Peter Grimes alla Scala

Posted on 25 maggio 2012 di

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Direttore: Robin Ticciati
Regia: Richard Jones 

Peter Grimes: John Graham-Hall
Ellen Orford: Susan Gritton
Captain Balstrode: Christopher Purves
Auntie: Felicity Palmer

Torna Benjamin Britten alla Scala, dopo il buon successo di Morte a Venezia, ed è un graditissimo ritorno. Interessante il passaggio dalla sua ultima opera direttamente alla sua prima (un po’ come l’anno venturo vedremo nel giro di un paio di mesi l’Oberto e il Falstaff di Verdi). Le due opere hanno peraltro, nonostante i quasi 30 anni di distanza, alcuni punti in comune, di cui il più evidente è senza dubbio il rapporto centrale fra una figura maschile tormentata e isolata (in entrambi i casi Pears allora e Graham-Hall oggi) ed un adolescente muto che lo condurrà alla morte.  Comune è dunque la forza inarrestabile che trascina i due protagonisti verso una redenzione impossibile, una solitudine sempre più ferale. Assolutamente antitetica è invece la trattazione scenica ed orchestrale: se in Morte a Venezia il compositore ci immergeva in una realtà sospesa nel sogno di Aschenbach, metà cristallino apollineo e metà rimbombo dionisiaco, qui tutto comunica la vicinanza della materia, dell’umidità e della salsedine del mare, dell’invadenza del popolo di pescatori. Là le voci spuntavano ciascuna col suo timbro da una sorta di spazio di silenzio, qui riecheggia continuamente il tumulto della massa (ancora una volta con l’analogia fra il mare e il “Borough”). E’ dunque impossibile non riconoscere in queste scelte la diversa natura dei due protagonisti stessi: Gustav von Aschenbach è teso nell’eccesso di astrazione, di idealismo, vede il mare come una superficie di specchio, piatta e limpida, e verrà inghiottito dall’abisso del nulla che essa nasconde; Peter Grimes all’opposto è ossessionato invece dal concreto, dal dover rientrare e immergersi in esso, unica patria, tregua e tomba per lui.

Le coreografie di Sarah Fahie

Le coreografie di Sarah Fahie

Perla dell’allestimento è senza dubbio, più che la regia di Richard Jones, il contributo coreografico di Sarah Fahie. Niente può rendere maggiormente il senso di alienazione di Grimes come il fronteggiare la schiera dell’intero villaggio che, come automi, accompagna il canto corale (di enorme importanza evidentemente, visto l’argomento dell’opera) con movimenti coordinati e frenetici a cui solo lui (insieme ad Ellen, Balstrode) non partecipa. L’idea dell’ondata inarrestabile è assolutamente centrata, ed a tratti si suggerisce anche che l’altro “mare” che opprime Grimes sia di fatto quello che sta dirimpetto al palcoscenico, ovvero la platea, il “Borough” moderno di automi spettatori e giudici. Meno centrate, a mio avviso, le scelte strettamente registiche. Non guasta la traslazione agli anni ’80 (senza nemmeno aggiungere niente), un po’ fine a se stessa la trovata del bar-container che oscilla come una nave in tempesta, ma se non altro originale, decisamente discutibile invece la scena finale, col riunirsi del tribunale e con l’imputata Ellen al giuramento. Mi pare questa una variante di poco significato e che distrae dalla bellezza lirica del finale, dove regna soprattutto l’indifferenza se non quasi un senso di avvenuta giustizia per la morte di Grimes, come se il mare si calmasse di nuovo dopo la tempesta, dopo aver ricevuto la sua vittima sacrificale. Svalutare il senso di sazietà della comunità significa svalutare contemporaneamente anche il ruolo di “capro espiatorio” girardiano che Grimes porta con sé, e quindi penalizzare l’intera costruzione dell’opera. Un difetto comunque perdonabilissimo e bilanciato dall’ottimo ritmo, dai rapidi e sufficientemente silenziosi (certo su questo si potrebbe sempre migliorare) cambi di scena durante gli interludi e dall’ambientazione convincente.

I due protagonisti

I due protagonisti

Veniamo ad una breve carrellata sugli interpreti, tutti di buon livello: mattatore ovviamente è John Graham-Hall, non tanto per le doti vocali (notevoli ma non impeccabili), quanto per l’espressività scenica e per la caratterizzazione nevrotica del personaggio; meno bene la partner femminile Susan Gritton, evidentemente messa alla prova dalla parte non facile e sempre intensa; grande prova invece per quasi tutti i comprimari, specialmente Christopher Purves come comprensivo capitano Balstrode e l’esperta Felicity Palmer nel peculiare ruolo della padrona del vizioso locale del villaggio. Molto convincente anche la parte attoriale (evidentemente tendente al macchiettistico, specialmente per la parte del prete o dell’avvocato, come era già nelle intenzioni degli autori). Resta da citare soltanto il direttore d’orchestra, il giovane Ticciati, che non delude le attese (come qualche altro giovane di recente passato da quel podio) offrendo un Britten compatto ed efficace, molto d’impatto, forse con qualche pecca (perdonabile) nelle scene d’insieme, oggettivamente complesse, e con margini di miglioramento nelle pagine più delicate (gli interludi, il duetto, il monologo finale di Grimes) e nelle componenti più sofisticate dell’opera (alcuni temi ricorrenti che rimangono soffocati, alcuni interventi solisti, che Britten spesso affida agli strumenti idiofoni, non perfettamente messi a fuoco, piccolezze insomma).

Tutto sommato dunque uno spettacolo di ottimo livello, consigliatissimo e da non perdere (forse il migliore della stagione finora considerando la riuscita complessiva). Non c’è dubbio che nelle ultime stagioni la Scala (come tutti i teatri) abbia saputo far meglio su questi repertori meno tipici e dove il canto (oggi diventato materia così problematica) si subordina più facilmente ad un buon allestimento e direzione. Che si faccia pure di necessità virtù a questo punto, con cartelloni meno popolati di Aide e Tosche da dimenticare e con un sovrappiù di queste perle (nemmeno poi così rare).

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera