Semyon Bychkov alla Scala

Posted on 23 marzo 2012 di

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A. Schönberg: Verklärte Nacht op. 4
J. Brahms: Sinfonia n. 2 in re magg. op. 73

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore Semyon Bychkov

Caricatura di Bychkov

Caricatura di Bychkov

Nonostante l’intervento chirurgico che ci ha privato della sua Frau ohne Schatten (ma senza che il sostituto, Albrecht, lo facesse rimpiangere), Semyon Bychkov si presenta puntuale per dirigere la Filarmonica della Scala. Il protagonista della serata è senza dubbio lui, vuoi per l’episodio biografico, vuoi soprattutto perché i due brani sono grandi occasioni per i maestri. Essi infatti sono sufficientemente noti da non svuotare i teatri (per quanto Schönberg, perfino questo Schönberg, ha registrato qualche ritardatario e qualche appisolato) e  sufficientemente profondi da premiare il lavoro di ricerca orchestrale, senza tuttavia appartenere ai “mostri sacri” la cui grandezza finisce inevitabilmente per sovrastare la piccola figura del direttore. Se poi pensiamo ai repertori su cui Bychkov ha costruito la sua fama capiamo anche che gioca in casa!

Autoritratto di Schönberg

Autoritratto di Schönberg

Particolarmente prezioso è stato il lavoro sulla Verklärte Nacht, opera concepita per sestetto e successivamente estesa per orchestra d’archi. Proprio questa sua natura atipica rende la partitura una sorta di “ingrandimento” fotografico, che come tutti sanno ha lo spiacevole inconveniente di sfocare i tratti. Così accade anche in musica, con le trame dei sei archi (2 violini, 2 viole e 2 violoncelli), e soprattutto l’equilibrio dei loro raddoppi e contrappunti, che rischiano continuamente di deragliare nell’accompagnamento orchestrale. Il compito del direttore in questo caso è veramente cruciale e arduo, ovvero restituire la plasticità e la definizione ai tratti del sestetto, mantenendo l’accompagnamento come un potenziamento sonoro e armonico che non sbavi le linee melodiche.  Tutto questo, seppur non al livello supremo di alcune registrazioni, ce lo ha regalato Bychkov in queste serate. Non era nelle sue mani invece risolvere l’altro problema che la partitura di un giovane Schönberg pone, ovvero la mancanza di architettura della composizione (qualità che pure non mancherà mai nello Schönberg maturo, anzi, sarà tanto sovrabbondante da diventare l’essenza stessa di un tale Adrian Leverkuhn). Restano in ogni caso quei 3-4 momenti di altissima musica, testimoni di cosa l’autore sapeva fare in ambito pressoché tonale, e che il maestro non si è lasciato sfuggire. Citiamo solo per il gusto del ricordo: le due scale ascendenti dei violini culminanti solo per un istante nella dominante per poi vaporizzarsi nei trilli sulla sensibile (bt.11-12: ascolta), le acrobazie armoniche sui gemiti acuti dei violini (Sez.D: bt.57-60, ascolta) che sembrano come uno sguardo gettato verso lo spalancarsi della bt.100 (ascolta), ideale sollevamento della coltre bemollizzata precedente verso un mi maggiore in cui ogni diesis è come un raggio di luce. Questi accenni dovrebbero rendere l’idea di quanto l’effettistica, a buon diritto “espressionista”, sia ancora fondata sulla padronanza del linguaggio tonale (e basta una scorsa alla Harmonielehre per capire che Schönberg ne era un’enciclopedia vivente). La Verklärung ricercata dal brano passa da queste progressioni armoniche. La composizione prosegue infatti “affondando” nuovamente anche fino al sib minore – reb maggiore (cioè ai 5 bemolle in chiave) per chiudere infine in re maggiore (2 diesis), tonalità già anticipata con grande sapienza in un altro dei momenti di apertura alla beatitudine (generalmente indicati con “breit” per gli esecutori, cioè largo, spazioso, ma nell’etimo, si pensi all’inglese, anche luminoso). Ognuno di questi passaggi di volta è memorabile. Sarebbe anche interessante qui un confronto con la Verklärung di Strauss, che prende invece come trasfigurazione la purezza del do maggiore, a discapito di ogni alterazione. Forse è già questo un germe della distanza fra i due, del loro rapporto antitetico nei confronti del binomio tonalità-cromatismo. Per concludere la panoramica citiamo il finale, tripudio di fioriture che ricordano un po’ l’incantesimo del fuoco wagneriano (ascolta).

Johannes Brahms

Johannes Brahms

Due parole ci restano da spendere per il buon Brahms. A differenza del brano appena analizzato, qui siamo nel trionfo dell’architettura, spinta fino a fagocitare le più piccole cellule melodiche ed armoniche. L’approfondimento del brano sarebbe quasi lavoro scolastico, ci sono sicuramente altrove guide all’ascolto ben fatte, così come sarebbe ripetitivo notare l’inadeguatezza degli ottoni scaligeri (certo in questa sinfonia non passano inosservati). Prenderemo soltanto spunto da una particolarità tematica per una piccola polemica: il secondo tema (ascolta) ha evidenti affinità con una delle più famose melodie brahmsiane, quella della “ninna nanna”, ovvero della Wiegenlied op.49 n.4. Gran parte del fascino del primo movimento (spero di non essere eretico nel definirlo il più interessante della sinfonia) risiede proprio nel gioco fra il terzetto quasi fatale che i violoncelli enunciano fin dalla prima battuta e le boccate d’ossigeno di questa berceuse intrisa di nostalgia. La polemica riguarda l’ordine d’esecuzione delle due composizioni: non sarebbe stato quantomeno curioso giocare sulla sequenza “ninna nanna” – “notte trasfigurata”? Evidentemente questo sia soltanto un simpatico pretesto per sollevare la questione. Più in generale, ci sono svariate ragioni per cui l’ordine d’esecuzione andava invertito, la più macroscopica delle quali è il fatto cronologico e la conseguente eredità musicologica che da un brano e da un autore passa nell’altro, nell’estinguersi del romanticismo (in questo senso Brahms è il rassicurante oppiaceo tardoromantico mentre Schönberg vive già l’incubo notturno, alla ricerca di un nuovo inizio “novecentesco”). Dall’altro lato esiste una sola ragione per suonare la sinfonia dopo: il gran finale. Sì, perché sembra ormai imprescindibile che a chiudere la serata siano gli accordi perfetti all’unisono in 4/4 (e tempo almeno Allegro)! Esempio recente: durante il ciclo beethoveniano di fine 2011 abbiamo regolarmente assistito all’inversione delle coppie di sinfonie per lasciare la più celebre delle due (quasi sempre la dispari) come conclusione. Ora, se già ogni tanto ci troviamo a maledire l’ignoranza del pubblico di allora, che costringeva i compositori a finali stereotipati, ci troviamo a maggior ragione a dover maledire il sistema attuale (pubblico e “direttori artistici”) che persevera in questa beceraggine. La mancanza di tempo per le prove poi fa sì che, con somma ruffianeria, vengano provati solo questi finali ad effetto che strappano l’applauso.

Alberto Luchetti

A. Schönberg: Verklärte Nacht op. 4 [versione per sestetto d’archi]
LINK per l’ascolto:  Julliard String Quartet / Walter Trampler / Yo-Yo Ma (partitura a video)
LINK  per la partitura: archivio IMSLP

J. Brahms: Sinfonia n. 2 in re magg. op. 73
LINK per l’ascolto:  Kleiber / Wiener Philarmoniker
LINK  per la partitura: archivio IMSLP

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Posted in: Sinfonica