è rimasta una spassosissima versione in cd con Simone Alaimo. Non ci sorprende che anche in questo caso non si sia optato per la versione in due atti. D’altronde i curatori dell’edizione critica hanno colpevolmente espunto il materiale tra le appendici, asserendo che Donizetti non fosse presente alla versione. E’ evidente invece che essendo tutta musica di Donizetti solo lui avrebbe potuto interpolarla con acume, adattandola per trasformare la farsa napoletana in un’opera più compiuta. Speriamo vivamente che nelle prossime ristampe della partitura anche questo materiale ( che consta principalmente in una sinfonia, un finale 1° e il duetto citato) venga reso disponibile a tutti i direttori per un possibile impiego. Per oggi ci accontentiamo invece di assistere subito al pezzo più divertente dell’opera, che fa del citazionismo la sua ragione d’essere. Agata novella Desdemona canta una sua personalissima versione della più famosa Romanza dall’Otello di Rossini, “Assisa a piè d’un salice”. La Romanza più tragica in bocca a un Basso Buffo vestito da donna: possiamo solo immaginare l’effetto comico prodotto sul pubblico dell’epoca che aveva ben presente l’originale rossiniano e rideva alla dissacrazione! Il pubblico zurighese invece non penso si sia divertito più di tanto, soprattutto per via di un taglio delittuoso nella seconda parte del pezzo, ovvero nella cabaletta, difficilissima da eseguirsi con tante note in falsetto fino all’estremo si3 (una nota da tenore belliniano più che da basso buffo). Solo una eccellente tecnica con le note di testa avrebbe dato giustizia.

G. Donizetti

G. Donizetti

Nonostante il taglio vogliamo soffermarci un po’ filologicamente sulle ragioni che hanno fatto introdurre questo pezzo all’apparenza sconosciuto nel corpus dell’opera. La cabaletta di Agata inizierebbe con “Or che son vicino a te”, citazione che per i contemporanei sarebbe stata subito palese e ne avrebbe aumentato l’effetto comico. Si tratta della cabaletta dell’aria “Il braccio mio conquise” dell’opera Il Conte di Lenosse di Giuseppe Nicolini, scritta per il teatro Ducale di Parma nel 1801. Giuditta Pasta (la vera vittima di questa interpolazione) l’aveva scelta per sostituire il Finaletto che conclude il Tancredi e avere così un’aria tutta per sé. Ciò avvenne alla fine degli anni ’20, per esempio a Milano nel 1829 al teatro Carcano. La Pasta sembra abbia fornito a Rossini una riduzione per canto e pianoforte pregandolo di aggiungere direttamente sulla parte le varianti vocali. Si possiedono due manoscritti di mano di Rossini con due diverse varianti vocali per la stessa aria, indice del bene placet dello stesso compositore e della diffusione della pratica di aggiungere questo pezzo. La Pasta eseguiva questo pezzo in Mib maggiore mentre Donizetti nella sua caustica parodia fa cantare Agata in La maggiore.  Non si tratta di un semplice adattamento, solo poche battute risultano sovrapponibili nelle due versioni e la grande riuscita comica avviene facendo spingere la voce del basso buffo in territori fino allora inesplorati per imitare la voce sopranile di Giuditta Pasta.

Torniamo all’opera. Segue un Coro con assolo del Basso, cioè Procolo, che con i suoi “calando” e “crescendo” fa impazzire il Maestro. Grande colpo di scena registico è far apparire tutto il Coro in elegantissimi vestiti tutti bianchi come si trattasse di una rivista degli anni ’30 ed in più delle bellissime girls. Il tutto in netto contrasto con il vestito da Roma antica indossato da Procolo che nel contempo deve sacrificare, durante una comica Marcia lugubre, la povera Agata vestita da vittima. Finirà ovviamente tutto bene con la frase “Giove è placato” e lo spargimento di abbondante ketchup al posto del sangue… ma ecco l’impresario arrivare comunicando che il Direttore , per la fuga del Soprano e del Tenore, non permette si vada in scena! La bancarotta risulta evidente e tutti seguono il consiglio di Procolo: “La notte ci aiuta; facciamo fagotto, e avvolti in cappotto vediam di scappar!”. Questo saltellante concertato aggiunto nella versione napoletana del 1831 conclude brillantemente l’opera. Bisogna infine aggiungere che il regista piazza alla fine un ultimo colpo di genio, anticipando in questo finale il cambio di scena per l’opera successiva (I pazzi per progetto).  Tutti i personaggi delle Convenienze, che stanno tentando la fuga, rimangono invece rinchiusi nell’ospedale psichiatrico che si costruisce sotto i nostri occhi! Geniale conclusione e ottimo trait d’union tra le due opere buffe.
A presto la recensione anche delle altre due opere!

Tobia da Franchi 

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