Christoph Eschenbach alla Scala

Posted on 2 aprile 2012 di

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Fotogramma tratto dal Casanova di Fellini

W.A. Mozart:  Sinfonia n.41 “Jupiter” in do magg. KV 551
J. Brahms: Sinfonia n. 1 in do min. op. 68

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore Christoph Eschenbach

Dopo l’abbuffata di Beethoven nel 2011, il 2012 della Filarmonica si presenta con tanto Brahms e Mozart. Il concerto diretto da Christoph Eschenbach include entrambi gli autori rappresentati ciascuno da una sinfonia. Curiosamente la scelta cade sull’ultima del  salisburghese e sulla prima dell’amburghese, un do maggiore ed un do minore, l’apice del settecento e l’esordio della grande stagione tardo-romantica.

Christoph Eschenbach

L'inquietante Eschenbach

La sinfonia “Jupiter” di Mozart è il terzo tassello sinfonico del triduo soprannominato “canto del cigno”, appartenente a quella straordinaria stagione creativa che ha preceduto la prematura morte del compositore.  Sebbene il genere sinfonico non sia stato per Mozart ambito prediletto per la sperimentazione, quest’opera riesce ad unire alla struttura classica alcune particolarità che la rendono unica e preziosa (e giustamente famosa). Lasceremo da parte i commenti sull’impianto classico, piuttosto scontati, così come gli elogi sulla genialità delle melodie. Ci soffermeremo invece sugli elementi atipici e peculiari. Innanzitutto un passaggio del primo movimento (costruito sul do maggiore – sol maggiore), bt. 80 (ascolta), in cui una settima di dominante congela la grazia tipicamente mozartiana e ci fa attendere il ritorno del do, che tuttavia irrompe bruscamente in minore, già con uno stilema totalmente romantico. Questo inciso non è una casualità, tornerà e detterà anche una “risposta” nella relativa maggiore (mib) durante lo sviluppo. Altra particolarità è la forma di sarabanda del secondo movimento, questa volta siamo di fronte ad un’operazione quasi opposta alla precedente, prima un’occhio al futuro, ora un’occhio al passato. Tutta la sonorità del movimento ha qualcosa di impolverato, una danza desueta e nostalgica, che si chiude in estremo rallentando, quasi in un timido addio (vedi es.1 e ascolta). Questa trovata fa peraltro risaltare ulteriormente il minuetto (ovvero una danza molto più recente e contemporanea) che segue come terzo movimento. Come ultima peculiarità non si può non menzionare la presenza, nel quarto movimento, di passaggi di fugato, fra cui il finale che coinvolge ben 5 temi. Ancora una volta questo è un vezzo stilisticamente arcaico, seicentesco, come già in Haydn, ma ancora una volta esso è controbilanciato dall’intuizione assolutamente d’avanguardia: la ripresa nel quarto movimento (bt. 328-334, proprio poco prima del fugato finale: ascolta) di un tema del primo movimento. E non è un tema qualsiasi, è proprio il tema in do minore di cui abbiamo già parlato. L’espediente permette di dare all’intera sinfonia una unità tematica oltre che formale che sarà una delle scoperte di Beethoven (prima colla cellula ritmica della quinta, poi con la ripresa dei temi nella nona). La direzione di Eschenbach ha avuto il grande pregio filologico di non snaturare la partitura mozartiana con una concertazione eccessivamente corposa, mantenendone il carattere di grande epigono dell’illuminismo musicale settecentesco, seppur con la punta di romanticismo che abbiamo appena visto (e direi che il nostalgismo del fugato e della sarabanda è anch’esso un tratto già romantico). Deliziosa la resa del secondo movimento, ovattato e dilatato, in netto contrasto con l’energico minuetto e col quarto movimento in cui il direttore ha messo a dura prova la rapidità di esecuzione dell’orchestra (non sempre impeccabile) per non perdere la vivacità innata di Mozart.

