Die Frau ohne Schatten alla Scala

Posted on 18 marzo 2012 di

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Der Kaiser Johan Botha
Die Kaiserin Emily Magee
Die Amme Michaela Schuster
Barak, der Färber Falk Struckmann
Die Färberin Elena Pankratova
Die Stimme des Falken Talia Or
Der Geisterbote Samuel Youn

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Marc Albrecht

Regia Claus Guth

Dopo la doverosa presentazione dell’opera (reperibile a questo link), parte di un più lungo progetto di analisi delle opere straussiane, è arrivato anche il momento di parlare dell’allestimento che il Teatro alla Scala ci presenta durante il mese di marzo 2012. Evidentemente per tutto quanto riguarda l’opera si rimanderà all’approfondimento dell’altro articolo, restano qui le solite tre spinosissime questioni da affrontare ad ogni esperienza di lirica dal vivo: cantanti, direzione, regia.

Elena Pankratova (tintora) e Emily Magee (imperatrice)

Elena Pankratova ed Emily Magee

Cominciamo dal canto, pur sempre piatto forte di ogni opera, per quanto Die Frau ohne Schatten si appoggi quasi egualmente su voci, orchestra e scena. Che il canto non sia egemone, qui come per altre opere di tradizione tedesca, si evince dalla mancanza della consueta ossessione per l’interprete che si rileva puntualmente quando in scena va l’opera italiana, “belcantista”. Qui gli applausi sono quasi garantiti, un po’ perché per l’appunto il cantante non è altrettanto scoperto, ed un po’ forse anche per la relativa ignoranza dei melomani su questi repertori. Le prime serate hanno infatti registrato un discreto successo per tutti. Vale però la pena di fare alcuni distinguo. Molto bene il cast maschile: Botha impeccabile (la parte è breve ma impegnativa, soprattutto sugli acuti, mai sbavati o stonati), Struckmann assolutamente convincente (voce potente e generosa, sempre ben appoggiata, come d’altronde pretende e permette una parte molto “orizzontale”, con tessitura compatta ed articolata sempre sui centri tonali e sugli intervalli canonici) e Youn messaggero divino praticamente perfetto con un volume enorme e di grande impatto. Meno bene invece quello femminile, pur se abbondantemente sopra la sufficienza. Si salva con merito la Nutrice Schuster, puntuale nel seguire gli intrichi straussiani (frequenti salti oltre l’ottava, registri disumani, soprattutto nel grave, e richieste di volume proporzionate all’orgia orchestrale che sta in buca) e colpevole solo di non cantare l’impegnativo monologo contro gli umani del terzo atto (ma bisognerebbe sapere chi ha deciso il taglio, certamente è un peccato). La tintora della Pankratova è sicuramente più convincente della sua inadeguata Odabella nell’Attila recente, d’altronde valgono gli argomenti di sopra sulle differenze di repertorio (anche a Firenze, sempre come Färberin, fu acclamata). Tuttavia la sua prova non è priva di difetti, principalmente strillacci e rotture di voce nelle parti più impegnative e nei finali d’atto primo e secondo, con l’attenuante di una oggettiva difficoltà nel gestire tali passaggi e l’impossibilità di riposare la voce nelle lunghe e intense scene conclusive. La nota meno brillante, infine, è l’Imperatrice. Anch’essa scusata ovviamente dalla crudeltà della tessitura e dalle pretese di Strauss, che vorrebbe qui un soprano capace in sostanza di fare tutto bene: acuti, gravi, agilità, volume, e perfino recitazione e Sprechgesang. L’interpretazione di Emily Magee non è certo priva di qualità, soprattutto sceniche,  ma sono evidenti le difficoltà nel tenere testa all’orchestra nei fortissimo (peraltro abbastanza frequenti) e nelle scene corali. Peccato perché a lei sono spesso affidate le “parole sceniche” più importanti, che finiscono così soffocate nell’ondata sonora e si perdono (penso soprattutto al finale del secondo atto). Di sfuggita menziono anche la non eccezionalità di Talia Or nel ruolo del falco (deve solo squillare nei trilli e non lo fa).

