L’eternità del violino all’Auditorium

Posted on 30 maggio 2012 di

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P. Picasso, Violino e uva (1912)

G. Bacewicz: Concerto per archi
Max Bruch: Concerto per violino e orchestra n.1 in Sol minore op. 26
Béla Bartók: Concerto per orchestra

Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Violinista: David Garrett
Direttore: John Axelrod

Nel concerto di questa settimana all’auditorium della musica di Milano troviamo un terzetto di autori non fra i più noti, tutti rappresentati da una composizione concertistica e con una netta prevalenza degli archi. Non può mancare dunque l’arco per eccellenza, il violino, e non può mancare il violinista d’eccezione: David Garrett. I tre compositori si susseguono durante la serata in una scala di notorietà. Si inizia dunque con la meno conosciuta, Grazyna Bacewicz, che è anche la più vicina a noi temporalmente, essendo nata a Lodz nel 1909 da famiglia di musicisti ( sia suo padre che suo fratello erano compositori). Non a caso sia nei suoi studi al Conservatorio di Varsavia che nella sua carriera da esecutrice troviamo il marchio indelebile del violino, strumento che le permise, attraverso il ruolo per l’appunto di primo violino presso l’Orchestra della Radio Polacca, di far eseguire le proprie composizioni con buona frequenza. Non a caso dunque il suo più famoso brano, eseguito anche durante questa serata, è un Concerto per orchestra d’archi.

G. Bacewicz col suo violino

G. Bacewicz col suo violino

Come da tradizione, il Concerto è caratterizzato dalla struttura a tre movimenti. Nel primo movimento (Allegro), un violino solista emerge dopo poche battute ma soltanto per un istante, come se la Bacewicz avesse voluto esordire salutando il suo pubblico con un piccolo inciso, mentre gli altri archi suonano pizzicando le corde. Più avanti nel movimento il violini solista tornerà per un sempre breve dialogo col violoncello. Una certa brevitas nelle forme è proprio un tratto peculiare di questo concerto, penalizzando un po’ le melodie che, col fiato così corto, difficilmente rimangono impresse nella memoria. Annoso problema di tanta musica di quegli anni. Molto meglio per efficacia è il seguente andante dove la musica, rigorosamente in piano, rimane come sospesa per tutta la durata del movimento. Fondamentale è qui il lavoro di efficacissimi ritardi, ancora una forma di brevitas dunque, ma qui straordinariamente piegata dalla forza compositiva al servizio di un senso quasi ossimorico di impazienza ed attesa. Enorme è dunque lo stacco che porta al vivo conclusivo, in 6/8, animato da temi che guizzano veloci e scale turbinose dei violini, finché degli accordi in sforzato non coinvolgono tutta l’orchestra. A chiudere e sigillare la composizione non può mancare il ritorno del violino solista, che ha un breve episodio, come di congedo, prima dell’ultima frenetica cavalcata conclusiva. Per meglio immedesimarsi nell’atmosfera espressiva di questo concerto, giova ricordare che esso fu composto nel 1948, in un momento molto particolare della storia polacca, un momento di lenta resurrezione dopo le ferite della guerra. In questo ultimo movimento si può allora forse immaginare la voglia di riscatto dopo lunghi anni di guerra, durante i quali la compositrice era costretta a dare concerti in segreto. Non facile giudicare la prova della compagine orchestrale in pagine così diverse dal solito, ma certamente si è vista grande compattezza e precisione.

