Pioggia di cadenze all’Auditorium

Posted on 19 maggio 2012 di

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L. van Beethoven: Triplo Concerto in Do maggiore Op.56
Violino: Luca Santaniello
Violoncello: Mario Shirai Grigolato
Pianoforte: Simone Pedroni 

G. Mahler: Das Lied von der Erde
Contralto: Carina Vinke
Tenore: John Daszak 

Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttrice Zhang Xian

Zhang Xian

Zhang Xian

La stagione sinfonica 2011-2012 dell’orchestra Verdi prosegue il suo percorso mitteleuropeo, e soprattutto beethoveniano e mahleriano, ripetendo proprio questo dittico di autori anche questa settimana. Come sempre sul podio sale Zhang Xian, direttrice musicale del complesso, che sta dimostrando in questi anni un vero attaccamento per due dei più grandi sinfonisti della storia della musica occidentale. Non però di sinfonie ci saziamo le orecchie questa volta, piuttosto, come anticipa il titolo, sarà un complesso tessuto di cadenze, di piccole parti solistiche, a comporre i mosaici del triplo concerto di Beethoven e il Lied von der Erde di Mahler.

Non ci dilungheremo molto sul primo brano, espressione molto evidente di un Beethoven inaspettatamente “cortigiano”. D’altronde, a differenza di Mozart, la produzione concertistica non è sicuramente il luogo della sperimentazione per Beethoven, né un luogo di particolare predilezione espressiva (5 concerti per pianoforte ed uno per violino). Risulta tuttavia certamente interessante la formula del triplo concerto, dove ben tre solisti (i più classici: pianoforte, violino e violoncello) si devono ritagliare uno spazio sulla nutrita orchestra, opponendole quasi inevitabilmente momenti quasi cameristici. Questo porta il compositore ad abbandonare due dei perni della concertistica classica: l’intimismo del soliloquio e la logica binaria fra solista ed orchestra. Ne emerge una fitta rete di dialoghi ed echi molto più complessa e teatrale in cui i solisti paiono quasi cantanti sulla scena, mentre l’orchestra, come un coro, ne accompagna i battibecchi e gli ammiccamenti. Con un po’ di fantasia si potrebbe prendere a prestito l’intuizione della Sonata a Kreutzer di Tolstoj per vedere fra pianoforte e violino il classico duetto tenore-soprano, mentre il violoncello completerebbe il più classico dei triangoli operistici. Se nel primo movimento si nota una netta predominanza del pianoforte, il secondo movimento afferma invece la supremazia lirica degli archi, mentre il terzo raggiunge quella polifonia di brevi cadenze con cui esordivamo e che premia sostanzialmente tutti e tre gli strumenti senza vincitori né vinti. D’altro canto l’assenza di “vincitori” preclude anche alla composizione di far emergere un suo carattere più profondo. In altri termini, l’equilibrio fra sinfonismo e cameristica preclude gli esiti migliori che il compositore ha saputo raggiungere in questi due campi (e lo stesso potrebbe valere in verità per tutti i suoi concerti), restando più che altro una testimonianza di grande mestiere ed un curioso esperimento stilistico. Non è quindi il campo di battaglia ideale in cui i solisti possono trionfare (le parti, pianoforte incluso, non sono particolarmente virtuosistiche), ma certamente nessuno ha sfigurato durante la serata e non sono mancati gli applausi e gli entusiasmi. Tutti e tre giocavano infatti in casa: il violinista Luca Santaniello e il violoncellista Mario Shirai Grigolato sono le eccellenti prime parti delle rispettive sezioni, mentre il pianista Simone Pedroni è ospite ricorrente all’Auditorium.

Simone Pedroni (pf), Luca Santaniello (vl), Mario Shirai Grigolato (vcl)

Simone Pedroni (pf), Luca Santaniello (vl), Mario Shirai Grigolato (vcl)

Possiamo dunque andare oltre. Già il concerto della settimana scorsa aveva preso di petto la questione dell’eredità beethoveniana, facendoci ascoltare l’Eroica con le correzioni alla partitura operate da Mahler un secolo dopo. Abbiamo visto come allora il criticatissimo compositore boemo cercasse nel monumento tedesco delle radici e delle giustificazioni al suo modo di far musica. Il dramma della ricerca delle proprie radici è uno dei grandi temi dell’opus mahleriana, ed il Lied von der Erde è forse il culmine di questa vocazione.  Qui le radici trovano la loro terra (Erde per l’appunto) e fioriscono in rigogliose fronde. Qui ciò che in Beethoven era ancora soltanto seme si invera e diventa frutto. Mi riferisco al sottile equilibrio fra sinfonismo e cameristico che il triplo concerto tentava timidamente di realizzare. Il Lied von der Erde presenta una delle partiture più uniche nella storia della musica occidentale proprio perché si pone sul crinale fra sinfonia e Lied, le due tradizioni che Mahler ha avuto la capacità di sposare. Della sinfonia ritroviamo la grande forma, il periodare e la complessità e ricchezza dell’organico orchestrale, della musica da camera ritroviamo il gusto per l’ornamento del singolo strumento, per la cadenza, per la tessitura polifonica (qui si rivede molto del lavoro dei tardi quartetti d’archi di Beethoven), della liederistica infine ritroviamo l’afflato lirico e la profondità dei testi interpretati. Una partitura di questa complessità è una grande sfida per qualunque orchestra e direttore. Alla sfida non si sono sottratti, con grande coraggio e gusto, l’orchestra Verdi e la sua direttrice Zhang Xian, che già l’avevano affrontata l’anno scorso in occasione del centenario della morte del compositore. Il risultato encomiabile è tuttavia ancora lungi dalla perfezione che le sottili armonie ed equilibri di quest’opera esigerebbero. Soprattutto si nota una tendenza ad eccedere nel volume orchestrale, il che tendenzialmente favorisce l’amalgama sonoro ma priva la partitura di una delle sue caratteristiche più innovative: la leggerezza. Il risultato “eterno” (ewig!) che Mahler raggiunge nelle sue ultime due composizioni di rilievo (Lied von der Erde e nona sinfonia), l’abbiamo visto, è proprio la sintesi della potenza evocativa di un’orchestra sinfonica con la leggerezza, spontaneità e duttilità di una cameristica. Viene da pensare allo Strauss del dopoguerra (dall’Ariadne auf Naxos in avanti), alla sua orchestra che danza miracolosamente, come un daliniano elefante issato su zampette da gru. Molto ben riusciti i canti più pentatonici ed orientaleggianti, parleremmo di una reminiscenza di patria per la Xian se l’orientalismo non fosse nel Lied von der Erde così artificioso (come d’altronde sempre lo è l’etnico in Mahler, a riprova che non vi è alcuna patria né alcun tempo per lui se non quelli che ricostruisce ogni giorno con la sua musica sempre postuma). I solisti, anch’essi messi a dura prova dal compositore, se la sono cavata bene quando non penalizzati dall’eccessivo volume orchestrale già registrato e che non erano in grado di reggere. Molto bene nella tessitura bassa il contralto Carina Vinke, bel timbro scuro (necessario per rendere le tetraggini del Lied: Dunkel ist das Leben!) del tenore John Daszak.

Hokusai, vista di Shichiri nella provincia di Sagami

blauen licht die Fernen!” (riproduzione da Hokusai)

Chiudiamo sulle ali della poesia di questo miracolo mahleriano dunque, e non potremmo chiedere di meglio in conclusione. Evidente l’ammiccamento al sesto canto, Der Abschied, il congedo, pagina fra le più intense (con i Kindertotenlieder, la sesta e la nona sinfonia) dell’opera di Mahler. La ricchezza dell’orchestra, scintillante di cadenze che gocciolano come rugiada dai più svariati strumenti, ci apre un paesaggio serale, mesto, un paesaggio degli addii, già caro a Beethoven. E’ tutta la natura, con le sue infinite voci (il cielo, la luna, il vento, gli alberi, i fiori, il ruscello), a cantarci la più atavica delle canzoni, la canzone materna con cui si viene al mondo e col quale lo si abbandona, il canto della terra. Il tre volte esule Mahler (come lui stesso diceva: boemo fra gli austriaci, austriaco fra i tedeschi, ebreo nel mondo) non poteva che ritrovare qui le sue radici, là dove non c’è più nazione e individualità, nella pura bellezza contemplativa del mondo “d’amore e di vita eternamente inebriato! “. Cento anni fa Mahler ci ha lasciato questo addio, mentre raggiungeva la “cara terra”, il tutto nullificante, l’eternità, di cui la sua musica, che effimera (Vergängliche) rinasce e si congeda ad ogni esecuzione, è simbolo (Gleichnis), come recita il Faust, da Mahler amato e musicato. Gli ultimi versi, aggiunti personalmente dal compositore, restano come suo testamento, al quale non serve a questo punto nemmeno aggiungere una parola di commento:

Amico mio,Gustav Mahler (1860-1911)
in questo mondo non mi ha arriso la fortuna!
Dove vado? Vado,
a vagare sui monti.
Cerco pace al mio cuore solitario.
Vado via, torno in patria, il mio sito.
Mai più di lì mi muoverò per andare lontano.
Tace il mio cuore e attende con ansia la sua ora!
La cara terra dovunque 
fiorisce in primavera e verdeggia
sempre di nuovo. Dovunque, eternamente
d’azzurro s’illuminano i lontani orizzonti!
Eternamente… eternamente… 

Alberto Luchetti

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