Finale secondo movimento sinfonia 41 mozart

Es.1: "Addio" finale del secondo movimento

Se con Mozart abbiamo sperimentato la luminosità del do maggiore oscurato dall’ombra del tempestoso do minore, con Brahms siamo all’opposto immediatamente travolti dall’atmosfera lugubre di questa tonalità, mentre il do maggiore sarà il miraggio raggiunto pienamente  solo alla fine della sinfonia. La struttura di quest’opera è tremendamente complessa, non inganni il fatto che sia una “prima”: un autore metodico come Brahms non può arrivare al sinfonismo che dopo una lunga preparazione. Non sorprenderà quindi che questa sia una delle composizione più lunghe e travagliate della storia della musica, oltre 14 anni di lavorazione (21 anni secondo l’autore!), col risultato di una estrema intessitura del materiale melodico ed armonico. Un’analisi approfondita richiederebbe indubbiamente troppo tempo e spazio ed è fuori dagli scopi di questo articoletto. Cercheremo ancora una volta di evidenziare solo alcuni tratti salienti per introdurre al brano. La sinfonia si presenta nettamente scissa in due, coi movimenti estremi (primo e quarto) a portare avanti il discorso musicale e drammatico e i due movimenti di mezzo a spezzare sostanzialmente il pathos. In comune tutti i movimenti hanno comunque il tratto peculiare di Brahms, ovvero il lavorio di combinatoria e metamorfosi delle cellule tematiche che produce, da un arsenale di poche note, un vero e proprio universo musicale. Bifronte la prova di orchestra e direttore. La prima impressione è che ci fosse una certa fatica nel reggere il peso dell’architettura brahmsiana, soprattutto per l’esposizione poco plastica dei temi ed una certa “sporcizia” nell’impasto orchestrale (ritardi, riverberi, mancanza di equalizzazione dei volumi). D’altro canto nel proseguo ci si è potuti rendere conto che questa dose di leggeri scollamenti percorreva l’orchestra come vibrazioni vive, lungi dall’essere una mera “mancanza di controllo” e più vicino invece ad un sottile gioco di instabilità che ha reso il finale particolarmente atteso e glorioso. Mi riservo qualche dubbio riguardo il fatto che la prima di Brahms (detta anche la “decima di Beethoven”) abbia già di queste modernità e se l’operazione non rischi di compromettere gli equilibri architettonici della sinfonia che sono il pane dell’autore, in ogni caso è senza dubbio una scelta direttoriale opposta e rispettabile rispetto a quella più filologica operata per Mozart. Ottime le parti “soliste”, da registrare purtroppo anche la consueta inadeguatezza degli ottoni scaligeri in repertorio tedesco.

Johannes Brahms

Johannes Brahms

Avendo citato l’importanza della struttura in Brahms dedichiamo anche un po’ di attenzione analitica al quarto movimento, parallelo al primo, con una introduzione di grande effetto ed un’atmosfera di inquietudine che si carica a poco a poco coi convulsi pizzicati cromatici degli archi. Da questo sottofondo emergono già come in un grembo tre elementi che comporranno il movimento. Dapprima si delineano con nettezza diatonica una serie di salti ascendenti sempre più tesi dalla fondamentale verso la dominante, ma l’ascesa è interrotta sulla sensibile da un brusco precipitare dell’orchestra (bt.22-24: ascolta). Non è ancora tempo, per ora è solo una premonizione. Il silenzio è di nuovo rotto dal richiamo di un corno su un rullo di timpano di fondo, e ad esso segue infine un pacato corale di legni e ottoni. Smaltita l’imponente introduzione possiamo ascoltare finalmente il “primo” tema (bt.61-76: ascolta) che è invece una reminiscenza evidente e voluta dal quarto movimento della nona beethoveniana, ad esso sembra subito seguire un secondo tema più lirico quando ecco tornare i salti ascendenti dell’introduzione (bt. 148: ascolta) che si dispiegano poi fino a diventare il vero tema rivale che si alterna con quello beethoveniano. Già questo dovrebbe renderci un’idea di quanto sperimentale sia la forma sonata di questo movimento, se poi cerchiamo di capire se il ritorno dei temi sia uno sviluppo o una ripresa ci accorgiamo definitivamente che Brahms sta qui giocando con le categorie tradizionali da maestro qual’è.  Il discorso viene infatti portato avanti praticamente soltanto da frammenti tematici che faticosamente, sempre a strappi, in ff, ci conducono finalmente e quasi inaspettatamente all’aprirsi di un saldo do maggiore (bt. 285: ascolta). Ad introdurci è il richiamo del corno. Ci è dunque più chiaro che potremmo essere alle soglie della ripresa, e l’attesa è per scoprire quale dei due temi la spunterà. La bt.333 (ascolta) ci dà l’unica risposta possibile: i salti ascendenti, ancora loro. La coda non è priva di sorprese, è rimasto in sospeso il corale, che torna trionfalmente a sancire il completamento dell’opera (bt. 404: ascolta) ed il trionfo del maggiore.

Alberto Luchetti

W.A. Mozart:  Sinfonia n.41 “Jupiter” in do magg. KV 551
LINK per l’ascolto:  Harnoncourt / Chamber Orchestra of Europe
LINK  per la partitura: archivio IMSLP

J. Brahms: Sinfonia n. 1 in do min. op. 68
LINK per l’ascolto:  Giulini / Santa Cecilia
LINK  per la partitura: archivio IMSLP

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