David Garrett

David Garrett

Alla Bacewicz ha fatto seguito il Concerto per violino e orchestra n.1 di Bruch, compositore del tardo romanticismo tedesco vicino alle concezioni tradizionaliste di Brahms. Non sorprenderà allora trovare una composizione divisa ancora una volta in tre movimenti. Per eseguire la (non facile) parte solista entra in scena il protagonista della serata: David Garrett, divo ormai internazionale (è reduce dalla performance con Kaufmann durante la finale di Champions League a Monaco) che con acume la Verdi ha invitato nella stagione corrente. Se si ascolta una delle sue ormai famose cover di pezzi rock, ci si rende subito conto della sua virtuosità, ma sentirlo suonare dal vivo un brano appartenente al repertorio classico ce ne fa, se possibile,  aumentare ulteriormente la stima. Che sia un grandissimo lo si capisce fin dalla prima nota: un attacco limpido, un suono talmente intonato da confondersi inizialmente con quello dei fiati, per poi emergere in un sontuoso crescendo. Segue un’esecuzione praticamente perfetta, caratterizzata da un’intonazione maniacale, anche nelle posizioni acute. Anche le parti più veloci sono eseguite con una precisione tale da far sembrare semplice un brano che assolutamente non lo è. Il Concerto di Bruch gli ha anzi dato modo di esibirsi. In molti punti (per esempio del primo movimento), infatti, lunghe cadenze interrompono il flusso orchestrale subordinandolo di fatto alle evoluzioni del solista che si avventura nelle regioni acutissime dello strumento. Senza cesura si passa all’Adagio, un grande movimento lirico tipicamente tardo-romantico dove l’orchestra accompagna ora molto più dolcemente il violino. Ancora una volta ci colmiamo di reminiscenze brahmsiane col terzo movimento, un Allegro Energico a ritmo di danza, saltellante, che offre nuovamente il destro ai numerosi virtuosismi del magistrale Garrett. È molto suggestivo osservare il suo atteggiamento, non solo mentre suona, ma anche se non soprattutto mentre non suona! Non sta fermo un attimo, segue con cenni del capo il ritmo della musica come se stesse eseguendo un brano rock, insomma, si vede che gusta davvero ciò che sta suonando. Emblematica poi l’espressione del suo volto, nonché il sospiro affaticato che emette ogni volta che smette di suonare, segno evidente della passione e dell’intensità che cerca di trasmettere attraverso ogni nota. Un ottimo esempio di performer moderno a tutto tondo, capace di essere uomo copertina e trascinare anche le generazioni più giovani portando loro il valore di un patrimonio musicale che non può andar dimenticato. Al termine dell’esecuzione, lo scrosciante e continuo applauso del pubblico lo costringe ad eseguire tre bis: una sua divertente versione del Carnevale di Venezia di Paganini, l’Andante della Sonata n. 2 di Bach e, per finire, un netto cambio di genere con l’esecuzione splendida e decisa della sua cover di Smooth Criminal di Michael Jackson. Ci pare doveroso citare anche la semplicità e la gentilezza di Garrett che, durante l’intervallo, si è fermato a firmare più di un centinaio di autografi, senza negare un sorriso ad alcuno dei suoi ammiratori.

John Axelrod

John Axelrod

Troviamo infine, come degna conclusione, il celebre (ma forse non sufficientemente) Concerto per orchestra Sz 116 di Béla Bartók. Che la composizione prenda una via indipendente lo notiamo già dall’atipicità dei 5 movimenti. E come non apprezzare, per citare una caratteristica fra le tante, la straordinaria invenzione orchestrale, ricca di preziosismi? E’ questa dunque la miniera d’oro dove l’ultima protagonista della serata, la bacchetta di John Axelrod ha finalmente avuto modo di palesarsi. Già il titolo, Concerto per orchestra, pare una contraddizione in adiecto, un concerto senza solisti, oppure, più correttamente, un concerto in cui tutti gli strumenti sono solisti! Sono infatti proprio le famiglie di strumenti che qui dialogano fra loro con una varietà di risposte forse ineguagliata nella storia della musica. Nella Elegia, giusto per farne un esempio, contrabbassi e arpe sole lasciano il campo ad archi in pianissimo che con docilità fanno emergere la brillantezza dei flauti e dell’ottavino. Si potrebbero inanellare moltissimi altri discorsi sull’orchestrazione di questa partitura, sempre mantenuta all’altezza del suo valore da Axelrod, per amor di sintesi tuttavia sorvoleremo ulteriormente sul letto di trilli del quarto movimento per dedicare solo una nota immancabile al meraviglioso Finale. E’ questo un tripudio di idee contrastanti (conseguenza inevitabile della contraddizione programmatica della composizione), fra cui spicca una dicotomia su tute: sontuosi temi popolari (predilezione di Bartók) cantati dalle trombe che entrano nell’intellettualistica e sofisticata logica della fuga. E’ questo fugato, che tutta l’orchestra porta fino al crescendo finale, il momento di maggior profondità musicale di questo capolavoro di Bartók che sa unire la complessità avanguardistica ad una sostanziale fruibilità. Chiaramente non banale è il gioco di continuità sempre spezzate che disorienta l’ascoltatore impedendo continuamente l’adagiarsi su un ascolto “orecchiabile” e forzandoci dunque sempre a vedere, sotto lo scintillante velo di Maya orchestrale, gli abissi della speculazione compositiva.

Tobia da Franchi e Dario Spreafico

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Posted in: Concertistica