Johan Botha e Talia Or

Johan Botha (imperatore) e Talia Or (falco)

Claus Guth

Quel cervellone di Guth

Passati i cantanti sotto le forche caudine, giungiamo all’imputato principale: la regia. Per carità, è sempre facile prendersela col regista e non è certo il peggior spettacolo passato da queste parti di recente, ma non stiamo nemmeno parlando di un’opera qualunque. In Die Frau ohne Schatten la scena ha un compito fondamentale nell’espressione del complesso sistema di allegorie e simboli su cui l’opera si basa. Strauss e Hofmannsthal non hanno lesinato i momenti di grande teatro, ed è uno spreco lasciarli scappare senza una degna scelta registica. Claus Guth soprattutto ha il difetto di voler fare la “sua” versione dell’opera, mettendo seriamente a rischio gli equilibri già problematici dell’architettura dei due autori (testimoniata dal carteggio e dal decennio di lavorazione). La trovata del sogno, oltre che essere superflua (non parlo del trito, che di per sé non è un difetto esattamente come il nuovo a tutti i costi non è un merito), è seriamente nociva per la chiarezza complessiva. Il “sogno” è infatti già elemento in gioco nel libretto: di sogno è costituito il mondo dell’imperatore e dell’imperatrice, eviteremo di citare Shakespeare, ma sarebbe quantomai appropriato per capire come mai la donna sia priva di ombra. Il percorso iniziatico dell’imperatrice è proprio DAL sogno verso la realtà, verso il concreto, la carne, il dolore, l’ombra (rimando all’altro articolo per questo argomento). Tutto questo va perso coll’includere anche il mondo umano nel sogno. Più in generale mi pare che il difetto di questa regia stia proprio nel non aiutare lo spettatore ad identificare gli schemi dualistici che costruiscono il senso dell’opera. I due mondi, ad esempio, non si fronteggiano mai con la dovuta opposizione, e ritengo buona parte della colpa sia della fissità di quella (peraltro non bellissima) cornice scenica in finto legno. Non si può ridurre l’esuberanza fantasiosa di una fiaba metafisica ad un Kammerspiel. Non sorprende che poi tutta la simbologia risulti come sfalsata rispetto al libretto, con un perdurare delle immagini infantili ben oltre l’effettivo maturazione della donna (coincidente con la pronuncia di “ich will nicht”, scena fondamentale e trattata senza alcuna attenzione dalla regia, così come i finali d’atto e la scena dell’acqua della vita) e senza le dovute distinzioni fra l’ambito semantico dell’imperatore e quello di Keikobad (peraltro pessima idea “mostrare” questa figura, in qualunque modo).

Marc Albrecht

Marc Albrecht

Abbiamo lasciato per ultima la nota più lieta: la direzione d’orchestra. Non è certo esagerato dire che il vero trionfatore è stato Marc Albrecht, recuperato in extremis per l’indisponibilità di Bychkov (certamente non rimpianto). Si perde forse un pochettino nella grande scena d’insieme che chiude il secondo atto, peraltro un cerchio dalla difficile quadratura, ma si fa perdonare abbondantemente con oltre tre ore di sonorità meravigliose. Innanzitutto l’attenzione per l’effettistica, parte importante nello Strauss non senile, con percussioni ed ottoni (spesso inadeguati in altre serate) in grande spolvero, poi l’occhio di riguardo per i cantanti, mai sommersi dall’oceano orchestrale, ed infine direi lo splendore delle scene più liriche, mai affrettate e buttate via (fra tutte ricordo il duetto che apre il terzo atto e le code orchestrali che seguono le professioni di pazienza ed accettazione di Barak nel primo atto). Notevole anche la complessa stereofonia, con cori e strumenti collocati nei palchi di proscenio e dietro la scena ed utilizzati proprio quando la musica deve il più possibile sembrare sovrannaturale.

In conclusione: uno spettacolo comunque da non perdere, musicalmente di altissimo livello, scenicamente rivedibile ma quantomeno abbastanza coerente e fluido. Armarsi di pazienza data la durata e la complessità dell’opera!

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera