Elīna Garanča alla Scala

Posted on 5 giugno 2012 di

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Elīna Garanča

Robert Schumann
Widmung (op.25 Myrthen)
Der Nussbaum (da op.25 Myrthen)
Jemand (da op.25 Myrthen)
Mutter! Mutter! (da op. 25 Myrthen)
Lass mich ihm am Busen hängen (da op.25 Myrthen)
Ciclo completo Frauenliebe und -leben op. 42 

Alban Berg
Sieben frühe Lieder op.7

Richard Strauss:  
Leises Lied (da op.39)
All’ mein’ Gedanken, mein Herz und mein Sinn (da op.21)
Ach Lieb, ich muss nun scheiden (da op.21)
Meinem Kinde (da op.37)
Allerseelen (da op.10)
Heimliche Aufforderung (da op.27)

 Mezzosoprano: Elīna Garanča
Pianoforte: Roger Vignoles

Arriva finalmente sul palcoscenico della Scala uno dei mezzosoprani più acclamati del momento. L’avevamo attesa per il Don Giovanni scorso, ma l’imminente maternità (la figlia è nata il 30 settembre 2011) l’ha poi costretta a rinunciarvi. La ritroviamo oggi in grande forma fisica e vocale per il quinto recital di canto della stagione, dedicato ancora una volta alla liederistica. Il trittico di autori selezionato accosta ai ricorrenti Schumann e Strauss i Sieben Frühe Lieder di Alban Berg, portandoci così in un panoramica su mezzo secolo di Lieder e mostrandoci la loro evoluzione dalla forma romantica fino alle porte dell’atonalità.

La prima parte della serata è dedicata a Schumann dunque, pescando in particolare nella vasta produzione da due raccolte, l’op.25 (“Myrthen”) e l’op.42 (“Frauenliebe und -leben”). Delle 26 composizioni della prima raccolta, una delle prime di Schumann, risalente al 1840, la scelta è caduta su testi non privi di significato: si apre ovviamente con la dedica (Widmung) e con l’idillio “Il noce” (Der Nussbaum), a cui segue, come nella raccolta stessa, un brusco cambio di atmosfere con l’angoscioso (soprattutto nel finale) Jemand, la disperata ricerca di un “qualcuno” che ci completi. Niente di più schumanniano! Fin qui abbiamo potuto sentire la bella voce cremosa, controllata, mai forzata nello scurirsi e mai stridente con le armonie ponderate del compositore, ma è da qui in poi che possiamo gustare anche l’interprete. Un salto nella raccolta ci porta infatti ai due Lieder seguenti scelti, detti “Zwei Lieder der Braut” ovvero i due Canti della Sposa, due canti in cui protagonista è la parola “Mutter”, madre. Lo abbiamo ricordato già in apertura: la Garanča è divenuta madre soltanto alcuni mesi fa, e questi canti non possono dunque essere solo una scelta casuale, ma paiono quasi una risposta all’ansia con qui si chiudeva Jemand. Questo percorso antologico ci è confermato dalla seconda raccolta, questa volta eseguita integralmente, il cui titolo recita: “Vita ed amore di una donna” (Frauenliebe und -leben). In questi otto Lieder, tutti su testo di Chamisso, sempre musicati nel 1840, si percorre l’esistenza di una giovane, le sue gioie (l’innamoramento, il matrimonio ed, ovviamente, la maternità) ma anche i suoi dolori (la morte dello sposo, il Lied che chiude il ciclo, coi dovuti scongiuri per il marito della nostra, il rampante direttore d’orchestra Karel Mark Chichon!) La scrittura vocale, ancora una volta molto compassata ed equilibrata, permette all’esecutore di transitare in tutti i registri, esattamente come la protagonista delle poesie passa dalle acute esplosioni di gioia alla tetraggine straziante del lutto.  Vale la pena di citare a questo titolo almeno le ultime due composizioni di questa raccolta: An meinem Herzen, an meinem Brust, dove ritroviamo splendidamente esposto il tema del parto così sentito dall’esecutrice (si pensi a frasi come “Nur eine Mutter weiß allein / Was lieben heißt”, “solo una madre sa che significhi amare”), seguita bruscamente dalla perdita, da “Nun hast du mir den ersten Schmerz getan”, dove le regioni più cupe della vocalità del mezzosoprano vengono messe alla prova (abbondantemente superata, ancorché non senza un po’ di fissità nei suoni).

L’eleganza appassionata di Schumann ci ha dato una misura della tecnica vocale della Garanča ed anche della sua padronanza stilistica (inclusa presenza scenica), ma la curiosità esigeva di sentirla anche “spingere” un po’ di più, e così eccoci serviti con Alban Berg, qui ancora in versione studente, influenzato da Mahler e Strauss oltre che dal maestro Schoenberg (a sua volta ancora in museruola tardoromantica, per così dire). Questi sette Lieder di gioventù sono stati infatti composti fra il 1905 e il 1908 nella fervida Vienna post-secessione, mescolando la tradizionale ricchezza di armonici con la ricerca di una forma sempre più essenziale e ideogrammatica. Particolare sinergia si avrà quindi con testi come quello di Rilke, carichi di simbolismo astratto ma lussureggiante (il crisantemo bianco nella notte nera).  Sorvolando per sintesi sulle interessanti sperimentazioni armoniche che il giovane Berg cominciava ad operare sulla scia del maestro, andiamo soltanto a sottolineare ancora una volta a preparazione musicale e il talento espressivo mostrati dalla Garanča, capace di gestire gli impervi intervalli e cambi di dinamica di questi Lieder con grazia ed eleganza. Pare non doversi mai sforzare, il fiato è sempre perfetto e la voce centrata e appoggiata, cosicché ne guadagna anche la dizione, capitolo fondamentale ed a volte negletto della liederistica. Dovremmo ripetere gli aggettivi già utilizzati per partitura e testi per descrivere l’effetto della voce stessa, in quanto l’aderenza fra le tre cose è sostanzialmente perfetto. Carica di suggestioni simboliste è ad esempio la tessitura scura di Die Nacht, lussureggiante è lo schiudersi della rosa in Die Nachtigall, mentre l’astrazione figurativa è marcata nel conclusivo Sommertage, dove tace la parola“. Non c’è dunque particolare soluzione di continuità col resto del programma, dedicato ad una selezione antologica dai Lieder di Strauss, esplorando la prima produzione, precedente al 1900, quando egli, ancora alla ricerca di una sua forma d’espressione personale, tendeva a non mescolare le tradizioni sinfonica (a cui dedica i poemi sinfonici) e liederistica. Se dunque l’impianto ha ancora molto in comune con le forme di Schumann, non è tuttavia difficile riconoscere alcuni stilemi di Strauss, ad esempio il lasciarsi andare ad alcuni ornamenti (specialmente nel più tardo dei Lied scelti: Lieses Lied), sia nella voce che nel pianoforte, l’uso espressivo della dinamica o la generosità nel salire all’acuto nei finali. Qualche anno più tardi questo materiale confluirà con l’esperienza dei poemi sinfonici nella prima impossibile sintesi: la Salome. Tornando alla protagonista della serata, ritroviamo fra le sue scelte un altro Lied a tema materno: “Meinem Kinde” a conferma di quanto detto sopra. Le richieste per la voce sono in Strauss sempre molto elevate, in tutti i sensi, ed ancora una volta si può dire che non sono disattese dalla Garanča, assolutamente mai affaticata o in difficoltà. Tuttavia, forse anche per il paragone con altri grandi interpreti di questi stessi canti, non ci lascia totalmente appagati la resa di queste pagine. Difficile evidenziare difetti tecnici, più probabile forse una certa scolasticità ed ingessatura eccessiva di fronte a quell’alchimista della metamorfosi che è stato Strauss. La bocca non resta comunque asciutta, poiché i bis, tutti a tema spagnolo e gitano (non casualmente il suo ultimo album pubblicato, Habanera, raccoglie questi brani), riportano la cantante nel suo campo di battaglia, dove si sbizzarrisce in gorgheggi e strette eccezionali. Giusto tripudio conclusivo, e speriamo sia di buon auspicio per un ritorno, questa volta in scena con un’opera!

Alberto Luchetti

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Posted in: Recital